Appunti di narratologia
Luciano Vitacolonna
Ogni essere umano possiede quella che si potrebbe chiamare ‘competenza narrativa’, ossia «ogni uomo, in ogni società umana conosciuta alla storia e all’antropologia, sa come narrare ed è in grado di farlo fino dalla più giovane età» (Prince [1984: 122]). Ciò vale non solo a livello di ontogenesi ma anche di filogenesi: «L’attività narrativa è così fondamentale che a quanto sembra era già pienamente sviluppata, perlomeno in un modello adatto all’uso1 quotidiano, nel Paleolitico superiore» (Donald [1996: 302]). E Gould afferma: «Noi uomini siamo creature che raccontano e avrebbero dovuto chiamarci Homo narrator (o forse Homo mendax, tenendo conto dell’aspetto frequentemente sviante insito nell’attività del raccontare storie), anziché con il termine spesso inadeguato di Homo sapiens. La modalità narrativa ci viene in maniera naturale come stile per organizzare pensieri e idee» (cit. in Ceserani [1996: 79-80]).
Scrive Ochs [1997: 185]:
«Immagina un mondo senza narrazioni [narrative]. Vivere senza raccontare agli altri ciò che è accaduto a te o a qualcun altro, e senza riferire ciò che hai letto in un libro o visto in un film. Non poter ascoltare o vedere e leggere drammi composti da altri. Non avere accesso a conversazioni, testi scritti, quadri o film che concernono avvenimenti reali e fittizi. Immagina perfino di non comporre narrazioni interiori […]. No. Un universo simile non è immaginabile, perché significherebbe un mondo senza storia, miti o dramma; e vite senza ricordo, rivelazione, e revisione interpretativa».
Riconosciuta o ammessa, dunque, detta competenza narrativa, preliminarmente dovremmo rispondere a una serie di domande: perché si narra? perché si narra ciò che si narra? perché ogni cultura narra nel modo in cui narra? quando, dove, a chi o per chi si narra? ecc. Pertanto cercheremo di rispondere o comunque di prendere in considerazione, se non tutte, perlomeno le più importanti di queste domande.
Forme della narrativa
Anzitutto due parole sull’espressione ‘forme della narrativa’. Con questa espressione si possono intendere:
- I diversi tipi di narrativa che si sono sviluppati nel corso della storia della letteratura (poema epico, poema cavalleresco, novella, fiaba, favola, exemplum, il romanzo e le sue varie forme, ecc.); si tratta, in fondo, ma non esattamente, della questioni dei ‘generi’;
- Le diverse scelte discorsivo-stilistiche rintracciabili all’interno di uno stesso testo (si pensi, per es., a opere come la Commedia di Dante, l’Ulysses di J. Joyce, la Recherche di M. Proust, gli Exercises de style di R. Queneau, il Grande sertão: Veredas di J. Guimarães Rosa, Se una notte d’inverno un viaggiatore di I. Calvino, ecc.).
In italiano esistono due termini principali con cui riferire (o riferirsi a) fatti o eventi: ‘racconto’ e ‘narrazione’:
1 Cfr. Koch [1982: 63-65] e Canisius [1982]. Il Paleolitico superiore va da 40000 a 12000 anni fa ed è comunemente collegato alla diffusione dell’Homo sapiens sapiens le cui innovazioni comportamentali furono probabilmente determinate dalle nuove e più complesse facoltà cerebrali, che consentirono lo sviluppo del linguaggio e di capacità simboliche.
- Racconto viene da raccontare, la cui etimologia è ra(d)-contare, dove ra(d) è un doppio prefisso che indica ripetizione [cfr. r(i)-] e contare significa ‘computare’;
- Narrazione, invece, viene da narrare, la cui etimologia è il latino (g)narus, che significa ‘informato’, ‘esperto’. Il termine (g)narus è un agg. in -ro, dalla radice gene (che vale ‘accorgersi’, ‘capire’) al grado ridotto (cfr. latino nā, sanscrito jñā).
A questi termini bisogna aggiungere storia, dal latino (hi)storia, che deriva dal greco historía (< wid-tōr-), che significa ‘ricerca’.2
Relativamente alla parola ‘storia’, poi, abbiamo tre possibili valenze semantiche:
- ‘Storia’ come res gestae o Geschichte, ossia ciò che accade o è accaduto (fatti, eventi, ecc.);
- ‘Storia’ come historia rerum o Historie, ossia studio e sistematizzazione di ciò che accade o è accaduto;
- ‘Storia’ come Erzählung, ossia racconto/narrazione della Geschichte o della Historie.
