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Lingua italiana per la comunicazione

Questo corso ha l'obiettivo di conoscere la lingua italiana e la sua struttura per il suo uso nel campo della comunicazione, facendo riferimento in particolare a:

  • Caratteri distintivi italiani: la sua distribuzione geografica, i vari dialetti e la lingua nazionale
  • La storia dell’italiano
  • Standard e varietà dell’italiano contemporaneo
  • Linguaggio politico
  • L’italiano dei media contemporanei
  • Sistema grammaticale

Comunità alloglotte

Che cos’è l’italiano?

A primo impatto si direbbe che è la lingua parlata in Italia, come per il francese in Francia o il tedesco in Germania. La risposta è giusta, ma breve, riduttiva e limitata alla sua caratterizzazione geografica. L’italiano è la lingua parlata maggiormente in Italia, ma vengono usati anche molti dialetti e, inoltre, non viene parlata solamente in Italia. Ci sono le comunità alloglotte, che hanno una lingua nativa diversa dall’italiano, ma sono presenti in Italia generalmente da molti secoli.

Comunità alloglotte romanze

  • Nel Piemonte settentrionale si parla una lingua provenzale che deriva dalla Francia.
  • Fra il Piemonte e la Valle d’Aosta si parlano varietà linguistiche franco-provenzali, dalla Francia e dalla Svizzera.
  • Nelle Dolomiti, fra Bolzano, Belluno e Trento si parla il ladino, una lingua molto conservativa rispetto al latino a causa del suo isolamento geografico.
  • Nel Friuli si sono sviluppate varietà linguistiche che vanno a costituire il friulano.
  • Nel Cantone dei Grigioni in Svizzera si parla una lingua romanza particolare definita romancio. Fin dall’800 si sono trovati degli elementi in comune fra il romancio, il ladino e il friulano, questo probabilmente perché inizialmente facevano tutte e tre parte di un’unica lingua romanza, che poi si è divisa a causa della risalita verso nord di altri popoli.
  • In Sardegna ad Alghero è diffusa una lingua che deriva dal catalano, perché nel 1354 era stata conquistata dai catalani.
  • Nel resto della Sardegna c’è una varietà linguistica autoctona, il sardo, che comprende quattro varietà derivanti tutte dal latino. Essendo un’isola, c’è stata una forte conservazione del sardo che ha mantenuto un aspetto del latino molto arcaico.

Comunità alloglotte non romanze

  • A Bolzano e nell’Alto Adige si parla un dialetto Bavaro-Austriaco che deriva dal tedesco, risale circa a un secolo fa ed è un fatto abbastanza recente, se si considera che la storia della lingua viene vista su archi plurisecolari, se non addirittura millenari.
  • Nei Monti Lessini e nell’Altopiano di Asiago nel periodo medievale si sono stabiliti i cimbri, i quali hanno diffuso il cimbro che deriva sempre dal tedesco, ma non viene usata a livello abitudinale oggi.
  • Tra la Valle d’Aosta e il Piemonte ci sono due comunità che parlano lo stesso tedesco che si parla nel cantone svizzero, il Vallese.
  • Sparse tra la Puglia e la Calabria sono presenti delle comunità alloglotte greche in cui viene parlato il grico, questo ha avuto una leggera diffusione tra i giovani, i quali hanno iniziato ad usarne qualche termine.
  • Tra la Sicilia, Calabria e Puglia ci sono delle comunità che parlano una varietà che deriva dall’albanese, dovuto alla conquista dell’Italia nel XIV secolo, portando qui le loro origini e parte della loro lingua.
  • Nel Friuli Venezia Giulia c’è una comunità di lingua slovena, si tratta però di una propaggine linguistica, dato che dopo il confine si trova la Slovenia.

Tutte queste comunità alloglotte sono stabili, risiedono nel territorio in cui vengono parlate, ma in Italia c’è un’altra comunità che non è sedentaria: la comunità zingara, la quale parla un’antica lingua neo europea non romanza che è molto simile alle lingue indiane.

