Didattica italiana
Lezione 1
La didattica della lingua italiana è sicuramente un argomento che costituisce uno dei pilastri fondanti dell’insegnamento sia nella scuola dell’infanzia sia nella scuola primaria, perché col nostro insegnamento poniamo le basi per i futuri cittadini.
Soltanto con un buon insegnamento, i bambini raggiungono un successo scolastico e soprattutto un inserimento adeguato nella società.
Organizzazione del corso
Al posto dell’ultimo capitolo del libro della Lo Duca, ci darà una sua brevissima dispensa, perché più aggiornata con i tempi.
Ogni settimana affronta un tema/focus diverso, che corrisponde ai capitoli che dobbiamo portare all’esame, ma non c’è una successione precisa; questa settimana è un focus più teorico, ossia la variabilità linguistica.
La variabilità linguistica
Iniziamo con alcune indicazioni teoriche, partendo dalle Dieci Tesi GISCEL, che sono veramente un documento di svolta, quasi rivoluzionario, importantissimo per quanto riguarda l’educazione democratica e in modo particolare l’educazione linguistica. Poi, cominceremo ad affrontare un tema che è particolarmente importante, ossia la variazione linguistica: faremo un brevissimo excursus storico, che parte dagli anni Settanta, quindi 50 anni fa, per arrivare ai giorni nostri, perché questa variabilità linguistica, con la presenza di persone non italofone nel nostro Paese, ha fatto sì che veramente ci sia stato un cambiamento notevolissimo.
Per questa prima parte, la docente ci darà anche due indicazioni pratiche: una che riguarda il nostro repertorio linguistico, perché nessuno di noi è monolingue; poi, alcune indicazioni su quali attività fare in aula per capire la complessità linguistica che ogni bambino si porta dietro (ogni b. che abbiamo presente in aula non è sicuramente monolingue). Dunque, il focus di questa settimana sarà proprio quello sulla variabilità linguistica e sull’italiano neo-standard a partire dal 1985, quando Francesco Sabatini ha individuato i 35 tratti fondamentali dell’italiano neo-standard. E prendiamo in considerazione anche questo aspetto perché non dobbiamo dimenticare che tutto quello che diciamo a livello teorico ha una ricaduta sulla classe.
Le Dieci Tesi GISCEL
Il GISCEL, un gruppo costituitosi nel 1975 nell’ambito della SLI, intende definire i presupposti teorici basilari e le linee d’intervento dell’educazione linguistica, proponendole all’attenzione degli studiosi e degli insegnanti italiani e di tutte le forze che, oggi, in Italia, lavorano per una scuola democratica.
➔ Le Dieci Tesi GISCEL sono un documento chiave e una pietra miliare per l’educazione linguistica. 1
Il gruppo GISCEL è nato nel 1975, come un gruppo di intervento di studio nel campo dell’educazione linguistica. Il gruppo GISCEL, oramai, agisce su tutto il territorio italiano, proprio perché vuole tenere un accordo molto stretto tra la realtà scolastica e l’aspetto teorico, ossia che cosa sta avvenendo rispetto alla lingua italiana che insegniamo in aula. Quindi, l’attenzione del gruppo GISCEL è proprio sulla lingua.
È nato dopo il post ‘68, dal punto di vista socio-economico gli anni Settanta non erano particolarmente semplici e quindi nacque la necessità di prendere in considerazione la scuola e far sì che potesse essere un’educazione linguistica per tutti, ossia che tutti i b. potessero seguire le lezioni e che ci fosse un’adeguata attenzione alla loro situazione linguistica.
Bisogna tener conto che, in quegli anni, a Torino, attraverso l’opera di Fiorenzo Alfieri, un maestro che per anni è stato assessore alla cultura a Torino, era nato il tempo pieno. E il tempo pieno è nato nei quartieri più disagiati di Torino, ossia alle Vallette, ed era allora un modello; alcune famiglie della borghesia torinese, che abitavano in centro, mandavano i b. a scuola alle Vallette perché lì c’era il tempo pieno.
→ Dunque, le Dieci Tesi del GISCEL sono nate in un periodo di grandi fermenti scolastici.