Quanto poi alla Erzählung, è noto come in essa vadano individuati il livello del ‘discorso’,3 quello della ‘fabula’, quello dell’‘intreccio’ e quello di ‘stile’.
Bisogna inoltre precisare che il termine ‘narrazione’ è ambiguo. Esso può infatti designare tanto l’atto del narrare (ossia il ‘raccontare’) quanto il risultato del narrare (ossia il ‘racconto’).
Afferma Gould:
«Noi uomini siamo creature che raccontano e avrebbero dovuto chiamarci Homo narrator (o forse Homo mendax, tenendo conto dell’aspetto frequentemente sviante insito nell’attività del raccontare storie), anziché con il termine spesso inadeguato di Homo sapiens. La modalità narrativa ci viene in maniera naturale come stile per organizzare pensieri e idee».4
Quanto alla narrativa, dobbiamo distinguere diversi tipi di narrativa:
- Narrativa naturale
- Narrativa naturale non verbale
- Narrativa naturale verbale
- Narrativa artificiale
- Narrativa artificiale non verbale
- Narrativa artificiale verbale
- Narrativa artificiale verbale non letteraria
- Narrativa artificiale verbale letteraria
2 Cfr. Coseriu [1981: 33]. Interessanti spunti anche in Ricoeur [1999: 83 ss].
3 Cfr. Segre [1974]. Merita di essere ricordata anche la diversa tripartizione di Genette in ‘storia’ («il significato o contenuto narrativo»), ‘racconto’ («il significante, enunciato, discorso o testo narrativo stesso») e ‘narrazione’ («l’atto narrativo produttore e, per estensione, l’insieme della situazione reale o fittizia in cui esso si colloca»); v. Genette [1976: 75]. Va anche tenuta presente la diversa distinzione fra ‘storia’ (Historie), ‘ricerca storica’ (Geschichtsforschung), ‘storiografia’ (Geschichtsschreibung) e ‘narrazione’ (Erzählung) prospettata da Habermas [1976: 200 ss.].
4 Cit. in Lavagetto [a c. di, 1996: 79-80].
Un esempio di A1 può essere, ad es., un racconto fatto a gesti o magari i graffiti preistorici rupestri e non (Lascaux, Altamira, Val Camonica, Egadi, ecc.), mentre B1 può essere esemplificato da un balletto o da un fumetto costituito solo da immagini. Possiamo esemplificare A2 con un racconto fatto da una persona a un’altra in una normale (quotidiana) situazione comunicativa. Un esempio di B2a può essere un’orazione, come la prima Catilinaria di Cicerone o il De bello Gallico di Cesare.
Più specificamente, nel caso di (A2) – ma in un certo senso anche di (A1) – ‘narrativa’ indicherà, per es., «la rappresentazione di almeno due situazioni o avvenimenti, reali o immaginari, in una sequenza temporale, nessuno dei quali presuppone o implica l’altro»5 (Prince [1984: 10]; cfr. Ochs [1997: 189]). Invece nel caso di (B2b) si potrà intendere con ‘narrativa’ «tutte quelle opere letterarie che sono distinte da due caratteristiche: la presenza di una storia e la presenza di un narratore» (Scholes & Kellogg [1970: 4]).
