L’Italia linguistica contemporanea
Le lingue d’Italia oggi
Legge 482 del 1999: sancisce le lingue ufficiali e di minoranze riconosciute e tutelate in Italia.
Sono circa una quindicina:
- Italiano
- Sardo
- Friulano
- Tedesco
- Francese
- Sloveno
- Franco-provenzale
- Albanese
- Ladino
- Catalano
- Greco
- Walser (dialetto alemannico)
- Altri dialetti tedeschi
- Croato
- Mòcheno (dialetto bavarese)
- Cimbrico (“ “)
Comunità alloglotte: parlanti una lingua diversa da quella ufficiale dello Stato.
Minoranze e comunità alloglotte mutano di continuo, in base alle ondate di immigrazione.
Inoltre si devono contare anche i dialetti, a volte più distanti linguisticamente dalla lingua italiana di quanto non lo siano le altre lingue (es. ladino o il franco-provenzale).
Per molti italiani il dialetto è ancora la madrelingua: circa il 25% apprende il dialetto come lingua materna e l’italiano come seconda lingua.
Quadro linguistico italiano vario.
Indice di diversità linguistica -> da 0 (massima omogeneità) a 1 (massima differenza) (probabilità che due cittadini di due zone diverse dello Stato parlino lingue differenti).
Valore tra i più alti d’Europa! (media europea: 0.26)
Italia -> 0.59
L’italiano all’estero
Censimento degli Stati esteri dove l’italiano è riconosciuto come lingua straniera.
Distinzione tra lingua italiana derivante dall’emigrazione e italiano acquisito come lingua straniera studiata specificatamente.
Italiano come lingua materna all’estero:
1. 26 milioni di italiani emigrati dal 1870 al 1970. La maggior parte di essi come lingua aveva il dialetto. Cresceva la consapevolezza dell’italiano ma non il suo uso, poiché esso non si è mai affermato come lingua etnica, ma ha ceduto alla pressione delle altre lingue (inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco...) ben più importanti ed usate nella quotidianità.
Unica eccezione il Gastarbeiteritalienisch, lingua franca usata in Svizzera dai lavoratori italiani di diversa origine.
La Svizzera in effetti è una vera eccezione, poiché vi troviamo 4 tipi di italiano: l’italiano della Svizzera italiana, l’italiano “elvetico” dei cantoni tedeschi e francesi, l’italiano degli emigrati e appunto l’italiano usato come lingua franca da emigrati diversi.
Gli intervistati hanno risposto di parlare sempre come prima lingua sebbene di fatto al 45% si parli quasi esclusivamente il dialetto e le volte in cui si utilizza una varietà di italiano essa è sempre popolare e lontana dalla norma scolastica.
L’italiano all’estero si connota sempre di più per la sua residualità e recessività: resta come residuo dell’emigrazione, ma non cresce, anzi scompare.
L’italiano come lingua straniera:
2. Poca conoscenza e poca attrattiva nei confronti dell’italiano da parte dei cittadini dell’Unione Europea. L’italiano non viene mai scelto come prima lingua straniera ed arriva primo solo come quarta lingua straniera scelta.
Un quadro molto diverso dalle dichiarazioni degli organismi istituzionali in merito alla forza dell’italiano sulla scena internazionale.
Dal punto di vista delle “tendenze”, però lo studio dell’italiano all’estero è in crescita (ca. 1.500.000 di persone) ed è legato non tanto al flusso migratorio (si pensi al Giappone o all’Iran dove non è affluita l’emigrazione italiana) quanto a motivazioni culturali, affettive, economiche (lavoro, turismo etc...).
Si pensi poi all’influenza della Chiesa cattolica e all’espansione del made in Italy (moda, automobili, cucina).
Inoltre l’italiano è in espansione in quei luoghi da dove provengono i nuovi immigrati, i quali, raggiunti dalla radiotelevisione italiana, imparano la lingua del paese dove sperano di poter vivere e lavorare (area mediterranea).
L’italiano
Nozioni basilari di linguistica dell’italiano.