Inoltre si può far riferimento anche a una grande novità: il fenomeno dell’immigrazione, iniziato negli anni ‘90. Questa è una situazione diversa dalle precedenti perché non sono presenti qui da molti secoli, ma sono comunità alloglotte di nuova residenza che non si sono mai parlate in Italia. In ogni caso si può già parlare di diverse generazioni che hanno una diversa ottica linguistica perché cresciute in diversi contesti: le prime generazioni sono arrivate qui conoscendo già la loro lingua nativa ed hanno dovuto imparare l’italiano bene o male da adulti, riportando errori e difficoltà, non avendolo imparato da bambini (che hanno più capacità di apprendimento); mentre le nuove generazioni hanno imparato sia la loro lingua ‘madre’ sia l’italiano fin da subito, padroneggiando capacità linguistiche superiori ai loro genitori. Questo fenomeno è lo stesso che si è verificato con le migrazioni di italiani all’estero, avvenute in maniera omogenea (esempio, la maggior parte dei veneti è emigrata in Argentina).

L’italiano è una lingua parlata perché la sostanza linguistica è data dal parlato, non dallo scritto. Questo lo si può notare con il latino che, al giorno d’oggi, è considerata una lingua morta perché non viene più parlata, mentre l’italiano ha delle comunità native che lo imparano e lo usano ed è una lingua vivente. Secoli fa, invece, l’importanza delle varie lingue era data dagli intellettuali che le usavano per comporre le varie opere scritte, quindi era il latino, il quale però non veniva parlato quasi da nessuno; solamente dal ‘600 il volgare inizia ad assumere importanza, dopo che viene usato da vari autori, come vedremo successivamente. Nell’italiano la differenza tra parlato e scritto è ancora più evidente rispetto ad altri paesi, perché per molto tempo è stata una lingua scritta prima di diventare parlata.

Quando è nato l’italiano?

Dipende da cosa si intende. Se per italiano intendiamo la lingua che viene parlata oggi, allora nasce con l’unità d'Italia nel 1861. I primi documenti che troviamo scritti sono quelli scritti dal Senato, in cui era stata usata la lingua della classe dirigente italiana che era praticamente l’unica a saperlo parlare, le altre classi non sapevano nemmeno parlare un italiano accettabile, perché l’unica lingua che usavano sia per leggere che per scrivere erano i dialetti, le uniche lingue usate finora a livello abituale (anche dagli intellettuali, non si parlava italiano).

NB: i dialetti fino all’unità d'Italia sono stati le uniche lingue parlate e native. A livello genetico i dialetti e l’italiano sono la stessa cosa, cambia la nostra percezione. Alcuni autori dal 1300, come Dante, fanno parte della cultura italiana, infatti se andiamo a leggere alcuni versi delle loro opere la lingua la riconosciamo come tale. Questo perché l’italiano che conosciamo oggi si forma da una linea comune che proviene dal volgare fiorentino, lingua usata da tre grandi autori (Dante, Petrarca e Boccaccio), e dalla sua lenta codificazione che ha portato alla nascita dell’italiano, inizialmente sempre come lingua scritta usata dagli intellettuali e non ancora parlata. Questa codificazione ci impiega quasi due secoli, arrivando al termine all’inizio del ‘500.

Ricapitolando

  • L’italiano parlato è nato nel 1861 con l’unità d’Italia, data in cui pian piano si è iniziato a parlare.
  • L’italiano scritto è stato codificato nel 1500 dalle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio, è una lingua molto colta ed era immutabile nel tempo perché si imitavano i testi già scritti, questo era uno svantaggio perché era una lingua completamente staccata dalla società.

Questa è una situazione completamente differente dalle lingue nate alla fine del medioevo, come il francese, perché l’unificazione linguistica andava a pari passo con l’unificazione nazionale per ragioni pratiche, dato che c’era bisogno di parlare e di capirsi. L’unica situazione che si può paragonare a quella italiana è quella tedesca, dato che come Stato è nata tardi anche la sua unificazione linguistica è iniziata del 1500 basandosi sulla Bibbia tradotta da Lutero.

I dialetti

Cosa sono i dialetti?