Le Dieci Tesi GISCEL sono le seguenti:
1. La centralità del linguaggio verbale
Il linguaggio verbale è di fondamentale importanza nella vita sociale e individuale perché, grazie alla padronanza sia ricettiva (capacità di capire) sia produttiva di parole e fraseggio, possiamo intendere gli altri e farci capire (usi comunicativi); ordinare e sottoporre ad analisi l’esperienza (usi euristici e cognitivi); intervenire a trasformare l’esperienza stessa, ossia a raccontare i nostri stati d’animo (usi emotivi, argomentativi). Dunque, se non si possiede la lingua in tutte le sue sfumature, si è in qualche modo “borderline”, ossia non ci si riesce ad inserire nella società.
2. Il suo radicamento nella vita biologica, emozionale, intellettuale, sociale
Dati i molti legami con la vita individuale e sociale, è utile affermare che lo sviluppo delle capacità linguistiche affonda le sue radici nello sviluppo di tutto l’essere umano, dall’età infantile all’età adulta, e cioè nelle possibilità di crescita psicomotoria e di socializzazione, nell’equilibrio dei rapporti affettivi, nell’accendersi e maturarsi di interessi intellettuali e di partecipazione alla vita di una cultura e comunità.
Attraverso la lingua, si può esprimere tutto quello che ha a che fare rispetto alle relazioni, ai rapporti affettivi, agli aspetti intellettuali, per cui la lingua entra a tutto tondo nella vita di una persona. Basta pensare, a livello linguistico, al fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, ossia, ad esempio, quanti italiani non sono in grado di scrivere una lettera. Fino a un anno fa, se arrivavamo a Francoforte, grande città della Germania, all’uscita della stazione, c’era un gazebo, dove i tedeschi e i non tedeschi andavano per farsi scrivere delle lettere formali di livello democratico, ed è un servizio che si rivolge a chiunque.
3. Pluralità e complessità delle capacità linguistiche
Il linguaggio verbale è fatto di molteplici capacità: la capacità di produrre parole e frasi appropriate oralmente o per iscritto, la capacità di conversare, interrogare e rispondere esplicitamente, la capacità di leggere ad alta voce, di recitare a memoria, ecc. Altre si vedono e percepiscono meno evidentemente e facilmente: tali sono la capacità di dare un senso alle parole e alle frasi udite e lette, la capacità di verbalizzare e di analizzare interiormente in parole le varie situazioni, 2 la capacità di ampliare il patrimonio linguistico già acquisito attraverso il rapporto produttivo o ricettivo con parole e con frasi soggettivamente o oggettivamente nuove.
Dunque, la complessità delle capacità linguistiche non significa soltanto interagire, ma soprattutto capire le parole, cioè saperne dare un significato, utilizzarle correttamente in varie situazioni, ossia scegliere le parole adeguate in base al contesto, alla situazione e al ruolo. Qui, entra in gioco quello che poi è diventato uno degli slogan dell’educazione linguistica, ossia la competenza linguistica e comunicativa: saper comunicare correttamente (qui entra in gioco la grammatica) in ogni situazione, contesto e ruolo (qui entrano in gioco i registri linguistici).
4. I diritti linguistici nella Costituzione
Una pedagogia linguistica efficace deve badare a tutto questo: cioè al rapporto tra sviluppo delle capacità linguistiche nel loro insieme (tesi III) e sviluppo fisico, affettivo, sociale, intellettuale dell’individuo (tesi II), in vista dell’importanza decisiva del linguaggio verbale (tesi I). La pedagogia linguistica efficace è democratica se e solo se accoglie e realizza i principi linguistici esposti in testi come, ad esempio, l’articolo 3 della Costituzione italiana, che riconosce l’eguaglianza di tutti i cittadini «senza distinzioni di lingua» e propone tale eguaglianza, rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongono, come traguardo dell’azione della «Repubblica».
Dunque, nella nascita delle tesi GISCEL c’era, ovviamente, un aggancio alla politica e si rifanno, infatti, all’articolo 3 della Costituzione che, in questi ultimi anni, è tornato molto in auge. La Costituzione riconosce l’eguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di lingua. È una frase che ha un peso folle, per tutto il discorso della cittadinanza italiana.
