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Storia del diritto medievale e moderno II

Prof. Giuliano Marchetto
Università degli Studi di Trento
Anna Domenichini
Università degli Studi di Trento

12/10/20 - Lezione 1

Prima parte: Il rapporto tra giustizia penale e potere nella riflessione della dottrina giuridica nel Medioevo

Introduzione

Oggetto del corso sarà il processo penale, ma non la giustizia penale in sé per sé considerata, ma nel suo rapporto con la dimensione del potere e come vedremo non solo. Quindi, non ci occuperemo di svolgere un lavoro di ricostruzione delle regole del processo penale medievale tra il XII e il XVI secolo, ma di esaminare i rapporti tra le diverse dimensioni della vita sociale: la dimensione del diritto, che trova il suo terminale nell’attuazione del processo; accanto alla dimensione del potere e del sapere. Queste dimensioni si trovano intrecciate soprattutto nel momento del processo penale.

Il mistero del processo

Salvatore Satta e “Il mistero del processo”

Salvatore Satta è un giurista penalista che fu non solo un importante giurista autore di un importante commentario al codice di procedura civile, ma fu anche autore di un romanzo fortunato intitolato “Il giorno del giudizio”.

Il saggio di Satta, intitolato “Il mistero del processo”, fu redatto a seguito di una Conferenza da lui tenuta presso l’Università di Catania nel 1949. Satta, quando tiene questa conferenza ha circa 47 anni, è un giurista, uno studioso entrato nella sua maturità; non è vecchissimo, ma ha già speso un paio di decenni abbondanti nello studio del processo; eppure, parla di mistero del processo.

Qual è questo mistero? Da dove deriva questo mistero per il giurista Satta?

L’autore ci introduce al mistero del processo aprendo il suo saggio con un aneddoto storico che si riferisce a fatti accaduti nei primi giorni del settembre del 1792. Si tratta di fatti accaduti a Parigi, in Francia, che in quel periodo stava vivendo la Rivoluzione francese.

Ricostruiamo il contesto: nei primi mesi dell'anno del 1792, il governo è ancora in carica e Luigi XVI è ancora sul trono; c'è una assemblea legislativa costituita che deve cercare di arrivare ad una trasformazione della Costituzione francese, compiendo il passaggio da una monarchia assoluta ad una costituzionale. Quindi, vi è un'assemblea legislativa che affianca il monarca ed un governo che il re nomina.

L’assemblea si compone di alcune fazioni rappresentate: a sinistra dai Girondini e dai Giacobini, un partito moderato che ha il nome di “foglianti”; e poi sulla destra i monarchici, i sostenitori della monarchia costituzionale. I sostenitori della monarchia assoluta non ci sono più perché degli aristocratici alcuni sono in prigione alcuni sono fuggiti.

Nel marzo del 1792, il Re nomina un governo composto fondamentalmente da Girondini, quindi da una parte abbastanza radicale che è rappresentata nell’assemblea legislativa da Jean Pierre Brisso. Questo dato è importante perché i Girondini vogliono scatenare una guerra: il partito chiede che la Francia intraprenda una guerra con le potenze reazionarie europee, in primo luogo contro l'Impero asburgico. L'idea è quella di esportare la rivoluzione da un lato, ma dall’altro anche di scaricare la tensione che sta crescendo all'interno del partito rivoluzionario stesso.

Luigi XVI nomina un governo composto nella maggioranza da Girondini proprio perché anche lui vuole la guerra ma per uno scopo diverso, cioè quello di porre fine al movimento rivoluzionario. La guerra viene dichiarata contro gli Asburgo e, com’era lecito pensare, le prime battaglie conoscono la sconfitta delle truppe francesi in forza anche dell’alleanza tra Austria e Prussia. Nel giugno 1792, quando arrivano le prime notizie delle sconfitte francesi, il popolo parigino insorge portando al passaggio del potere nelle mani dei radicali.

Si prospettano una serie di riforme che portano verso una radicalizzazione della rivoluzione. In agosto poi, il Re viene deposto e arrestato; l’Assemblea sospende le sue funzioni perché sostituita dalla Convenzione nazionale investita del compito di stilare una Costituzione repubblicana.