Classificazione dell’italiano in:
- Genealogico -> In base ai rapporti di parentela con altre lingue
- Storico -> Per quel che riguarda la sua storia recente
- Sociolinguistico -> Per differenziare l’italiano scritto e parlato, formale e informale, per regione e istruzione, collocandolo rispetto alle altre lingue e ai dialetti.
Genealogia
L’italiano è una lingua neolatina o romanza, derivante direttamente dall’evoluzione del latino.
La vicinanza col francese e il provenzale fu già ipotizzata da Dante (De vulgari eloquentia).
Nell’Ottocento lo studio della linguistica comparativa riconobbe i rapporti di parentela tra le lingue romanze.
L’italiano appartiene alla famiglia indo-europea.
Storia: l’italiano lingua nazionale, parlata, materna
La storia dell’italiano inizia a Firenze tra ‘200 e ’300, grazie alla fortuna degli autori trecenteschi, come Dante e Petrarca i quali fecero da base al modello grammaticale di Pietro Bembo (1525) ed infine affermarono quella lingua “risciacquata in Arno” che Manzoni usò nei Promessi Sposi (1840).
Fino all’Unità d’Italia, però, l’italiano visse solo come lingua scritta. Nel 1861 De Mauro fissa solo al 2.5% gli effettivi italiofoni della popolazione. Castellani, più ottimista, arriva a stimarne il 10%; ma resta improprio con queste cifre poter parlare di lingua nazionale.
L’unità politica, però, costituì le basi anche per quella linguistica, grazie ad alcuni fattori:
- La nascita di una burocrazia unificata;
- La nascita di un esercito nazionale;
- L’istruzione elementare obbligatoria e gratuita;
- La diffusione e la crescita della stampa quotidiana;
- L’inizio dei grandi moti migratori;
- La nascita dell’industria e la crescita delle città (urbanesimo);
Tutti questi fattori spingono verso una comunicazione a lungo raggio che inevitabilmente doveva utilizzare come lingua comune l’italiano parlato.
Una lingua comunque diversa dal modello letterario manzoniano o dalle grammatiche scolastiche, influenzata da dialetti e quindi ricca di elementi regionali.
Insomma ci si trova più dinanzi a dialetti “italianizzati”, deviati dalla norma scolastica.
Inoltre questi italofoni non avevano come lingua madre l’italiano (uniche eccezioni: toscani e abitanti di Roma che avevano subito una “toscanizzazione”)!
Fino al 1950 l’italiano è stato per molti una seconda lingua, a volte compresa, ma non parlata.
Il modello di lingua parlata italiana non dialettale viene definitivamente affermato grazie ai mass-media: radio, televisione, cinema.
È solo dal ’50 che si può parlare di rivoluzione linguistica e l’italiano può considerarsi lingua nazionale, non solo come lingua ufficiale, ma come lingua materna.
Sociolinguistica: gli usi dell’italiano
Repertorio linguistico: dialetto locale, dialetto regionale, italiano della città maggiore o della regione, italiano corretto e controllato etc...
Da questo repertorio scegliamo la varietà linguistica più adatta a seconda della situazione.
Dalle statistiche risulta comunque che ormai l’italiano è la lingua più usata per parlare oltre che per scrivere e nel complesso delle situazioni comunicative (famiglia, amici, estranei) più della metà degli italiani tende a preferire l’italiano.
Il dialetto resta però come lingua viva e ancora scelta per le comunicazioni meno formali, senza trascurare il fatto che per molti è ancora la lingua materna.
Italofoni attivi: comprendono e parlano l’italiano.
Italofoni passivi: comprendono l’italiano ma non lo parlano.
Ovviamente italiano e dialetto si influenzano reciprocamente e la lingua attiva tende a mutare di continuo. Questo anche perché non viene usata per esprimere concetti astratti, ma per l’uso quotidiano.
Ecco che i confini si fanno più sfumati e forme e pronunce bandite dalla norma grammaticale, vengono accettati da una lingua più “flessibile”.
L’“errore” rilevato dai grammatici è sempre un indizio prezioso delle tendenze alla variazione.
Assi della variazione linguistica:
- Diatopico o geografico (forme dialettali)
- Diastratico o sociale (forme ineducate)
- Diafasico o stilistico (forme stilisticamente inadatte)
A questi si affianca poi la variazione diamesica, ovvero quella tra espressione scritta e parlata.
