Psicologia sociale e ambientale (Prof. Marco Boffi)
Lezione 1 (14-02-22) Moduli A e B
Introduzione
Psicologia & psicologia sociale
La psicologia indaga i processi mentali associati a dei comportamenti: i comportamenti che attuiamo non avvengono perché governati da forze inspiegabili, ma sono il risultato di alcuni processi che avvengono nella nostra mente e che hanno ricadute relative all’interpretazione che diamo al mondo che ci sta intorno e al senso che vi attribuiamo come elaboriamo ciò che ci sta intorno per prendere delle decisioni che si trasformano in comportamenti.
Parlando in termini psicologici, il concetto di “mente” richiede una definizione puntuale per distinguerlo da quella di “cervello”; inoltre, il concetto di “mente” e il fatto che la psicologia sia una disciplina che studia la mente è qualcosa che è stato messo a fuoco solo negli anni ’60 e ’70 del 1900. La disciplina della psicologia è molto recente e, per convenzione, si ritiene che come disciplina moderna sia nata a fine ‘800: questo fa sì che nello statuto della disciplina molte cose siano ancora in via di definizione.
Spesso, nell’immaginario collettivo, l’enfasi viene posta sull’individuo, sul singolo: questa è una componente fondamentale per la psicologia, ma esiste tutta una dimensione relazionale per cui non si studia l’individuo nell’astratto soprattutto nella psicologia sociale si studia l’individuo in relazione al contesto in cui è inserito. È questa relazione che nella psicologia sociale diventa oggetto di studio.
Nell’immaginario pubblico, la psicologia è intesa come un ambito clinico per curare gli individui: questa non è in realtà l’unica componente, c’è infatti tutta una dimensione legata all’analisi del funzionamento della società e di quei contesti che esulano dalla condizione patologica di malessere.
Livelli della psicologia
La psicologia si può concentrare a diversi livelli nella descrizione del funzionamento della mente:
- Il livello neurofisiologico e delle funzioni di base: è la parte di psicologia che si concentra su alcune funzioni specifiche della mente: studia come alcune caratteristiche fisiologiche umane determinano i funzionamenti della mente, andando a descrivere alcune funzioni specifiche (memoria, attenzione, percezione attraverso i sensi, ecc.).
- Il livello individuale: non mi concentro più su un pezzo specifico della mente, ma guardo l’individuo nel suo complesso, ma sempre da un certo pov: ad es. ci focalizziamo sulla personalità, sul Sé personale, sull’identità, ecc. questi sono modi per descrivere l’individuo, ma sono modi parziali. Prendendo ad es. il concetto di “identità”, esso è stato messo a fuoco pochi decenni fa: riguarda il modo in cui noi percepiamo noi stessi e il modo in cui ci sentiamo riconosciuti dagli altri. Ci sono diversi tipi di identità che contribuiscono a comporre l’identità complessiva: una dimensione soggettiva, una legata al ruolo sociale, una legata ai luoghi, ecc. se qualcuno si deve presentare, tipicamente fa riferimento a tutta una serie di caratteristiche che ritiene rappresentative: ad es. aspetti della personalità, aspetti di appartenenza che riguardano la dimensione identitaria e che definiscono la relazione con un contesto (genere, nazionalità, professione, ecc.), e via dicendo.
- Il livello dei piccoli gruppi: esempi tipici sono gruppi famigliari, amicali, scolastici, di lavoro, ecc. Sono gruppi numericamente contenuti, in cui ciascuno di noi è inserito nella propria quotidianità. Ci avviciniamo allo specifico della psicologia sociale: spiegare quali sono le dinamiche che si creano in questi gruppi, ad es. come si formano, quali sono le relazioni tra i membri al loro intorno, quali influenze hanno sui comportamenti degli individui, ecc.
- Il livello dei grandi gruppi: cambiano totalmente le dinamiche rispetto ai piccoli gruppi, non si tratta più di interazione diretta ma entrano in gioco delle dinamiche su altre scale. Esempi tipici sono le nazioni, le culture di appartenenza, ecc.