Nell’agosto del 1792 arriva una notizia: la città fortificata di Berdan è caduta in mano prussiana. Ciò potrebbe aprire le porte all’invasione della capitale parigina e causa il panico. Dopo quella caduta che poteva significare la fine dell’Impero francese, le truppe francesi invece riportano un’importante vittoria che sventa tale soluzione del conflitto.

Prima che ciò accadesse però, nei primi giorni di settembre, il popolo inferocito e in particolare i sanculotti iniziano ad assaltare le prigioni e a massacrare chiunque si trovi al suo interno. Le prigioni contenevano per la maggior parte coloro che si ritenevano avere gravi colpe relative al precedente regime e quindi nemici della rivoluzione (aristocratici; guardie; etc..), ma anche delinquenti comuni che però non vengono risparmiati. Successivamente, la Rivoluzione proseguirà con il periodo del Terrore.

L’episodio che Satta si occupa di raccontare nel suo saggio trova collocazione nei primi giorni di settembre del 1792, e i protagonisti sono i Sanculotti e un tribunale che poi verrà nominato Tribunale rivoluzionario. Questa giurisdizione straordinaria verrà poi sospesa ma rinascerà nel marzo del 1793 e sarà la grande protagonista del c.d. periodo del Terrore della Rivoluzione.

Il 2 settembre 1792 il Tribunale sta giudicando il capo delle guardie del re, il Maggiore Bachman, raccogliendo in quel giorno le testimonianze delle guardie contro il proprio capo. Nel mentre di questa raccolta, i Sanculotti hanno forzato i cancelli delle carceri e trascinano i prigionieri nel cortile per compiere le esecuzioni. Il massacro non disturba il processo che si svolge nella sala delle udienze, fino a che gli insorti non invadono anche quest’ultima, venuti a sapere che lì si trovano le guardie del re.

Il Presidente del Tribunale si frappone agli insorti e intima di rispettare la legge e l’accusato che è sotto la sua spada (della giustizia). Quindi, la furia omicida del popolo si ferma dinanzi alla richiesta del presidente. Ma perché?

Uno storico commenta che i Sanculotti hanno compreso che ciò che loro stanno compiendo con le armi, viene perfezionato da questi giuristi sui loro seggi. I Sanculotti capiscono che l’esito del processo sarà il medesimo a cui punta l’azione nelle carceri.

Se entrambi i protagonisti di questa vicenda puntano al medesimo risultato, è ancora riconoscibile una differenza tra i due? È ancora possibile affermare che i primi agiscono da fuori legge e i secondi nel rispetto di quest’ultima? Si tratta ancora di un vero e proprio processo? L’autore Satta si pone questi quesiti equiparando le azioni dei Sanculotti e dei giudici, ma sorgono delle obiezioni:

  • Non sono i giudici che uccidono le guardie, ma quando condannano a morte è la legge che uccide

Satta contesta questa idea che nasce con l'illuminismo giuridico, perché il sillogismo giudiziario è falso. Egli afferma che chi uccide non è il legislatore, ma il provvedimento giurisdizionale; quindi, è il giudice che condanna a morte perché decide in totale autonomia di fronte alla legge. Ciò non si intende come atto arbitrario in senso necessariamente negativo, ma nel senso di un atto di sovranità che sia esso del popolo o del giudice.

Va comunque detto che, dopo il settembre 1792, il Tribunale viene sospeso e comunque aveva prodotto poche condanne. La Convenzione vi ridà costituzione nel 1793; Antoine Fouquier de Tinville venne proclamato pubblico accusatore. Satta pone l’accento sulla motivazione del magistrato, cioè quella di prevenire i massacri come quelli consumatisi nel settembre del 1792, con lo scopo (in pratica) di sostituirli legalmente con delle condanne a morte.

Nella primavera del 1794, la Convenzione, sotto le pressioni di Robespierre che voleva accelerare i tempi dei giudizi del Tribunale rivoluzionario, decretò il divieto di assegnare all'imputato avvocati difensori e di escutere testimoni a discarico. Venne inoltre sancito che se il processo si prolunga per più di tre giorni, il quarto giorno il presidente dovrà chiedere ai giurati se la loro coscienza è sufficientemente rischiarata. Con risposta affermativa si potrà procedere a condanna.

