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Sociolinguistica: lingua e comunicazione nel contesto sociale

Contenuto del corso

  • La comunità linguistica
  • Il repertorio
  • Il plurilinguismo
  • Il dialetto
  • Come cambia nell’uso sociale la lingua
  • Variazione diacronica attraverso il tempo, sincronica in posti diversi usiamo la stessa lingua in modo diverso
  • Livelli micro e macro linguistici
  • Come è la situazione linguistica in Italia: dialetti e minoranze
  • Standardizzazione della lingua, le fasi e il processo e come l’italiano lo è diventato
  • Variazione diastratica e la stratificazione sociale
  • Il caso italiano
  • Scelte linguistiche di un singolo che vanno oltre una lingua
  • Lingue speciali

Sociolinguistica e variazione linguistica

La sociolinguistica è una disciplina che guarda la lingua non dalla struttura, ma per come si evolve e nella situazione sociale. Studia i rapporti tra lingua, nella sua variabilità e la società. La variazione è un punto centrale della sociolinguistica perché delle strutture nuove della lingua, che potrebbe essere un errore oggi, fa parte della variazione della lingua e quando si afferma abbiamo un elemento nuovo. All'inizio è una tra tante, poi si consolida. C'è una variazione sincronica quando diatopica, si introduce e poi diventa stabile nel tempo, si consolida. Si divide in: diastratica, diamesica e diafasica.

Es. Le forme che i bambini applicano alle parole a seconda delle regole applicandole spariscono con il tempo e l’istruzione. Alcune si affermano e rimangono nel parlato.

Es. Je ne mange pas. Le forme rafforzative della negazione usate anche in italiano.

Es. Non vedo un tubo. Vogliono dire qualcosa di materiale.

La variazione diacronica, variazione attraverso il tempo definita anche mutamento linguistico. Non è automatica. Come l’ingresso dei prestiti stranieri. È una questione di sensibilità culturale e sociale.

Lingue e comunità

I poli di riferimento costanti della sociolinguistica sono il linguaggio e la società. Ogni comunità linguistica ha un certo repertorio linguistico: si intende l’insieme delle lingue parlate nell’ambito di una comunità. Tale concetto presuppone la delimitazione di una comunità linguistica. Corrisponde all’insieme delle risorse linguistiche a disposizione di una comunità o di un parlante. Un repertorio linguistico comprende non solo la somma delle lingue parlate nell’ambito della comunità, ma anche:

  • I rapporti gerarchici esistenti tra queste varietà;
  • Le norme di impiego che regolano il comportamento linguistico;
  • Gli atteggiamenti linguistici dei parlanti.

Non è solo dire quali lingue conosco, ma significa avere a disposizione delle lingue e considerarle anche nella loro modalità di distribuzione. Nell’ambito di ogni comunità infatti i codici tendono ad organizzarsi secondo una gerarchia ed a suddividersi del vivere sociale, come la famiglia, il lavoro, il quartiere.

Macro e micro linguistici

La sociolinguistica opera su due piani: a livello macro= risorse linguistiche comunità, a livello micro= singolo parlante. Nel primo caso si parla di repertorio con il quale non si intende la semplice somma delle lingue o delle varietà di lingua presenti all’interno di una certa comunità. Nel primo caso legato ad un insieme. Se noi possiamo definirci comunità linguistica, esiste un repertorio di lingue che tutti i membri del gruppo condividono. Anche le comunità che a prima vista possono apparire monolingui presentano in realtà una strutturazione di tipo più complesso.

Si pensi infatti che attualmente nel mondo esistono circa 220 nazioni, mentre le lingue parlate sono più di 5000: l’esistenza di comunità monolingui rappresenta evidentemente un’eccezione, anziché la regola. Plurilinguismo.

Individuo, nel secondo di ovvero nell’insieme di lingue o di varietà di lingua parlate da un singolo individuo. Esso è una sottoparte del repertorio di una comunità a cui un individuo appartiene: nessun parlante normale è in grado di possedere l’intera gamma di varietà presenti nella comunità parlante. Repertori plurilingue.

L’atteggiamento significa la disposizione che uno ha verso le lingue, che può essere quella di pensare che una minoranza possa inferire negativamente sul lavoro. Si possono distinguere vari tipi di repertorio plurilingue, sulla base dei rapporti reciproci tra le diverse varietà linguistiche.