L’immagine soprastante cerca di restituire lo schema di livelli di cui abbiamo parlato. Lo schema cerca di sintetizzare i temi su cui si può soffermare la psicologia: al centro abbiamo l’individuo con le sue variabili, che possono essere studiate individualmente o in relazione ai sistemi in cui esso è inserito. Possiamo concentrarci sul microsistema, il mesosistema, l’esosistema e il macrosistema. Tutto questo non è stabile nel tempo, infatti le relazioni tra tutti gli elementi cambiano nel corso del tempo, tenendo conto sia del tempo individuale (la relazione che un individuo ha con tutti i sistemi cambia in base alla sua età) e sia del tempo collettivo (cambiamento collettivo della società e della cultura).
Ciò che vedremo in questo corso saranno alcuni aspetti legati all’individuo ma sempre rivolgendoci ai sistemi circostanti, in particolare il macrosistema (aspetti legati al Sé, concetto influenzato dall’appartenenza culturale dell’individuo).
Le aree della psicologia
Tutti questi livelli possono essere tagliati trasversalmente da diverse aree di studio della psicologia: ci sono alcune collocazioni privilegiate, ad es. la psicologia sociale predilige un’analisi a livello di piccoli e grandi gruppi (ad es. ambiti famigliari, lavorativi, ecc.), mentre la psicologia generale è più interessata alle funzioni di base del singolo individuo. Esiste poi la psicologia dello sviluppo, che studia il cambiamento della persona nelle sue fasi della vita; un altro ambito è la psicologia clinica, che approfondisce ambiti legati al malessere nelle persone. Queste aree non sono tagliate di netto, ma i ricercatori possono muoversi più nello specifico nei filoni oppure muoversi più a cavallo tra diverse aree.
La psicologia sociale
Il termine chiave per indicare l’oggetto di studio della psicologia è la mente, vista come principio organizzatore: non solo elabora le informazioni, ma è l’unico modo che noi abbiamo per dare un senso a ciò che ci succede. La differenza tra la psicologia sociale e la sociologia sta nell’enfasi data al concetto di “mente”. NB: il concetto di “mente” è ciò che separa la psicologia dalle altre discipline, è ciò che contraddistingue la psicologia generale, mentre nello specifico la psicologia sociale indaga come la mente ci permette di dare un senso a tutte le esperienze di interazione e di relazione che abbiamo con l’ambiente in cui ci muoviamo: si interessa di spiegare come, attraverso i processi mentali, interpretiamo ciò che abbiamo intorno, dandogli un senso.
Mentre la psicologia generale si concentra sul funzionamento della mente nel senso di elaborazione di un’informazione, la psicologia sociale enfatizza come ciò che avviene nella nostra mente sia influenzato fin dall’inizio dal contesto sociale intorno a noi: la mente non è un’entità astratta che funziona sempre allo stesso modo, ma per capire la mente bisogna sempre tenere in considerazione il contesto sociale esterno all’individuo. Questo contesto si potrebbe anche escludere, ma nell’ambito della psicologia sociale così facendo si snaturerebbe l’oggetto di studio.
Andando a studiare la mente ponendo maggiormente l’enfasi sull’interazione e sul contesto sociale, sicuramente si perderanno dei dettagli e delle informazioni, ma si otterrà una descrizione ecologicamente più valida, cioè più vicina a quello che davvero succede nella realtà. Validità ecologica = quanto i risultati di uno studio, di una ricerca, ecc. sono in grado di descrivermi qualcosa che sia il più vicino possibile a ciò che succede nel mondo reale. Più è alta la validità ecologica, più i risultati sono preziosi.
Lezione 2 (15-02-22)
Storia e teorie della psicologia
L’evoluzionismo darwiniano (fine ‘800 – inizio ‘900)
Darwin non è uno psicologo ma ha definito alcuni concetti chiave nell’osservazione del comportamento degli animali e ha tratto delle conclusioni che ci permettono di fare delle osservazioni anche sul comportamento umano: ha colmato quella distanza che vi era prima tra uomo e animale, andando a chiarire come l’uomo sia esso stesso un animale. Quindi sono delle osservazioni fondamentali per la psicologia.
