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Storia e politica dell'Africa orientale e mediterranea

La costruzione del potere in Africa

La storia dello stato in Africa non ha veramente a che fare con il colonialismo, ma è spesso la religione (soprattutto l'Islam) a dare un criterio di costruzione del potere. Fino all’800 l’idea di un’Africa unica e unita non c’è, ma matura attraverso il confronto con l’esterno, o meglio con l’Europa, da cui nasce quest’esigenza di trovare un’integrità non tanto politica, ma di rappresentazione del mondo africano che era mancata in epoca precedente. Con gli imperi coloniali, si era, infatti, diffusa un’idea di occupazione di spazi regionali al fine di garantire uno sfruttamento commerciale.

Il popolamento del continente africano e la conseguente costruzione di una serie di società ha determinato un fenomeno chiave nella storia dell’umanità, come ricordano diversi studiosi. Inizialmente, la maggior parte degli scambi commerciali e culturali del continente si svolgeva proprio nella fascia interna, più che verso l’esterno. Nel corso del secolo delle grandi esplorazioni europee (‘500-‘600) nascono nuove reti commerciali che spostano i network africani dall’interno del continente al mare (Oceano Atlantico).

Le prime grandi metropoli, tuttavia, sono un prodotto molto recente nella storia dell’Africa, una conseguenza dei cambiamenti innescati dalla fine del colonialismo, una riorganizzazione dell’organizzazione sociale africana.

Il colonialismo e l'indipendenza

Fino al 1960 (anno importante che funge da spartiacque), infatti, il colonialismo era ammesso a livello internazionale come strumento regolatore del mondo; verrà in seguito dichiarato illecito (anche se già una parte delle colonie africane aveva ottenuto una propria indipendenza dalle potenze europee). Importante sottolineare che il colonialismo coinvolge tutti i paesi africani; non ve n’è uno che sfugga alla storia coloniale, se non pochissime eccezioni molto particolari:

  • Etiopia
  • Repubblica di Liberia (nata sulla base di un progetto di liberazione degli schiavi americani che ambivano a ritornare in Africa e costituire una Repubblica afroamericana – non a caso la stessa capitale della Liberia prende il nome da Monroe, presidente americano)
  • Sudafrica (al di là del dominio formale della Gran Bretagna, che ingloba il paese nel proprio impero entrando in conflitto con i boeri, discendenti dei coloni olandesi, il dominio di potere stabilitosi nel paese è essenzialmente di natura nazionalista, che rivendica una cittadinanza africana a fronte della presenza straniera. Si tratta dell’unico paese africano con un’importante minoranza bianca di origine europea che resterà presente fino all’età odierna)

Il sistema coloniale in Africa aveva come ambizione quella di ridisegnare i confini regionali, tramite tecniche di dominio differenti, di carattere diretto o indiretto. Nessun potere coloniale, tuttavia, sarebbe potuto esistere senza l’intermediazione degli stessi africani, ovvero quelle diverse figure locali che si inseriscono con successo nella gestione dello stato e del potere coloniale (traendovi un profitto, a partire da un’elevazione della propria condizione sociale).

Tanto la transizione al colonialismo quanto la transizione all’indipendenza nazionale sono, infatti, due momenti chiave di cambio epocale, ovvero di discontinuità rispetto al passato, in cui il mantenimento dell’ordine locale diventa fondamentale. Questo passaggio determina anche un cambiamento dalla forma stato degli imperi alla forma stato di nazione; ad esempio vediamo la sparizione del ruolo di capo tribù, esempio di amministrazione periferica interna allo stato europeo, in qualità di catena di potere parallelo a quello centrale. Sistemi di potere propriamente africani venivano dunque inglobati all’interno del sistema coloniale.

Vecchio ordine e nuovo ordine

Nei diversi sistemi coloniali c’è un importante ricorso a gruppi africani che vengono sistematicamente inseriti nell’ordine coloniale in qualità di:

  • Amministrazione locale (periferica o di raccordo)
  • Intermediari (spesso gli stessi soldati che vengono inseriti negli eserciti imperiali)

Si distingue perciò tra vecchio ordine e nuovo ordine, dove emergono e salgono al potere figure che non erano presenti nel vecchio ordine coloniale. Una volta che si decide per l’indipendenza, bisogna infatti scegliere le figure che guideranno il nuovo sistema di potere.