La definizione di ‘narrativa’ data da Prince, però, presenta delle difficoltà. Perché gli avvenimenti non dovrebbero presupporsi o implicarsi reciprocamente? Infatti, altri studiosi vedono proprio nei rapporti causali e nelle inferenze i principali presupposti della narrativa. Prendiamo, ad es., l’inizio del romanzo Anna Karenina di Tolstoj:
«Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Casa Oblonskij era tutta in subbuglio. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una storia con l’istitutrice francese che aveva lavorato in casa loro, e gli aveva annunciato che non poteva più vivere con lui sotto lo stesso tetto. La situazione andava avanti da tre giorni ed era tormentosa per i coniugi, per gli altri membri della famiglia e per la servitù. Tutti i membri della famiglia e tutti i servitori sentivano che la loro convivenza era priva di senso e che persone qualsiasi che si ritrovino casualmente nella stessa locanda hanno in comune più di quanto avessero i membri della famiglia e della servitù di casa Oblonskij. La signora non usciva dalle sue stanze, il marito non rientrava da tre giorni. I ragazzini, come smarriti, correvano per tutta la casa; la signorina inglese aveva litigato con la governante e aveva scritto un biglietto a un’amica chiedendole che le cercasse un nuovo posto; il giorno prima il cuoco se n’era andato di casa nel bel mezzo del pranzo; la sguattera e il cocchiere si erano licenziati».6
Analizzando questo brano, van den Broek [1994: 539-541] sottolinea come la sua coerenza – ossia le relazioni logico-semantiche che connettono le sue unità – sia il risultato di processi inferenziali, di relazioni anaforiche e di rapporti causali. Una anafora si trova in «gli aveva annunciato», dove gli si riferisce a marito. Quanto ai rapporti causali – in base a cui un dato evento narrato (o descritto) in un enunciato è causa di un evento successivo –, la maggior parte dei lettori presume che la moglie di Oblonskij non potesse continuare a vivere con lui perché aveva scoperto che lui aveva una relazione con l’istitutrice. I rapporti causali, però, possono connettere certi fatti nel testo ad altri precedenti che non vengono menzionati ma che sono plausibili sulla base delle conoscenze che il lettore ha del mondo (ricordiamo le ‘basi’ nella teoria di Petöfi). Ad esempio, in Anna Karenina il lettore può inferire che la moglie di Oblonskij abbia scoperto la relazione del marito con l’istitutrice a seguito di pettegolezzi o grazie a qualche appunto della istitutrice stessa, oppure in qualche altro modo.
5 Sinceramente, non si riesce a capire perché, per Prince, nessun avvenimento debba presupporre o implicare l’altro.
6 Tolstoj, L.N., Anna Karenina, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso, 2004, p. 7.
Con narratologia,7 quindi, si potrà intendere «lo studio della forma e del funzionamento della narrativa», o più esattamente:
«La narratologia esamina ciò che […] tutti i racconti hanno in comune, e ciò che li caratterizza come narrativamente diversi. Non è quindi particolarmente interessata alla storia di particolari romanzi o novelle, al loro significato e al loro valore estetico; si occupa piuttosto dei tratti che distinguono la narrativa da altri sistemi significanti e delle modalità di questi tratti. Il suo corpus consiste non solo di tutti i racconti esistenti, ma anche di tutti quelli possibili» (Prince [1984: 10-11]).
Infatti, non solo esistono nel mondo innumerevoli forme narrative, ma le strutture di queste forme narrative possono essere talmente singolari che è difficile comprendere racconti o narrazioni che non siano prodotti della nostra cultura.8 Inoltre, le forme narrative possono cambiare anche all’interno di uno stesso genere o modello narrativo, come è testimoniato dalla varietà tipologica dei racconti medievali o, per quanto riguarda più strettamente il romanzo, dalla rivoluzione narrativa operata nel XX secolo da Joyce, Proust, Musil, Döblin, Dos Passos, Butor, ecc.
Comunicazione narrativa
La comunicazione narrativa “modello” può essere così rappresentata:
Autore reale → autore implicito → narratore → (narratario) → lettore modello → lettore reale
I termini vanno così intesi:
Autore reale = Manzoni, nato a Milano il 7 marzo 1785; Hemingway, nato a Oak Park (Illinois) il 21 luglio 1899; ecc.
Autore implicito = l’idea che ci facciamo dell’autore leggendo una sua opera.
Narratore = chi narra. Il narratore può essere:
- Esterno alla narrazione (per es. Verga, Tolstoj) e allora si ha la narrazione in 3a persona;
- Interno alla narrazione (per es. Adriano Meis nel Fu Mattia Pascal, oppure Marcel nella Recherche) e allora si ha la narrazione in 1a persona.
Narratario = può esserci o meno e designa l’eventuale destinatario del racconto, destinatario che può essere interno alla narrazione (come nel caso del Decameron) o esterno ad essa (come nel caso dei Promessi sposi).
7 Il termine ‘narratologia’ «è stato coniato da Todorov, per designare lo studio funzionale delle narrazioni» (Segre [1985: 108, nota 38]).
8 A questo proposito v. Bartlett [1974, 1975] e Gardner [1994: 134 ss.].
Lettore modello = il lettore cui l’autore idealmente si riferisce, ossia il lettore che dovrebbe avere tutte quelle competenze, conoscenze, ecc. necessarie a interpretare adeguatamente l’opera.