Darwin osserva dei comportamenti in diverse specie animali, andando a descrivere come una serie di comportamenti siano risposte di una determinata specie per soddisfare dei bisogni primari. L’idea di Darwin è che ci siano delle variabilità di comportamenti osservabili in una determinata specie, poiché tali comportamenti non sono determinati a priori da un disegno più alto e da una progettazione naturale fissa; ci sono infatti delle variabilità e ci sono dei comportamenti più vantaggiosi per la data specie e che quindi sopravvivono con un meccanismo di selezione, da una generazione all’altra, questi comportamenti si stabilizzano diventando prevalenti, con tutta una serie di varianti minoritarie. Se una di queste varianti minoritarie risulta essere più vantaggiosa rispetto al comportamento al momento predominante, il vantaggio di quella variante darà maggiori chance di sopravvivenza agli esemplari che la adottano così, faranno ereditare alla progenie quel comportamento, il quale potrà in seguito diventare a sua volta il comportamento predominante. Si parla di coping: la capacità di un soggetto di far fronte a un determinato bisogno, adottando una strategia comportamentale o psicologica per riuscirci.
Gli studi di Darwin sono del tutto innovativi, infatti tolgono l’uomo dal piedistallo su cui si è eretto per portarlo al pari livello degli altri animali; oltre a ciò, egli ha evidenziato come il funzionamento del mondo naturale non è statico e immutabile, ma è in continuo divenire. Il meccanismo di selezione naturale descritto sopra, a cui segue l’evoluzione della specie, ci dicono che non viviamo in un mondo immutabile ma in continuo divenire.
Il punto centrale di Darwin è l’osservazione del comportamento del singolo e come esso possa essere agganciato alle dinamiche della collettività in senso ampio. Dal punto di vista del metodo, alcuni di questi principi sono stati adottati anche in psicologia anche in anni molto successivi e ancora oggi.
In alcuni casi, si arriva all’estremo del darwinismo sociale, per cui ci sono autori che applicano rigidamente questo meccanismo, dicendo che, se noi trasferiamo sulla specie umana questa osservazione, si conclude che, se alcune popolazioni umane acquisiscono dei vantaggi, è perché hanno imparato ad adottare comportamenti più vantaggiosi. Questi principi hanno ispirato una parte di psicologia evoluzionistica che tende a leggere la diffusione di alcuni comportamenti proprio in termini selettivi, senza sfociare nell’estremo.
Psicoanalisi e dinamiche inconsce (fine ‘800 – inizio ‘900)
Un altro contributo è stato quello di Freud, dirompente per l’epoca e che ha superato gli stretti confini della disciplina, per andare a impattare sulla società tutta. Freud, attraverso la sua attività clinica e le osservazioni sui pazienti, è arrivato a teorizzare che il comportamento dell’individuo non è spiegato solo da una serie di criteri razionali, ma ci sono delle dinamiche inconsce (= non conosciute dalla persona stessa soggetta ad esse) che hanno un’enorme influenza su di esso.
Contrariamente da quello che si pensava all’epoca e che contribuiva a ritenere speciale l’uomo rispetto agli altri animali, il nostro comportamento non è guidato da logiche razionali, ma in buona parte è guidato da azioni dinamiche che sono al di sotto del livello della nostra coscienza (metafora dell’iceberg): c’è solo una minima parte che è conscia. In un’epoca in cui si tendeva a leggere il comportamento umano come qualcosa di diverso da tutto il resto di ciò che esisteva al mondo, queste osservazioni furono totalmente destabilizzanti, perché allora ognuno di noi non è per niente in grado di controllare i propri comportamenti.
Oggi, chi si occupa di psicologia clinica e cura del malessere non applica alla lettera gli studi di Freud, poiché la disciplina è più avanzata e ha superato la modellizzazione teorica originaria, ma sicuramente è stato un contributo che ha segnato in modo fortissimo la disciplina.
Il comportamentismo (1913 – anni ’60)
Il comportamentismo è stato un passaggio fondamentale, una scuola di pensiero psicologica che ha dominato in modo prevalente per parecchi decenni; è stato considerato per parecchi anni come l’unico orizzonte disponibile per fare ricerca nella psicologia (c’erano ovviamente anche altri pensieri, ma l’importanza del comportamentismo era molto maggiore).
L’idea di fondo del comportamentismo è che l’oggetto di studio della psicologia è il comportamento: per poter fare uno studio scientifico e valido sull’essere umano, bisogna limitarsi a studiare ciò che è completamente osservabile, mentre tutto ciò che non lo è deve rimanere al di fuori dell’ambito della psicologia perché sarebbe ascientifico e diminuirebbe il valore dei risultati raggiunti.
