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Si può educare all’estetica?

A questa domanda ci si avvicina con discorso che presenta queste coppie di opposti:

  • 1. Arte-tecnica, si considerano spesso opposte: arte deriva dal latino “ars” che traduceva una complessità di significati raccolti in greco dal termine “techne”, nel mondo greco però ciò che veniva chiamato arte corrispondeva a quello che noi chiamiamo artigianato, quindi mestieri che hanno a che fare con tecniche di produzione, capacità di fare secondo regole precise. Il concetto di arte concerneva non l’ispirazione o attività irrazionale ma attività umana che si compie secondo regole dettate dallo studio e dall’esperienza, quindi un saper fare ordinato acquisito con opportuno tirocinio. Concetto di arte che appartiene all’età classica ma che oggi appare generico e confuso e anche medievale, e sopravvive fino all’età moderna, i filosofi il cui studio rimane nell’estetica sono Aristotele e Tommaso d’Aquino [“arte come retta norma delle cose da farsi”]. Definizione che costruisce uno scenario uniforme per tutto questo periodo pur con tutte le varianti che si sviluppano in questo scenario: arti liberali e meccaniche o servili, le prime sono quelle arti superiori in quanto connesse all’intelletto, mentre le altre inferiori perché legate al lavoro manuale. Guardando queste accezioni antiche di arti, capiamo il punto di stacco della nostra mentalità, noi tra le arti belle intendiamo arti che hanno rapporto costitutivo con la bellezza e con l’ispirazione dell’artista oltre la tecnica. Inoltre, riteniamo che abbia una finalità propria, l’unico suo scopo è quello della bellezza, quindi questo nostro modo di pensare l’arte è quasi un dato culturale immediato, per noi è naturale e condivisibile e si struttura però solo verso la metà del 700 quando nasce il sistema delle belle arti, è un gruppo compatto e omogeneo di arti appunto “belle”. Nella riflessione della filosofia però emerge la specificità di alcune arti, in particolare della poesia, di essere legate prima che all’idea di tecnica all’idea di arte musica, ossia l’arte delle muse, che nascoste nella loro nebbia cantavano ammaliando i marinai. “Il canto bello delle muse” di Esiodo è la sorgente della poesia: civile e sociale [instaurare concordia tra uomini ispirando le parole del sovrano] e esistenziale [consola i mortali, rasserena l’uomo di fronte all’idea di morte].
  • 2. Pratiche artistiche-educazione estetica;
  • 3. Esperienza estetica-diversità culturale;

Estetica e filosofia dell’arte

L’estetica e la filosofia dell’arte sono modalità della filosofia ma non sono filosofia allo stesso modo, la prima è una disciplina filosofica, come la metafisica o ontologia, la teoria della conoscenza, la logica e l’etica. Gli studiosi di queste discipline infatti non si occupano di una parte della filosofia ma di fare tutta la filosofia, dell’intero filosofico dal punto di vista etico, estetico, logico, metafisico ecc. mentre la filosofia dell’arte ha un sapere specifico che pone in questione qualsiasi cosa simbolica che rinvia al di là della realtà [estetica modalità di fare filosofia, filosofia dell’arte è una parte della filosofia].

Alexander Baumgarten in “Meditazioni filosofiche sulla poesia” del 1735 ipotizza che, così come esiste una scienza dei contenuti intellettuali [ossia la logica], allo stesso modo dovrebbe esistere una scienza dei dati sensibili che si chiamerebbe estetica. Poi, nel 1750 scrive una seconda opera “Estetica”, dove ne dà una definizione ritenuta universale, definisce l’estetica infatti come la scienza della conoscenza sensitiva e subito dopo ne mostra un’articolazione complessa:

  • Teoria delle arti liberali;
  • Gnoseologia inferiore [non intellettuale ma sensoriale];
  • Arte del pensare in modo bello;
  • Arte dell’analogo della ragione;

La descrive quindi come logica del sensibile, ovvero studio e organizzazione di quanto nella sfera del sentire corporeo costituisce una forma di conoscenza che non può essere la ragione, ma solo qualcosa di analogo e ad essa “inferiore”. Intende un insieme di capacità umane pensate tradizionalmente come inferiori al sapere intellettuale, per il maggiore radicamento nel corpo, quindi potenze di pensiero che non possiedono la perfezione della ragione ma sono analoghe ad essa, come l’intuito, l’immaginazione, la memoria, il gusto. Di questa definizione emergono sia le arti del pensare sia la bellezza, è quindi scienza della conoscenza e così la pone in stretta connessione con la logica, mentre però questa tratta della conoscenza chiara e distinta che sfocia nelle scienze, l’estetica ha a che fare con la conoscenza chiara e confusa che sfocia nelle arti.