Un aspetto molto importante è che le diverse varietà di lingua si collocano nel repertorio non tutte sullo stesso piano e intercambiabili, ma occupano ciascuna un settore. Abbiamo conoscenze attive e passive di lingue. Non esistono repertori linguistici monolingue. A seconda del tipo di rapporto che si instaura tra le lingue o le fondamentali varietà di lingua e della loro distribuzione negli usi, e negli atteggiamenti, della comunità sono stati individuati quattro tipi di repertorio linguistico:

Tipi di repertorio linguistico

  1. Bilinguismo o plurilinguismo: definito comunitario, si ha quando le lingue compresenti non sono in rapporto di gerarchia né hanno differenziazione funzionale (se le lingue sono più di due: plurilinguismo o multilinguismo).

    Es. inglese e francese in Canada. È una condizione diffusa nel mondo ma che ha un atteggiamento linguistico differente nelle varie parti del mondo. Solo raramente ha riconoscimento nel mondo occidentale (a causa della ideologia ottocentesca sull’unità di lingua, cultura e nazione) è visto in modo strano e problematico; siamo gli eredi di coloro che aveva il mito di “una nazione un popolo, una moneta”. Il tema dell’identità nazionale fece sì che una doppia lingua fosse vista in modo negativa. Nella seconda metà dell’Ottocento ha portato elementi positivi. In Asia e Africa invece è una ricchezza di una comunità. La vivono come una potenzialità il conoscere poco anche un’altra lingua. Distinguiamo quindi il plurilinguismo di diritto, nei paesi come India e Svizzera e quello di fatto (come l’Italia). Noi viviamo il parlare un’altra lingua un momento in cui siamo giudicati. Viviamo un bilinguismo di fatto ovvero casuale. In Italia è noto solo in poche regioni del nord, in cui convivono lingue di paesi confinanti per motivi economici. Distinguiamo poi il bilinguismo:

    • Endogeno: quando la compresenza di lingue è dovuta alla tradizione.
    • Esogeno: quando la compresenza nella comunità è dovuta a contatti e immigrazioni.
  2. Diglossia: si riferisce al repertorio di una comunità in cui sono presenti almeno due varietà della medesima lingua, una varietà bassa (low variety), ed una varietà alta (high variety) con una distribuzione funzionale di tipo complementare. All’inizio ’59, Ferguson afferma che il sistema viene applicato all’arabo, alto e locale, al greco, che avevano una diversa distribuzione e diverso utilizzo in diversi contesti. Secondo la nozione classica di diglossia tra le due lingue deve essere una parentela, distanza strutturale, devono essere differenziate in modo chiaro e distribuite in modo complementare nella società, una gode di prestigio l’altra no. Nella diglossia quindi le due varietà presentano:

    • Parentela genealogica;
    • Distanza strutturale;
    • Distribuzione complementare degli usi;
    • Differenze nella codificazione e standardizzazione -> prestigio.
  3. Dilalia o lingua con dialetti, si intende un repertorio simile alla diglossia, nasce come definizione per spiegare una gerarchia meno definita rispetto alla prima, perché le due varietà linguistiche sono strutturalmente distanti e funzionalmente distinte (i “dialetti” come in Italia sono sistemi linguistici diversi dalla lingua nazionale) in cui però non c’è una netta divisione tra usi alti e bassi. I parlanti bilingui possono scegliere in ogni situazione quale lingua usare, alternando la lingua a seconda dell’interlocutore, argomento... La scelta può essere determinata dal tipo di dominio, dalla situazione comunicativa... A differenza della diglossia la varietà alta è diffusa anche nella conversazione ordinaria e dunque invade i domini/le funzioni della varietà bassa. Si tratta della tipica situazione dell’Italia tranne che per il Lazio e la Toscana -> bidialettismo. Bidialettismo: un altro caso particolare di diglossia si ha quando sono compresenti due varietà della stessa lingua (in Toscana e Lazio), varietà alta e basse coesistono. In queste due regioni si è stabilito che le lingue sono sostanzialmente vicine all’italiano, la distanza strutturale dell’italiano e di quei dialetti è troppo bassa. Quando la distanza strutturale tra due lingue è bassa i parlanti di una lingua conoscono anche l’altra ne consegue che sono una varietà della stessa lingua. Se con dialetto intendiamo il fatto che esso e una varietà di una lingua, abbiamo lo stesso modo che hanno gli inglesi. Es. Dialet- varietà locale della lingua x. Per noi sono lingue diverse.