I dialetti sono delle varietà linguistiche romanze, cioè derivano dal latino, che si parlano in un certo luogo. Non sono un italiano deformato, come molti pensano, ma sono delle lingue nate autonomamente. Si è differenziato dal latino con i fattori delle variazione linguistica:

  • Diastratico: questo fattore ha a che fare con le varie classi sociali presenti nella società (in cui una persona di un ceto più alto ha una maggiore formazione), questo significa che in una lingua ci sono diverse stratificazioni. Ad esempio, il latino usato da Virgilio nelle sue opere non era di certo uguale al latino parlato, c’era invece Petronio che cercava di simularlo nei suoi testi.
  • Diamesico: differenza tra lingua parlata e scritta, la prima viene usata in modo istantaneo, mentre la seconda è più controllata e precisa perché si ha il tempo di pensare a quello che si scrive. Con il latino non ci sono dei documenti della lingua parlata spontaneamente, ma ci sono dei documenti che in un certo modo si possono avvicinare: i graffiti di Pompei.
  • Diatopico: differenza sul piano geografico. Le lingue variano secondo il luogo in cui si apprendono e si differenziano talmente tanto che, man mano che si allontana, ogni comunità ha le proprie espressioni. Questo processo ‘è stato attuato’ (in maniera involontaria/automatica) in tutta la Romania (zona in cui si parlava il latino, vedi cartina).
  • Diafasico: variazione dei registri, cioè la lingua cambia a seconda della situazione comunicativa, formale o informale.
  • Diacronico: variazione linguistica che avviene nel tempo. Nei secoli le lingue cambiano in base agli eventi sociali, tecnologici che hanno una forte influenza sulla società e sulla lingua che subisce continui cambiamenti: possono nascere neologismi, alcune parole non vengono più usate, altre possono assumere un significato diverso rispetto a quello originario. Questa variazione avviene molto più velocemente nel parlato, mentre l’aspetto grammaticale è il più lento a subire una variazione.

Peregrinatio Egeriae

Diario di Egeria che si trattava di una monarca che aveva scritto il diario di viaggio del suo pellegrinaggio nella Terra Santa in una lunga lettera alle sue consorelle. Lei non era una persona molto colta, quindi scriveva in un latino molto simile a quello parlato, in cui si potevano già notare le caratteristiche che lo stavano portando a diventare una lingua romanza.

Ricollegandoci alla variazione diatopica, più due varietà linguistiche sono vicine, più sono simili; se sono presenti degli ostacoli naturali, come catene montuose, era molto più difficile che si scambiassero degli elementi, quindi erano molto più diverse. La Romania, inoltre, può essere descritta come una continuità perché le varietà linguistiche tendono a sfumare l’una con l’altra, talvolta trovando similitudini anche in lingue diverse. Alcune di queste varietà sono diventate anche il volgare che ha iniziato ad essere usato delle opere (per primo il francese), hanno iniziato ad emergere sulle altre, diventando poi lingue comuni, com’è successo in Italia con il fiorentino per ragioni culturali che diventò una lingua letteraria.

Le lingue romanze si sono poi trasformate nei dialetti, che sono stati per 500 anni le uniche lingue parlate in Italia. Le cose iniziarono a cambiare nel ‘900 quando le classi più colte iniziarono a parlare l’italiano (accettabile) anche nelle situazioni informali; poi nelle generazioni successive si è iniziato a insegnarlo anche ai loro figli che lo impararono in maniera quasi nativa, un fenomeno nuovo che non era mai avvenuto prima. Da qui in poi iniziò a diffondersi a macchia d’olio, dalle città verso le campagne e dai ceti sociali più alti verso quelli più bassi. Ovviamente ci sono state anche delle diverse resistenze che si opponevano a questo fenomeno per un attaccamento alle loro identità sociali, non volendo rinunciare al dialetto, oppure per ragioni economiche, cioè non avevano le possibilità di impararlo. Tutto questo portò alla situazione attuale, in cui il processo, se non concluso, è in fase molto avanzata dato che le generazioni attuali non sono più dialettofone native, anche se riescono comunque a capirlo e a parlarlo. Il Veneto e la Campania sono zone molto conservative in cui si sente ancora spesso parlare in dialetto.

Cosa ne sarà dei dialetti? Questa è una domanda a cui gli storici non possono rispondere, ma si può supporre, vedendo l’andamento che si ha avuto finora, che pian piano scompariranno; rimarrà sempre la presenza di italiani regionali, cioè fortemente regionalizzati (conseguenza diretta dei dialetti che lo hanno influenzato). Infatti, possiamo capire molto facilmente se una persona è settentrionale o meridionale, o per alcune regioni si può capire la provenienza (come per la Toscana o la Sardegna).