Per Leibnitz, maestro di Baumgarten, la conoscenza sensibile è chiara e confusa mentre la logica chiara e distinta, tra livello sensibile e quello razionale non c’è però una contrapposizione, solo una crescita scalare nella conoscenza delle note distintive dell’oggetto, quindi delle caratteristiche proprie dell’oggetto [una conoscenza chiara riconosce il proprio oggetto, con una conoscenza oscura invece ho l’immagine di riconoscerlo in tutte le sue caratteristiche]. Le conoscenze chiare possono essere confuse: ho l’immagine ricordo di un oggetto ma non saprei riprodurre nella mia testa, a differenza delle conoscenze distinte. L’estetica quindi come disciplina filosofica nasce come profilo plurale, che contiene in sé una dottrina della conoscenza sensitiva, una dottrina dell’arte e una dottrina della bellezza.

A proposito della nascita dell’estetica, un ruolo fondamentale è quello giocato da Immanuel Kant, il quale compie un’impresa fondativa pari a quella di Baumgarten, ma invece di basarsi sulla conoscenza sensitiva si basa sul gusto, considerato come elemento di una specifica forma di giudizio e di critica. Questa è una differenza sostanziale perché Baumgarten inserisce il gusto nell’analogo della ragione, la vastità e la pervasività del movimento culturale del movimento del Romanticismo fu tale che quello che venne maturato dagli autori romantici rimase fino all’inizio del 900 come la mentalità comune. Per questi autori l’estetica viene a coincidere con:

  • Modo metafisico di considerare l’arte;
  • Riflessione che si interroga su come definire ciò che chiamiamo arte secondo l’esperienza della valutazione della bellezza delle opere;

Per loro quindi parlare di estetica significa parlare di filosofia dell’arte e parlare di filosofia dell’arte significa parlare di bellezza e di opere d’arte, e quindi opere belle, concezione poi diffusa anche nell’opinione comune. Alla domanda però “cos’è arte?” si apre un dibattito ancora vivo oggi, una Madonna senese ad esempio era un oggetto di culto e quindi non aveva alcuna finalità di bellezza ma per noi è arte, con Duchamp questa idea viene estremizzata attraverso il pisciatoio.

Estetica, arti, estetizzazione

Abbiamo inteso come significato originario di estetica la conoscenza sensitiva o sensibile, concetto elaborato da Baumgarten sul calco del termine greco aistesis che vuol dire percezione o sensazione, connesso al verbo aitzo ossia respirare. Percepire è quindi un accorgerci di essere vivo, per i greci di Omero la coscienza si identifica al respiro connesso alla respirazione sanguinea, e con il respiro vengono coinvolte le emozioni. Il sentire è un inspirare attraverso il principio vitale che ha la propria sede fisiologica nei polmoni, tanto che le condizioni dei polmoni di un uomo determinano anche le condizioni della sua mente.

Le più antiche testimonianze testuali permettono di considerare l’ipotesi di una formazione di una mentalità estesiologica [collocazione carnale empatico affettiva del pensiero] prima ancora che si inizi qualsiasi tipo di discorso estetiologico. Quando il discorso dell’estetica si avvia in chiave disciplinare nella seconda metà del 700, il suo parto avviene contemporaneamente a quello della scienza del vivente, ossia la biologia, segnala la specificità dello studio del vivente rispetto all’indagine fisica e matematica. Non è un caso che le due scienze sorgano in un giro di anni così stretto, del resto proprio nel nostro tempo la ricerca estetologica è tornata con più forza a interrogare le scienze circa la messa a fuoco di quell’attitudine ormai accertata anche negli animali che siamo soliti chiamare “senso estetico della bellezza”.

Come va inteso il rapporto tra estetica e filosofia dell’arte oggi?