Diglossi dilali bidialettisma a oa) Sensibile diversità strutturale tra i sì sì no sistemi(A, varietà alta e B varietà bassa)b) Uso di entrambi i sistemi A e B no sì nonellaconversazione quotidianac) B è la varietà della socializzazione sì no noprimariaD) Chiara differenziazione funzionale sì sì no (?)tra A e BSocializzazione primaria: fase della crescita dell’uomo in cui si passa dallafamiglia chiusa alla scuola. Tema del repertorio individuale: dimensione microsociolinguistica del repertorio.

Conclusioni sulla sociolinguistica

Prestigio: valutazione sociale positiva verso qualcosa. Attraverso gli atteggiamenti si costruiscono delle valutazioni che danno prestigio al contrario stigma, dare valutazione negativa, a certe cose. La lingua riceve delle valutazioni di prestigio o meno. Dal punto di vista linguistico, potremmo dire che il numero delle lingue è alto perché include il dialetto. La loro differenza sta nel prestigio; ci sono lingue che hanno prestigio perché usate nel contesto sociale più ampio, ma è anche vero che in alcune comunità ha prestigio il dialetto. Non è una questione automatica, va vista nel singolo e nella comunità. Dare o meno prestigio non è un’operazione politica dall’alto, ma se non viene portata avanti dalla gente esso non esisterebbe.

All’interno del repertorio italiano di oggi si hanno in linea di massima tre dialetti, minoranze linguistiche l’italiano categorie: i le (comunità), nelle sue varietà (come lingua (iperonimo) o della lingua (es. una varietà di toscano).

Dialetto

Una definizione formale di dialetto (rispetto a lingua è abbastanza problematica: in base a caratteristiche esclusivamente linguistiche è impossibile dire se una determinata varietà sia un dialetto o una lingua; le differenze tra lingue e dialetto si pongono invece a livello funzionale, sociale e comunicativo. Il dialetto, ad esempio, è sempre subordinato sociolinguisticamente ad una lingua. Come nozione polisemica (ci sono diversi usi molto legati tra loro ma con differenze sostanziali) nel contesto delle aree; in Italia sono varietà linguistiche, dette lingue locali, nate a partire dal latino, così come il toscano (si è standardizzato) mentre le altre lingue locali non hanno seguito questo percorso. Alcune di queste ebbero importanza nel panorama letterario italiano. In inglese il dialect è un sinonimo di varietà di lingua (per esempio l’italiano parlato da un napoletano non costituisce per noi un dialetto ma un’altra cosa, in inglese è considerato dialect); la nozione di dialetto come sociolinguistica (in termini di linguistica come studio delle strutture che formano la lingua non ci sono strumenti che individuano un dialetto sulla base delle sue strutture) dobbiamo renderci conto che è una lingua parente di un’altra sebbene non sia nazionale, ne condivide comunque l’origine ma soprattutto c’è un fatto sociale, sono subordinati all’italiano.

Varie interpretazioni di dialetto:

  • Nella realtà linguistica inglese si riferisce ad una varietà subordinata di una lingua (l’inglese). Un dialetto regionale è una varietà della lingua associata ad un luogo (es: il dialetto dello Yorkshire è la varietà di inglese parlata in quel territorio). La situazione tedesca è, per certi aspetti, simile a quella inglese: il dialetto bavarese è una varietà di tedesco;
  • Nella realtà italiana, al contrario, i dialetti non sono varietà dell’italiano, in quanto si sono sviluppati in parallelo ad esso: sono lingue che non hanno avuto “successo” nel senso che non hanno avuto standardizzazione;
  • Nella realtà francese la distinzione sul piano terminologico dialecte è ancora diversa: è una varietà regionale scritta con una propria patois, letteratura, mentre si definisce una varietà regionale non scritta. Dialecte e patois si riferiscono a lingue distinte dal francese standard, mentre le varietà regionali del francese (del Belgio, Canada …) sono appunto varietà di quella lingua. Ricordare: dialetti italiani, lingue diverse, non varietà dell’italiano. Quindi è corretto parlare di “dialetti d’Italia” o “parlati in Italia”, e NON di “dialetti italiani” o “dialetti dell’italiano”.