Lettore reale = tutti coloro che effettivamente, concretamente leggono un’opera.
Racconto = testo letterario = (1) mondo possibile intensionalizzato; (2) il rapporto significante (forma) – significato (contenuto) si fa significato (contenuto).
Tuttavia, per più ragioni, questo modello di comunicazione narrativa non è del tutto soddisfacente. Invero vengono trascurati – se non ignorati – fattori fondamentali come il contesto, la natura e il tipo di medium utilizzato, la dimensione diacronica, l’eventuale funzione perlocutiva del testo, ecc. Inoltre, se volessimo rapportare o paragonare un racconto al segno linguistico (meglio: a un complesso segnico), allora potremmo delineare il seguente schema:
- Significante — forma linguistico-stilistico-retorica;
- Significante — intreccio;
- Significante — attanti;
- Significante — personaggi;
- Significato — fabula;
- Significato — contenuto ideologico, simbolico, filosofico, ecc.
Ricordiamo che già Aristotele, nella Poetica (1448a ss.), distingueva fra mimesi (imitazione, rappresentazione) e diegesi (narrazione). Di qui la possibilità di un’ulteriore distinzione:
- Narrazione mimetica = il narratore scompare dalla narrazione ovvero cerca di limitare al massimo o di celare la propria identità (cfr. il canone dell’impersonalità in un romanzo come Mastro-don Gesualdo di Verga). È il caso di un racconto che si limita alla pura registrazione degli atti e delle parole dei personaggi;
- Narrazione diegetica = il narratore mette in rilievo la propria funzione e si attribuisce un’identità individuale. Il narratore può essere interno (per es., Il fu Mattia Pascal di Pirandello) o esterno (per es., I promessi sposi) al racconto.
Secondo Genette si può ottenere una vera e propria mimesi solo nel ‘racconto di parole’ (ossia la pura e semplice registrazione delle parole pronunciate dai personaggi), in quanto, in questi casi, i personaggi non sono né visti né descritti. Il racconto di parole può suddividersi in:
- Discorso diretto (battute di dialogo, soliloquio, monologo interiore, ecc.);
- Discorsi indiretto o indiretto libero (che comportano un grado maggiore di mediazione da parte del narratore);
- Racconto narrato e sintetico di parole e pensieri dei personaggi (per es.: “Dissi a mio padre che sarei partito”);
- Racconto di avvenimenti.
Un esempio di discorso diretto è il seguente: «Carlo mentre camminava disse: “Tra poco partirò”».
Un esempio di discorso indiretto è il seguente: «Carlo mentre camminava disse che tra poco sarebbe partito». Un concreto esempio di discorso indiretto libero si ha nel cap. II dei Malavoglia, dove viene esposto – proprio col ricorso all’indiretto libero – il punto di vista della Zuppidda sulla Mangiacarrubbe:
«– Bel pezzo, la Mangiacarrubbe, seguitava [la Zuppidda], una sfacciata che si è fatto passare tutto il paese sotto la finestra – “A donna alla finestra non far festa”, e Vanni Pizzuto le portava in regalo i fichidindia rubati a massaro Filippo l’ortolano, e se li mangiavano insieme nella vigna, sotto il mandorlo, li aveva visti lei. – E Peppi Naso, il beccaio, dopo che gli spuntò la gelosia di compare Mariano Cinghialenta, il carrettiere, andava a buttarle dietro l’uscio tutte le corna delle bestie che macellava, sicché dicevano che andava a pettinarsi sotto la finestra della Mangiacarrubbe».9
Ai suddetti tre tipi di discorso andrebbero aggiunti questi altri:
- «È meglio sventrare il delfino un po’ più tardi, perché gli resti il sangue nella carne, pensò»;10 qui si potrebbe parlare di ‘pensiero rappresentato’ (cfr. Vitacolonna [2004: 97]);
- «Era giovedì, quindi mancavano due giorni a sabato. Ma in questo periodo vedo spesso le aragoste in quel negozio, rifletté Shingo»;11 anche qui si può parlare di ‘pensiero rappresentato’;
- «E Lucy si fermò sulla porta del salotto con il cuscino in mano, e disse, timidamente, arrossendo un poco, non voleva che l’aiutasse a rammendare il vestito?»;12 qui siamo a metà strada fra il discorso diretto e l’indirett
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