In “Critica della facoltà di giudizio” di Immanuel Kant, al capitolo “Dell’arte in generale”, si tratta di un paragrafo in cui distingue l’arte dalla natura, dalla scienza e dal mestiere prima di trattare l’arte bella che chiama anche arte estetica, ossia quella avente come sentimento immediato il piacere che accompagna le rappresentazioni in quanto modi di conoscenza. L’esclusione dell’arte e del senso estetico dall’animalità e dalla natura è del tutto conforme all’impianto dell’opera, con la quale indaga la finalità nella natura, ma che non è della natura stessa ma il riflesso sulla natura del principio di finalità che gli uomini portano con sé.

Secondo Kant è la medesima capacità di giudizio riflettente a presiedere alle esperienze del bello e i fenomeni organici, nella bellezza e nel vivente sono infatti direttamente sussumibili alle leggi necessarie dell’intelletto perché l’irriducibile contingenza che caratterizza entrambe li sottrae una spiegazione riassumibile in termini di causa e di effetto. Eppure, la capacità di giudizio riflettente riesce a rinvenire tanto nel bello quanto nel vivente un’armonia al cui emergere il soggetto giudicante prova piacere, il principio di finalità in base a cui opera il giudizio in entrambi i casi un principio estetico, ossia tale da riguardare il rapporto delle rappresentazioni con il soggetto, dunque un principio non oggettivo ma soggettivo.

Aracnofilia society e Tomàs Saraceno

Sulla base di questa premessa allora che cosa si può dire del progetto di ricerca “Aracnofilia society” dell’artista argentino Tomàs Saraceno? Muove in senso architettonico, ossia l’arte di organizzare e comprendere spazi di estensione dei sistemi sensoriali e cognitivi, una capacità o tecnica non specifica umana, anzi qui è attitudine mostrata dai ragni quali architetti di universi.

Saraceno nella sua ricerca predispone teche in cui aracnidi di specie creano in un medesimo spazio sottilissime trame filamentose e ponti di seta sospesi. Ogni teca espone una texture di relazioni ibride, collega geometrie mobili e complesse, sculture nelle quali si intrecciano diversi ecosistemi come galassie fluttuanti fatte da incontri e scontri di ragnatele che sfidano la gravità favorendo l’emergere di nuovi tipi di ambienti vibrazionali. Mondi sensoriali in tensione e linee di comunicazione si immergono, galleggiano le une nelle altre, si connettono e interagiscono all’unisono.

È perfettamente chiaro che se seguissimo il paragrafo di Kant, dovremmo assegnare ai ragni di Saraceno e alle loro tele le stesse considerazioni che Kant espone circa le api e i loro fari di cera. Saraceno però apre un altro genere di considerazione, più radicale, non è tanto la conclusione kantiana ad essere messa in discussione ma è il suo presupposto, ossia il principio di finalità: presupposizione di un soggetto centrato e fisso, cioè di quella struttura epistemica fatta poi coincidere esclusivamente e fondativamente con l’interiorità coscienziale e razionale dell’essere umano.

Possiamo quindi ancora essere sicuri che soltanto all’uomo spetti la dignità della soggettività pur in presenza di un’attestata attività meno sensoriale delle piante e dell’attività percettiva degli animali? Se le opere d’arte trasmettono vibrazioni emotive e percettive, perché escludere che la loro trama si inserisca già in un multi verso sensoriale in cui tutto ciò che è vivo trasmette vibrazioni in una rete infinita di connettività? La vita, come ci mostra Saraceno, non si concentra in alcuni luoghi e in altri no, non è una qualità primaria solo di alcuni corpi, vita non è una sostanza prima, è la natura stessa della materia che ovunque è veicolo di interconnessioni, anche dove noi separiamo il vivente dal non vivente.