Lungo questi assi possiamo disporre tutte le varietà del repertorio linguistico italiano.
Diatopia: dal dialetto locale al regionale, dall’italiano locale al regionale allo standard nazionale;
Diastratia: italiano popolare, italiano tecnico-scientifico, italiano colto...
Diafasia: italiano locale informale, burocratico, scientifico, aulico...
Diamesia: dal parlato meno progettato e più spontaneo a quello scritto più meditato.
L’insieme degli assi definisce lo spazio linguistico italiano.
Il grado di movimento nello spazio dipende dalla cultura e dall’estrazione culturale del parlante.
Alcune varietà sono individuabili e ben definite (e definibili).
Tra queste l’italiano standard, quello comune/medio (neo-standard), l’italiano popolare e quello regionale.
Altre varietà invece sono caratterizzate soprattutto dal lessico: italiano scientifico-tecnico, italiano gergale...).
Diastratia: italiano aulico, italiano scientifico, italiano burocratico, italiano standard.
Diamesia: italiano neostandard, italiano parlato, colloquiale.
Italiano regionale, italiano informale, trascurato.
Italiano gergale, diafasia.
L’italiano standard (normativo)
Una lingua standard deve essere:
- La varietà di riferimento, norma per la società;
- La varietà normale in senso statistico, la più usata;
- La varietà normale in senso sociolinguistico, la più neutra;
- Sovraregionale, non ristretta ad un’area specifica;
- Codificata esplicitamente dalla grammatica e dal vocabolario;
- Usata dai parlanti degli strati sociali superiori;
- Usata in tutti gli scritti;
- Utilizzabile da chiunque in qualunque contesto e per qualunque argomento.
La polemica sulla questione della lingua esiste sin dal ‘500 e nonostante si sia modificata nel corso dei secoli, non ha mai messo in dubbio che un modello normativo fosse necessario.
La moderna “questione della lingua” mette in dubbio proprio l’esistenza di una varietà di riferimento e anche se la sua esistenza sia davvero opportuna.
Due scuole di pensiero:
1. L’italiano standard esiste ed è identificabile col fiorentino contemporaneo epurato dei tratti locali (es.: la gorgia, aspirazione delle consonanti). La grammatica coinciderebbe con l’italiano normativo post-manzoniano (‘800/’900).
2. Altri dubitano che esista una varietà standard, specialmente per la lingua parlata, dato che l’italiano si è diffuso soprattutto come lingua scritta e dunque nessuno ha mai acquisito nativamente la pronuncia fiorentina. Quest’ultima era appresa soltanto da alcune categorie operanti nei mass-media (doppiatori, attori, radiocronisti etc...), ma oggigiorno non si mantiene più la pronuncia “Rai” adeguata a quella fiorentina.
Dal punto di vista grammaticale esiste una norma, che però non rispecchia le varietà parlate (anche le più formali) e censura tratti trainanti dell’italiano scritto di oggi.
Es. Che ne pensi? Ce l’hai la macchina?
Possibile vitalità linguistica dell’italiano standard?
Molto bassa: tratti che regrediscono o sono in crisi, suoni che non sono riusciti ad imporsi, categorie grammaticali sempre meno centrali come il congiuntivo, distinzioni che stanno indebolendosi come gli/loro (intesi come pronomi plurali non soggetto).
Lo standard normativo non perde forza ma spazio, riducendosi allo scritto più formale.
Lo spazio perduto viene acquistato dalle altre varietà che diventano più accettabili e meno censurate.
L’italiano neostandard
La novità maggiore degli ultimi 50 anni.
Varietà d’italiano parlata e scritta che coincide in buona parte con lo standard, ma si apre a fenomeni che lo standard rifiuta o sconsiglia.
Questi fenomeni tipici del parlato vengono accolti anche dallo scritto.
Denominazioni usate:
- Neostandard: potrebbe essere la base per un futuro nuovo standard normativo;
- Comune: statisticamente è la varietà più diffusa;
- Dell’uso medio: usata nel parlato e nello scritto della “media formalità”;
- Tendenziale: in movimento, tratti non ancora consolidati;
- Senza aggettivi: “italiano” e basta, perché ancora tradizionalmente legata all’italiano.