Nel momento in cui l’indipendenza viene negoziata, si pone una crescente conflittualità tra le vecchie élite di intermediari, che vorrebbero conservare il proprio potere nel nuovo assetto, e quelle che sono le nuove élite, che si propongono come nuovi dirigenti di stati indipendenti. La lotta coloniale non si configura solo come uno scontro tra occupanti e colonizzati, ma anche di un conflitto riguardante le élite interne.

In alcuni casi, come Etiopia e Libia, saranno le vecchie élite a gestire il potere nel nuovo ordine postcoloniale – dunque non sempre i nazionalisti sono i vincenti.

Occupazione dell'Egitto da parte delle armate francesi

1798: anno chiave, occupazione dell’Egitto da parte delle armate francesi di Napoleone. L’occupazione terminerà già nel 1801, ma segna l’inizio dell’occupazione militare europea nei territori del continente africano e stabilisce quelli che sono gli equilibri di forza tra Africa ed Europa. Napoleone non si presenta in Egitto come la figura rivoluzionaria che conosciamo in Europa, ma in qualità di difensore dell’Islam.

In quel momento storico lo stesso Napoleone non trova nulla di contraddittorio nel professare i valori e gli ideali della Rivoluzione francese e, al tempo stesso, cercare un dialogo con l’élite ottomana su un piano religioso. L’esercito napoleonico era tecnologicamente più avanzato rispetto a quello ottomano, anche in termini di rapporti tra culture differenti. La sconfitta degli ottomani pone, perciò, due punti molto importanti:

  • Necessità di recuperare il gap tecnologico
  • Obiettivo di aggiornare la cultura ottomana alla realtà europea

C’era una chiara consapevolezza di come questo percorso ottomano verso la modernità fosse e dovesse essere auspicabile. Ma, nel tempo, con l’inizio del colonialismo, le società musulmane perderanno la loro sovranità e l’esperimento modernizzatore fallirà; di conseguenza, le autorità musulmane inizieranno a coltivare una figura pessimista nei confronti delle autorità straniere.

Muhammad Ali e la modernizzazione dell'Egitto

Lo stesso Egitto assumerà una forma differente sotto Muhammad Ali: nel periodo dall’inizio ‘800 fino all’occupazione inglese nel 1892 si parla di “chedivale”. Muhammad Ali (Mehmet Ali in turco) arriva in Egitto con l’obiettivo di ripristinare l’autonomia egiziana dall’occupazione francese; il suo, dunque, è un arrivo militare, ma nel giro di poco tempo viene instaurato un potere molto personale da parte di Ali, che lo porterà a diventare uno dei più importanti ideatori di un processo di riforma politica, sociale e amministrativa all’interno dell’Impero ottomano.

L’800 è, quindi, il secolo dei processi di modernizzazione, in cui la modernità europea assume un ruolo chiave su scala globale, tant’è che altre realtà inizieranno ad emularla in forme differenti. Si parla di diverse tipologie di modernizzazione:

  • Modernizzazione tecnica dell’esercito (creazione dell’esercito moderno)
  • Opere di ingegneria, costruzione di infrastrutture
  • Avanzamento in campo medico

C'è una chiara consapevolezza in chi promuove queste riforme che l’arretratezza tecnica è da reputare a un’incapacità della macchina amministrativa e politica di promuovere certi tipi di riforme e di cambiamento. Questi progetti di riforma, tuttavia, non arrivano mai a mettere in discussione l’appartenenza all’impero ottomano; anzi, avviene tutto il contrario: vi è la convinzione che, modernizzando l’Egitto, si arriverà anche a un miglioramento del sistema ottomano (tant’è che l’esercito egiziano diventerà la forza principale dell’impero).

Queste riforme tecniche avranno, dunque, una ricaduta importante sulla componente sociale e culturale. L’Egitto è l’unico caso in cui si può parlare di un processo di modernizzazione e industrializzazione precoloniale e non in ottica capitalistica (in quanto è l’amministrazione pubblica a promuoverlo).

C’è, dunque, una volontà politica a lanciare questa modernizzazione, ma con l’aiuto di maestri europei – c’è sempre una componente di migrazione europea in questi paesi, che viene chiamata a guidare questi processi da un punto di vista non politico, ma tecnico (addestratori ufficiali dell’esercito egiziano-ottomano). Spesso sono individui rimasti senza un impiego dopo i moti che hanno sconvolto l’Europa verso la metà dell’800.