Questo duplice passaggio è utile per cercare di capire come possano rapportarsi oggi estetica e filosofia dell’arte, il compito di aggiornare la consapevolezza e la definizione teorica di questo rapporto è stato dettato da entrambe gli elementi:

  • Dall’arte per il travolgente rimescolamento delle gerarchie tradizionali;
  • Dall’estetica perché stretta da una duplice necessità, da un alto la rifondazione artistica entrata in una metamorfosi tecnologica che con rapidità inaudita impartisce al sentire umano nuove direzioni e decreta la cessazione di modalità rappresentazionali tradizionali. Dall’altro la necessità dell’estetica di ritrovare epistologicamente se stessa entro la sua stessa dispersione e diffusione, nella vita ordinaria delle pratiche percettive sensoriali che ormai sono svincolate da fatti e da prodotti artistici;

L’esplosione mimetica delle pratiche artistiche e l’accelerazione mediatica e tecnologica hanno costituito con forza nel nuovo millennio la messa in stato di crisi di fluidificazione degli approcci consolidati sia della critica dell’arte che della filosofia dell’arte. Così come la materialità economica e il consumo di massa hanno affermato la propria rivalsa sull’autonomia delle arti e della loro tradizionale compagine sistematica. Questo è il nostro paesaggio quotidiano, fenomeno sollevato dalle avanguardie artistiche che furono in grado di rompere risolutamente con il passato e di abolire i limiti del linguaggio artistico tradizionale basato ancora su pittura e scultura, per attingere piuttosto ad una creatività e immaginario dalle risorse sconfinate.

Un celeberrimo saggio breve di Walter Benjamin intitolato “L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica”, denuncia l’estetizzazione della politica ma andava simultaneamente ad attestare ciò che noi siamo abituati a riconoscere come l’universo plurale dal regime visuale visivo generalizzato. Tutti i sistemi di presentazione dell’arte ne sono stati travolti inglobando territori fino ad allora inesplorati e veicoli segnici nei quali ogni elemento acquista rapidamente un nuovo senso, si parla di “spettacolarizzazione dell’arte”. È il consumatore stesso ad assegnare significati ad un’arte ridotta o dissolta in un semplice fare estetizzante, il rimbalzo di questa condizione dell’arte è quello di un avvento di un’esteticità diffusa in cui il fare si sforma e si moltiplica in serie di simulacri all’infinito. L’estetico come atmosfera e attitudine diffusa è diventata la dimensione principale nella quale orientiamo le nostre decisioni, le quali avvengono per lo più in base al gusto legato alla percezione di un qualunque contenuto, ossia in base al modo in cui un contenuto viene mediato e comunicato.

Le istituzioni dell’estetica

Noi viviamo proiettati fra dimensioni touch screen, la tattilità artificiale e robotica oggi è diventata la realtà effettiva, resta da capire il punto di stacco o le differenze rispetto all’esperienza viva del toccare e del sentirsi toccati. Esperienze che noi viviamo nell’amore, nel dolore, dal momento di nascita al momento di morte.

[Poesia Neruda, “Sonetto 89°”, desta la nostra sensorialità] L’esperienza estetica è primitiva, ossia prelinguistica, precede ogni discorso: emozioni, sensazioni, percezioni e affetti, si coglie quindi la sensioralità e la sensibilità e sensatezza che si genera senza saltare oltre la sensorialità e la sensibilità, ma appunto secondo modi immanenti, che stanno dentro al sentire di emozioni, sensazioni. Poi questo è il campo di riflessione dell’estetica senza che questi campi si risolvano in percettologia.

C’è un’evidenza che ci scappa continuamente perché vi siamo dentro, vi siamo immersi [quando sei su una montagna, non vedi la montagna], e questa esperienza che ci sfugge è quella della prassi materiale di interconnessione e interazione del nostro sensorio rispetto al suo circostante, che sia un interno come le pareti oppure esterno. Ovvero, il fatto che il primo luogo nel quale noi facciamo esperienza immersività e interattività sia fisiologico e sensibile, non sintetico e digitale.

  • Interattività, questo termine è stato introdotto dal sociologo Goffman per descrivere la qualità dei processi di interazione personale e sociale, ossia quelle relazioni di compresenza durante le quali due o più individui sono situati spazialmente in modo da vedere le reciproche azioni [face to face]. Oggi designa invece il modo operazionale di un sistema algoritmico in ambito informatico caratterizzato dalla possibilità di intervento di un operatore che aggiunge dati, visualizza configurazioni e attiva processi. Dentro questa logica dell’ambito informatico, l’interattività riguarda una modifica che avviene in tempo reale e che ridefinisce la matrice algoritmica e il fruitore, nell’interazione reale invece è diverso perché i corpi non si modificano in tempo reale per introduzione di dati. Il primo essere immersivo, interconnesso è quello del nostro corpo e consiste nella sua molteplice dis
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

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