Una delle figure principali del comportamentismo è stato Watson. Questo pensiero nasce negli USA, in una società caratterizzata da un forte sviluppo tecnologico ed economico. L’idea di fondo è il cosiddetto “paradigma stimolo-risposta”: posso semplificare il comportamento umano riconducendolo all’osservazione di una serie di stimoli che arrivano ad una persona, ai quali essa dà una risposta in termini comportamentali. La complessità del comportamento umano è data dal fatto che noi riceviamo tanti stimoli contemporaneamente. Ma se da un pov sperimentale riesco a creare una situazione con un solo stimolo e osservo la risposta, riesco a descrivere quel comportamento; andando a fare delle piccole modifiche allo stimolo, posso osservare delle risposte leggermente diverse e con l’insieme delle osservazioni potrò ricostruire l’intero comportamento che consegue a quello stimolo.
Uno degli aspetti centrali del comportamentismo è il rifiuto di andare a indagare la mente: oggi questo appare paradossale perché abbiamo detto che ciò che distingue la psicologia dalle altre discipline è proprio lo studio della mente. La mente è considerata una black box, non è osservabile e conoscibile, poiché non possiamo misurare direttamente cosa c’è nella mente: qualunque indagine su questa black box diventa ascientifica. Allora, ci rifacciamo esclusivamente a ciò che vediamo, cioè il comportamento.
Gli studi di Pavlov sono rappresentativi di questo tipo di approccio: condusse degli studi sui cani, ponendo uno stimolo (cibo) e osservando delle reazioni comportamentali, come ad es. la produzione di saliva o di bile. È una visione che tende a semplificare molto la questione psicologica, possiamo infatti parlare di condizionamento semplice di Pavlov.
Il neocomportamentismo (anni ’30 – anni ’50)
A un certo punto, nel paradigma comportamentista arriva lo studioso Tolman, che introduce il concetto della variabile interveniente fece degli esperimenti con i topi, testando la loro capacità di costruirsi delle mappe dei luoghi, usando dei labirinti fatti di scatole: vedeva così quanto ci mettevano i topi a uscire dal labirinto. Questo era un classico esempio di paradigma stimolo-risposta.
A un certo punto, nel 1932, Tolman fa una variazione dell’esperimento: riempie il labirinto d’acqua. Dal pov del paradigma stimolo-risposta, è stato cambiato lo stimolo: la forma del labirinto rimane uguale ma lo stimolo cambia, in quanto ora il topo deve galleggiare nell’acqua (stimolo: non più pavimento + pareti, ma acqua + pareti). Per il paradigma comportamentista, a questo punto il topo dovrebbe ricominciare daccapo a costruirsi le mappe, dato che è cambiato lo stimolo: questo però non accade, infatti il topo conosce già la strada ed esce subito dal labirinto questo esito, all’epoca, poneva un grave problema, per spiegare come mai il comportamento rimanesse uguale nonostante lo stimolo diverso. La soluzione la si trova aggiungendo, tra lo stimolo e la risposta, un terzo elemento, cioè la variabile interveniente: è vero che la mente è una black box di cui la psicologia non si occupava, ma era evidente che qualcosa in tale scatola nera fosse successo, poiché non era stato necessario un nuovo processo di apprendimento da parte del topo. Si è allora iniziata a formulare l’ipotesi che nella mente esista una sorta di mappa, detta mappa cognitiva, per cui, anche se cambia lo stimolo, essa rimane valida e non c’è il bisogno di ripetere l’apprendimento. Questo tipo di risultati inizia a scardinare il paradigma comportamentista e si apre così un filone di studi che si concentra sugli aspetti cognitivi, detto cognitivismo.
Dal comportamentismo al cognitivismo
Ci sono diversi autori, tra cui Hebb, che a partire da questi primi studi dicono che l’idea di variabile interveniente ci dimostra che nella black box della mente ci sono dei meccanismi di funzionamento, come degli algoritmi, che descrivono il modo in cui pensiamo e che quindi prescrivono il nostro comportamento: il funzionamento di questi algoritmi è strettamente connesso al modo in cui funziona il nostro sistema nervoso centrale. Bisogna ripensare l’idea che la mente non sia conoscibile, perché appunto essa funziona tramite meccanismi fisicamente depositati nel sistema nervoso centrale, cioè il cervello. Ciò significa che il cervello...
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