Fino a qualche generazione fa erano presenti sia l’italiano sia il dialetto che venivano usati in situazioni diverse, come una sorta di bilinguismo. Veniva percepito più come una diglossia, cioè come due strati/livelli della stessa lingua e non come due lingue autonome:

  • L’italiano era formale, scritto e parlato
  • Il dialetto era informale e soprattutto parlato

Distribuzione dei dialetti italiani

Dante nel ‘De vulgari eloquentia’, fornisce un primo tentativo di classificazione dei dialetti italiani, ne trova 14: 7 a nord e 7 a sud dell’appennino tosco-emiliano. Al di là del fatto che Dante si lascia prendere da questa combinazione numerica del 7+7, dimostra anche di avere una straordinaria intuizione di comprensione linguistica, perché riesce a trovare, in maniera embrionale, alcune caratteristiche che sono davvero presenti in questi dialetti; inoltre, l’appennino tosco-emiliano è un divisorio molto importante fra i vari dialetti che sono molto diversi fra loro. Agli intellettuali italiani che hanno partecipato al dibattito sui dialetti non interessava nulla di questo, ma importava a loro della lingua italiana per la letteratura, l’unico obiettivo era quello della scrittura letteraria (quindi della lingua italiana). La linguistica storico-comparativa ha iniziato a dare molta importanza ai dialetti, soprattutto alla loro derivazione dal latino, capendo quali sono le caratteristiche che hanno portato il latino a ‘trasformarsi’ nel dialetto di una certa località. I linguisti storici hanno classificato i dialetti italiani dal punto di vista geografico, collocazione diatopica, e hanno identificato tre grandi aree di collocazione dei dialetti italiani, dentro alle quali stanno i dialetti settentrionali, centrali e meridionali (compreso il siciliano), non rientrano quelle varietà linguistiche autonome, cioè il sardo, il friulano e il ladino. Fra queste tre macroaree sussistono delle linee di demarcazione ben precise che sono: l’appennino tosco-emiliano (traccia una linea tra La Spezia e Rimini), linea di demarcazione che separa i dialetti settentrionali e centro-meridionali; l’altra è quella composta dalla linea tra Roma-Ancona. Queste due linee vengono chiamate isoglosse.

Su che base sono state effettuate queste classificazioni e il tracciamento di queste linee? Sulla base di alcuni fenomeni linguistici che vanno ad accomunare le tre macrocategorie di dialetti, studiate da una branca chiamata ‘grammatica storica’.

Tratti distintivi dei dialetti settentrionali

  • Sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche: con le vocali il suono viene modulato e non interrotto, con le consonanti viene interrotto. Le consonanti sonore vengono pronunciate facendo vibrare le corde vocali, quelle sorde no. Le prime sono come la ‘v’, le seconde come la ‘f’ che sono prodotte comunque con la stessa posizione della lingua con un ostacolo labbro-dentale. In latino esistevano questi due tipi di consonanti e l’italiano derivante dal fiorentino si è conservata quasi perfettamente questa differenza. Nei dialetti settentrionali si procede a una sistematica sonorizzazione delle consonanti sorde, facendole diventare sonore se comprese fra due vocali, a differenza degli altri dialetti che è rimasta tale (con l’eccezione del fiorentino toscano che è parziale). FoCum-foGo, fraTellum-fraDelo, caPillum-caVeio.
  • Scempiamento delle consonanti geminate (doppie): le consonanti geminate, intense, del latino vengono pronunciate come deboli. Gatto-gato, gallina-galina. NB lo spagnolo non ha influenzato il dialetto veneto, la somiglianza che notiamo è data perché le varietà romanze hanno degli elementi in comune. Oltre che nel dialetto, anche nell’italiano parlato nelle zone settentrionali, la pronuncia delle doppie è comunque più debole (tanto che i centrali e meridionali non le sentono quasi nemmeno), è anche più faticoso per i bambini imparare a pronunciarle, alcuni autori settentrionali dell’800 nelle loro opere sbagliavano a scrivere le parole contenenti le doppie e le scrivevano senza.
  • Caduta delle vocali finali diverse da ‘a’: riguarda essenzialmente le parole al singolare, non tutte la subiscono, ma è un fenomeno che riguarda tutti i dialetti settentrionali e non gli altri. Cane-can, mano-man.

Tratti distintivi dei dialetti meridionali

Il gruppo latino ‘nt’ diventa ‘nd’: monte-monde.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mttdalcero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua italiana per la comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Soldani Arnaldo.
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