L’autore Satta si chiede quindi se è questo ancora un vero processo dato che non è più quasi dotato della sua connotazione originale. La prova che è difficile disfarsi completamente del vero senso del processo è data però dal fatto che lo stesso Antoine Fouquier de Tinville viene arrestato per gli abusi compiuti nell’esercizio delle sue funzioni. Infatti, Antoine era considerato un eroe e tanti erano contrari alla sua condanna, al punto che si ammise il test di testimoni a discarico.

Risulta dall’analisi di questi avvenimenti che il processo è autonomo rispetto al provvedimento legislativo; in questo senso, l’esito del processo non è l’esecuzione di un comando ma l’esercizio arbitrario della funzione giurisdizionale. (=non abbiamo ucciso, abbiamo condannato a morte)

Ma allora qual è lo scopo del processo?

L’autore Satta risponde in questo modo: “non si dica che lo scopo del processo è l'attuazione della legge! E nemmeno la punizione del reo o la ricerca della verità. Se così fosse il processo sarebbe incomprensibile perché allora non dovrebbe esistere la c.d. sentenza ingiusta e non si comprenderebbe la forza del giudicato che fissa la fine di un'indagine. Se uno scopo al processo si vuole assegnare, altro non sarà che il giudizio.”

Si intende qui per giudizio l’attività di giudicare, quindi il procedere del giudizio. Non si tratta di uno scopo esterno perché il processo si compone della formazione di giudizi, in questo senso il processo trova il suo scopo al suo interno, che è come dire che ne è privo. Si tratta di un paradosso? “No”, risponde Satta, “è solo il mistero del processo”.

13/10/20 - Lezione 2

Il rifiuto del giudizio contrapposto alla volontà di giudicare

L’autore contrappone il giudizio all’azione, intendendo il primo come il momento in cui l’azione dell’uomo si arresta per giudicare. Questo momento d’arresto nel fluire della vita degli uomini è un atto misterioso, di natura divina (=in senso lato) forse. Satta in questo senso ci tiene a distinguere l’atto del giudicare dall’atto del punire che non vanno sovrapposti; l’autore a tal scopo evoca una figura mitologica fornita da Dante Alighieri nella Divina commedia: Minosse, il giudice infernale. Quest’ultimo era colui presso il quale i dannati si recano per confessare i propri peccati e che avvolgeva la propria coda attorno a sé tante volte quanti erano i gironi in fondo ai quali dovrà sprofondare l’anima dannata.

Tutti i commentatori parlano di un “giudice infernale”, ma, secondo l’autore Satta, Minosse non giudica ma punisce, poiché si limita ad applicare la pena comandata da altri sopra di lui. Satta quindi richiama il brocardo nulla poena sine iudicio, per cui non è possibile infliggere una pena se non vi è stato un giudizio, cioè un processo. Ma, l’autore afferma che il brocardo si potrebbe anche ribaltare e risolversi anche in quest’altro: nullum iudicio sine poena, secondo il quale non è detto che il processo debba sempre concludere con una pena ma che l’essere sottoposto a giudizio è già di per sé una pena.

Ciò veniva sostenuto anche da parte di due processualisti: Giuseppe Chiovenda e Francesco Carnelutti. Secondo quest’ultimo, la sentenza di assoluzione non è altro che la confessione di un errore giudiziario, perché anche il solo fatto di essere sottoposti a giudizio è di per sé una pena.

L’essere sottoposti a giudizio viene aborrito dagli uomini ma non vale lo stesso per la situazione opposta in cui un uomo pronuncia un giudizio. Satta afferma che ciascuno di noi è innocente internamente, ma non si tratta di colui che viene assolto ma di chi non viene giudicato, sfuggendo il processo.

La ragione che spinge l’uomo a sfuggire al giudizio, ma a farsi avanti quando invece si trova nella situazione opposta di giudicare, è quella per cui si attribuisce al giudizio il significato di postulare l’ingiustizia di un’azione, quindi invocare il giusto contro di essa.

Ripensando al Tribunale rivoluzionario, usare il processo per uccidere significa non semplicemente punire ma postulare l’ingiustizia dell’azione altrui. In questo senso, i nemici della rivoluzione verranno giudicati per correggere le loro azioni non per ucciderli. Ecco perché i giudici non vengono considerati assassini come invece lo sono i Sanculotti.