La lingua tetto è una lingua sovraordinata (socialmente e funzionalmente) ad un insieme di varietà linguistiche non standard in rapporto di parentela genetica e di una certa distanza strutturale. Il concetto di continuum è il concetto per cui le varietà romanze derivate dal latino non sono identificabili in maniera netta ma continua. La distanza tra il lombardo e il salentino è abissale, ma c’è comunque distanza anche tra lombardo e piemontese. La diversità sta nei tratti che non condividono e per differenziarle si usa il concetto di isoglossa, ovvero una linea geolinguistica su una cartina e definiamo che a partire da quella linea non condividono gli stessi tratti.

I dialetti parlati sul nostro territorio sono definiti sul piano geolinguistico italo-romanzi (cioè lingue romanze parlate in Italia) e sono individuati e raggruppati sulla base di più criteri che assommano fattori extralinguistici (geografici, storici) con fattori linguistici interni, sia di tipo diacronico (es. distanza dal latino) che sincronico (differenze strutturali). I raggruppamenti dialettali che ne derivano sono rappresentati nella carta. Innanzitutto occorre osservare che tutti i dialetti rappresentati sono accomunati dal fatto di avere l’italiano quale lingua tetto, ovvero dal fatto di riconoscere nella lingua italiana la lingua di cultura di riferimento. Partendo dall’Italia nord-orientale, occorre osservare che ladino friulano e dialetti sono in generale considerate delle lingue romanze a parte. Insieme alle parlate engadinesi e grigionesi della Svizzera Romancia, formano un sottogruppo di lingue neolatine che gli studiosi sono soliti chiamare retoromanzo, al fine di sottolineare il comune sostrato retico. Ladino e friulano sono varietà estremamente conservative, che hanno mantenuto tratti tipici delle varietà di latino parlate in quei luoghi, ad esempio, l’opposizione vocali lunghe vs. vocali brevi, che è invece andata perduta in tutti gli altri dialetti della penisola.

La prima distinzione è quella di macroaree dialettali (area dei dialetti settentrionali che si spinge fino all’isoglossa, La Spezia-Rimini e che li distingue dai dialetti centrali – toscani e mediani), (la seconda isoglossa distingue i dialetti centrali da quelli meridionali, dove ci sono anche i dialetti meridionali estremi); i dialetti settentrionali in generale sono accomunati dalla lenizione si indebolisce la consonante occlusiva, palatalizzazione un suono muta verso un suono più palatale, assibilazione (sviluppo di qualcosa sibilante).

Dei dialetti gallo-italici, settentrionali si identifica un gruppo principale dei dialetti che sono sì dialetti italiani ma hanno alla base il fatto che nei loro territori hanno vissuto per tempo popolazioni galliche con un sostrato celtico (sostrato è un insieme di tratti linguistici ereditati da una lingua) questi si distinguono fortemente dal veneto che non ha vocali finali che cadono e perché non ha vocali centralizzate lombardo e non si palatalizza nulla. Il lombardo al contrario ha queste palatalizzazioni e si parla di rotacismo (un suono che diventa una vibrante). Si passa poi al dialetto ligure l’emiliano in cui si ha un certo tipo di esito di palatalizzazione, e il romagnolo hanno un tratto che caratterizza tutta l’area adriatica che è la palatalizzazione di “a”, cadono le vocali anche nel mezzo delle parole toscani gorgia, (tortellini-turtlen). I dialetti hanno la cosiddetta i suoni sifricatifizzano (pipa), evoluzione del sistema vocalico (eptavocalico: sette umbre vocali). Le zone hanno il fenomeno di assimilazione in cui il primo suono modifica il secondo, proseguono la palatalizzazione della “a”. Il marchigiano ha gli infiniti in “a” (correre-cora); in Umbria c’è la ritrazione dell’accento nei dittonghi che si monottongano. Nel settentrionale avviene dell.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mela1912 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e sociolinguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Molinelli Piera.
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