Questa rapida rivoluzione dell’esercito incrementa le mire espansionistiche dell’Egitto e dello stesso Muhammad Ali, che darà inizio a una serie di azioni militari che porteranno il paese ad estendere i confini dell’Impero ottomano. Non si tratta di guerre miranti a distruggere l’impero, ma a rafforzarlo (sono dunque conflitti concordati con la Sublime Porta).

Nel giro di pochi anni, l’Egitto occuperà i territori del Sudan, per poi aspirare al controllo anche dell’odierna Etiopia – tant’è che l’impero etiopico dovrà per lungo tempo difendersi dalla minaccia egiziana, oltre che quella italiana nel corso del ‘900. Verrà poi chiamato proprio l’esercito di Ali in sostegno all’impero per sedare le rivolte in Grecia e riaffermare l’autorità ottomana in Siria negli anni ’30. Giungerà, in seguito, anche alla conquista delle due città sacre dell’Islam, Mecca e Medina.

Muhammad Ali instaurerà una dinastia, e i suoi successori porteranno avanti questa tradizione di rafforzamento militare, soprattutto nei confronti degli inglesi; vi assistiamo in particolare sotto Said e Ismail. Con Ismail, le truppe egiziane arriveranno ad occupare anche gli altipiani etiopici, oltre che la linea della costa fino alla punta estrema della penisola somala (l’attuale Somaliland). Ciò dona, dunque, continuità allo scramble africano.

L'apertura del Canale di Suez

Nel frattempo, si pone la questione del Canale di Suez: nel concreto, si trattava di risparmiare giorni di navigazione nella circumnavigazione dell’Africa seguendo la rotta di navigazione aperta dagli olandesi nel ‘400. I lavori nel canale vengono realizzati nel corso di questo processo di modernizzazione per volontà egiziana, ma sotto l’attento controllo delle potenze straniere.

Nel 1869 verrà infine aperto, generando una vera e propria dipendenza economica dall’Europa – Europa che aveva spinto per la costruzione del canale in termini di interessi egiziani, ma i cui interessi sarebbero invece passati in primo piano (senza dimenticare che i lavori vennero finanziati solamente dagli egiziani).

Così, con l’avvento della modernizzazione, ha inizio anche un processo di indebitamento di questi paesi e, di conseguenza, di una loro dipendenza economica dalle potenze europee. Si tratta di uno dei meccanismi più importanti che spiegano l’ingerenza europea negli affari ottomani (soprattutto egiziani). Il passo ulteriore è quello della firma dei trattati di capitolazioni, che costituiscono i cosiddetti tribunali misti, ovvero tribunali consolari (esercitavano la propria autorità presso determinati consolati europei) che hanno avuto un ruolo chiave nell’apertura di una serie di manovre d’influenza europea.

Si trattava di sottrarsi alla giustizia delle corti e dei tribunali di diritto islamico o ebraico del proprio paese per avocare il giudizio di un giudice di un tribunale europeo. Questo ovviamente non riguardava lo statuto personale, ma questioni che riguardavano ad esempio il commercio. E spesso ciò avveniva quando le controversie erano tra europei e ottomani, oppure quando in qualche modo si intuiva un possibile vantaggio nel farsi giudicare da un tribunale piuttosto che un altro. L’aggiunta delle corti di diritto europeo non viene considerata stravolgente per il sistema, data la già presente pluralità giuridica, ma soltanto una misura di adattamento e perfezionamento.

Un’altra forma di ingerenza fu l’introduzione del ruolo dei protetti, sudditi ottomani a cui, per varie ragioni, veniva conferito dai vari consolati lo status di protezione europea. Non acquisivano dei diritti particolari in madrepatria, ma gli veniva garantita una parità giuridica nei loro paesi d’origine in quanto cittadini europei (non pagavano nemmeno più le tasse, in quanto facevano riferimento ad un sistema di potere interno a quello ottomano, ma diverso rispetto a quello che riguardava il resto dei sudditi).