L’italiano regionale
Percepito già dal ‘700, lo studio dell’italiano regionale è nato nel 1960 come “individuazione degli errori” e poi come studio delle varietà d’italiano derivanti dall’unione del dialetto con l’italiano appreso.
L’italiano regionale è una varietà coerente d’italiano, influenzata dal dialetto, che si distingue dallo standard e dalle altre varietà regionali per i propri elementi locali.
Inoltre nell’italiano regionale rientrano tutte le varietà sviluppate da chi aveva il dialetto come lingua materna.
Pronuncia: non controllabile e spesso simile a quella dell’italiano neostandard; non ostacola la comunicazione.
Grammatica: più densa di regionalismi sintattici e lessicali, controllabile dal parlante, da questa dipende la riuscita della comunicazione.
L’italiano regionale non è una varietà omogenea e anche i regionalismi vengono avvertiti e valutati diversamente; per questo è impossibile stilare una lista definitiva di italiani regionali.
Grosso modo essi corrispondono alle regioni dialettali (non amministrative! Es: italiano di Bari diverso dall’italiano salentino).
Macroregioni: italiano settentrionale, toscano, romano, meridionale.
L’italiano popolare
Varietà d’italiano regionale, parlato e scritto, caratterizzato da molti elementi rifiutati dallo standard, i quali sono anche esclusivamente presenti solo in essa.
Nodi della discussione:
- Carattere di varietà di contatto o di varietà nativa;
- Dimensione scritta e parlata;
- Data di nascita;
- Unitarietà;
- Rapporti con l’italiano regionale e con l’italiano neostandard;
Prime definizioni: italiano acquisito da chi ha per madre lingua il dialetto (Cortelazzo, 1972).
1. Varietà di contatto: nasce dall’incontro continuo tra lingua e dialetto, ma non viene tramandato nelle generazioni -> l’apprendimento avviene secondo regole diverse dall’italiano scolastico e mediante un contatto insufficiente.
Frequenti casi di parlanti che hanno italiano popolare, ma non padronanza del dialetto -> emigrati di 2^ generazione.
Bisogna quindi distinguere tra varietà di contatto e varietà nativa (ovvero trasmessa dalle generazioni precedenti e quindi più suscettibile all’evoluzione storica).
2. Uso scritto e parlato: falso problema. L’italiano popolare è usato nello stesso modo, tanto che nello scritto sono evidenti i tipici elementi dell’espressività parlata.
3. Cronologia: l’uso dell’italiano regionale si può far risalire a prima dell’Unità d’Italia, grazie alla presenza di testi scritti da incolti preunitari.
C’è però una netta differenza tra italiano popolare preunitario e postunitario: il primo era solo scritto, usato da fasce sociali incolte e sempre come lingua di contatto, il secondo tanto scritto quanto parlato, tramandato come lingua materna ed usato dalle fasce del proletariato urbano e contadino.
4. Unitario: potenzialmente ambiguo. Unitario perché post-Unità d’Italia? O perché dotato di caratteristiche simili su tutto il territorio e per tutti gli utenti?
In questo caso come non esiste un italiano parlato unitario, non può esistere neanche un italiano popolare parlato unitario! Le coordinate diatopiche e diastratiche sono sempre presenti e direttamente dipendenti.
Dal punto di vista grammaticale però l’unitarietà è maggiore.
Questo perché le differenze grammaticali tra i dialetti regionali italiani sono meno numerose.
Inoltre i processi di semplificazione linguistica sono simili nelle regioni italiane (dessi > dassi, vengano > venghino etc...).
5. Rapporti con l’italiano neostandard e l’italiano regionale.
Che l’italiano popolare sia influenzato dal regionale è evidente.
Più interessante è la differenza tra il neostandard e il popolare.
Quest’ultimo può infatti avvicinarsi ai registri più colloquiali e informali del neostandard, per cui alcune forme semplificate sono simili, ma resta decisamente più caratterizzato nei suoi fenomeni pi&ugrav
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Appunti lingua italiana per la comunicazione
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