L’importante non era tanto che cadesse la testa di tutti coloro che rappresentavano il regime tirannico, in quel momento era importante che la giustizia venisse ripristinata con questa dimensione quasi soprannaturale, divina persino dice Satta, del giudizio. Ed è per questo motivo che Satta dice che esiste il precetto evangelico “non giudicare” per cui si affida il giudizio a una dimensione divina.

Su questo rifiuto del giudizio contrapposto alla volontà di giudicare, il giurista Satta aggiunge una citazione derivata dal grande filosofo Blaise Pascal il quale osserva come Gesù sia morto all’esito di un processo. Egli riporta come Gesù Cristo non volesse essere ucciso come martire, ma che desiderasse una condanna a morte come esito di un processo perché l’essere sottoposto a giudizio ed essere riconosciuto come colpevole era più ignobile che trovare la morte fuori dalla legge.

Che cos’è il processo?

Tra i primi glossatori, Bulgaro ci lascia questa definizione secondo cui il processo non è altro che un’attività in cui sono coinvolte tre persone: il giudice e le due parti. Il processo costituisce la lotta tra questi personaggi e la lettera che deriva dai codici è il risultato di questa inesauribile lotta.

Secondo Satta, ognuna di queste norme, che lette senza una riflessione storica appaiono come una raccolta noiosa che rallenta l’opera della giustizia, è frutto di una secolare esperienza. Si direbbe quasi che tutto lo sforzo degli uomini, nel creare queste leggi con l’istituzione di quella forma di giudizio che è il processo, sia diretto all’assurda speranza di oggettivare il giudizio, di ridurre il giudice a un puro tramite umano di una verità che sta fuori e sopra di lui.

Osservando con l'occhio dello storico e del filosofo dunque si coglie questo, cioè lo scopo di rendere il giudice la “bocca della legge”, il tramite di una verità. Tutto ciò comporta una trasfigurazione dell’uomo che giudica attraverso ad esempio le vesti formali come la toga, in modo da oggettivare la persona. Ciò rappresenta il tentativo da parte delle norme di presentare il giudizio come qualcosa di obiettivo, come se il giudice non stesse intervenendo personalmente ma fosse il tramite di una verità che sia delle leggi, del diritto, della giustizia o di un'ideologia particolare. In ogni caso, di una verità che sta fuori.

C’è modo di venire a capo di questo mistero del processo?

Partendo dalle ultime riflessioni, l’autore Satta arriva ad individuare cosa c’è di essenziale (presupposto necessario) in quel giudizio che noi chiamiamo processo. Si parla del divieto per cui nessuno può essere giudice in causa propria, cioè la terzietà del giudice. Lo scopo del giudice è interno al processo perché è proprio quello di dare un giudizio, ma questo potrà esistere solo quando verrà pronunciato da un terzo. Da qui, l’obiettività del giudizio, che pare un’assurda speranza, può assumere concretezza con la terzietà del giudice, cioè la sua estraneità.

Satta riporta come vi sia la tendenza a sostituire il terzo con la parte attraverso l’esempio fornito dal Tribunale di Norimberga: si tratta di un tribunale istituito dai vincitori. Ma anche i processi compiuti dal Tribunale rivoluzionario non sono per i giuristi dei veri giudizi perché si tratta di giudizi formulati da una delle parti, quella che sosteneva la rivoluzione.

Rifiuto di contemplare la giustizia

Dopo che è stata enunciata l’essenza del giudizio (identificata nella terzietà del giudice), il giurista sembra aver assolto al compito di dare una definizione al processo, il quale altro non è che la formulazione di un giudizio. Salvatore Satta però compie un ulteriore passaggio chiamando in causa il giurista dal punto di vista morale, e lo fa citando Henri Bergson che in una sua opera si chiede cosa dovremmo fare se un individuo innocente fosse sottoposto a indicibili sofferenze per garantire a noi l’esistenza. Bergson afferma che dovremmo possedere un filtro perché non potremmo accettare che le nostre conquiste poggino su un’ingiustizia così palese.

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Scienze giuridiche IUS/19 Storia del diritto medievale e moderno

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anniemarie di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Marchetto Giuliano.
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