Negli ultimi anni precedenti alla spedizione militare che poi porta alla caduta dell’Egitto sotto sovranità inglese, si arriverà addirittura alla costituzione di una Commissione internazionale di gestione del debito (Francia, Inghilterra e Italia) che prende il controllo indiretto di interi apparati dello stato; ciò significava che una serie di decisioni di natura politico-amministrativa potevano essere realizzate solo a condizione di avere l’approvazione della Commissione del debito; si trattava di un enorme potere di condizionamento, simbolo della penetrazione europea che iniziava a condizionare la sovranità africana.

L'occupazione coloniale dell'Egitto

1882: l'Inghilterra interviene militarmente in Egitto bombardando Alessandria ed inviando un corpo di spedizione che occupa il paese. L’occupazione non avviene senza nessuna reazione da parte egiziana; ciò che scatena il casus belli egiziano è proprio una rivolta dal chiaro carattere antieuropeo, a seguito delle sempre maggiori ingerenze delle potenze negli affari ottomani.

In effetti, l’Inghilterra si presenta in Egitto con l’obiettivo di porre termine a questa rivolta e restaurare l’ordine pregresso ottomano. L’Inghilterra non sconfesserà mai l’appartenenza dell’Egitto all’impero, ma darà il via ad una logica di indirect rule (governo indiretto) al fine di preservare il sistema interno, svuotandolo tuttavia del proprio potere.

In questo processo di profonda lacerazione della società egiziana nei rapporti da un lato con l’impero e dall’altro con l’Inghilterra, ha inizio un principio di spinta nazionalista in risposta all’occupazione inglese, che ha come punto di riferimento l’essere egiziani, piuttosto che l’essere ottomani. Non si può ancora parlare, tuttavia, di nazionalismo moderno.

Prima di dare il via al proprio intervento, l’Inghilterra domanderà all’Italia un’operazione congiunta, una specie di partnership coloniale. La risposta dell’Italia, tuttavia, fu seccamente negativa. Questo ci dice tanto su come stava maturando la politica coloniale dell’Italia: c’era una sua rilevanza in Egitto, ma in quel momento non era disposta a partecipare all’occupazione in quanto era consapevole che, nel caso in cui l’Egitto fosse diventato una colonia, sarebbe stata una colonia inglese, non certo italiana.

L’Italia, dunque, costituiva già il ruolo di alleato secondario. Difatti, tutti i primi passi di colonizzazione italiana in Africa avvengono grazie all’intervento e alle garanzie degli inglesi.

La Tunisia e le riforme di Ahmad Bey

Anche in Tunisia, come in Egitto, vi è l’azione di una dinastia locale con l’obiettivo non di spingere verso una scissione dall’impero, ma di acquisire maggior potere all’interno di esso. Parliamo della dinastia husaynide (‘700-‘800), che prende il nome dal suo fondatore Husayn, iniziatore del moto riformista tunisino. In seguito, la guida di Tunisi verrà presa da Ahmad Bey (1837-1855).

Uno dei primi provvedimenti attuati è proprio la riforma dell’esercito, considerato il promotore di questo processo di modernizzazione (com’era successo, d’altronde, in Egitto); possiamo parlare di una corsa al riarmo come scenario degli anni ’30 dell’Ottocento, un periodo chiave in cui ha luogo anche l’occupazione francese della attuale Algeria.

C’era la necessità impellente di armarsi di fronte al desiderio d’espansione della Francia in nord Africa, ma senza chiedere aiuto al sultano ottomano, in quanto ciò avrebbe fatto cadere le ambizioni autonomiste del paese. Sempre in questi anni viene fondata la prima scuola moderna a Tunisi: prima vi erano solo quelle coraniche, dopo vengono introdotte le scuole politecniche, invenzione della Francia napoleonica, dove si insegnavano le scienze, discipline appartenenti al cosiddetto “sapere moderno”.

All’interno di questo processo fondamentale di rinnovamento, vengono anche aperti i primi ospedali. Possiamo, dunque, affermare che sono molti i punti di contatto tra il caso tunisino e quello egiziano; l’unica differenza riguarda la riforma dell’esercito, che in Tunisia non arriverà mai ad avere la portata che ha in Egitto. L’esercito tunisino non avrà mai una politica espansionistica tale da sfidare l’incolumità della Sublime Porta.

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Scienze politiche e sociali SPS/13 Storia e istituzioni dell'africa

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luciapasp di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'Africa mediterranea e orientale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pavia o del prof Morone Antonio Maria.
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