5. Caratteri della pedagogia linguistica tradizionale
La pedagogia linguistica tradizionale è rimasta assai al di sotto di questi traguardi. Qualcuno ha osservato che, spesso, vecchie pratiche pedagogiche in materia di educazione linguistica sono rimaste parecchi passi indietro perfino rispetto alle proposte dei programmi ministeriali, che, certo, non erano e non sono l’ideale dell’efficacia democratica.
Dunque, nelle tesi GISCEL compare una critica, neanche tanto velata, verso la tradizione pedagogica linguistica italiana, che era ancorata alle regole grammaticali e ad un’attenzione accentuata alla lingua scritta, senza prendere in considerazione quella orale. In questo campo, la didattica dell’italiano L2, negli ultimi vent’anni, ha contribuito molto ad un aggiornamento, sia per la presenza di b. non italofoni nelle scuole sia per la diffusione dell’italiano nel mondo. Quindi, la didattica ha sviluppato tecniche, strategie, attività diversificate che possono essere tranquillamente usate anche con la didattica dell’italiano L1.
6. Inefficacia della pedagogia linguistica tradizionale
Anche la sesta tesi porta avanti una critica nei confronti di un focus troppo limitato della pedagogia linguistica tradizionale. Soprattutto si critica l’attenzione ai soli aspetti formali della lingua, perché la lingua è molto più della grammatica.
7. Limiti della pedagogia linguistica tradizionale
Nella settima tesi si analizzano i limiti della pedagogia linguistica tradizionale: 3
- Ignora la portata generale dei processi di maturazione linguistica (tesi I) e quindi la necessità di coinvolgere, nei fini dello sviluppo delle capacità linguistiche, non una, ma tutte le materie, non uno, ma tutti gli insegnanti (Educazione fisica, che è fondamentale, se è fatta sul serio, compresa). Ci deve essere una collaborazione tra tutti gli insegnanti: ogni materia ha la possibilità di sviluppare l’aspetto linguistico. Questa tesi è, poi, tornata in questi ultimi dieci anni ad essere nota, perché si afferma sempre di più l’idea che ogni insegnante è docente di lingua, perché, ad esempio, anche l’insegnante di matematica, quando spiega matematica, veicola i suoi contenuti con la lingua.
- La pedagogia tradizionale bada soltanto alla produzione scritta, non cura le capacità di produzione orale. Questa è messa a prova nel momento isolato e drammatico dell’«interrogazione», ad esempio. Oramai, siamo in una società dove l’oralità prevale, per cui dobbiamo tenere conto che l’aspetto dell’abilità del parlato deve essere tenuto fortemente in considerazione (non solo con un’interrogazione orale); ci sono molte attività per far sviluppare questa abilità e soprattutto far riflettere i b. su come utilizzare i diversi registri linguistici.
8. Principi dell’educazione linguistica democratica
La nuova educazione linguistica (più ardua) dice: «Puoi dire così, e anche così e anche questo che pare errore o stranezza può dirsi e si dice; e questo è il risultato che ottieni nel dire così o così». Essa ha una regola fondamentale e una bussola; e la bussola è la funzionalità comunicativa di un testo parlato o scritto e delle sue parti a seconda degli interlocutori reali cui effettivamente lo si vuole destinare, ciò che implica il contemporaneo e parimenti adeguato rispetto sia per le parlate locali, di raggio più modesto, sia per le parlate di più larga circolazione.
Dunque, il repertorio linguistico di ogni b. è fondamentale da tenere in considerazione, nessuno di noi è monolingue.
9. Per un nuovo curriculum per gli insegnanti
La nuova educazione linguistica richiede attenzioni e conoscenze sia negli alunni sia negli insegnanti. Questi ultimi in particolare, in vecchie prospettive in cui si trattava di controllare soltanto il grado di imitazione e di capacità ripetitiva di certe norme e regole cristallizzate, potevano contentarsi di una conoscenza sommaria di tali norme (regole ortografiche, regole del libro di grammatica usato dai ragazzi) e di molto buon senso, che riscattava tanti difetti delle metodologie.
10. Il salto di qualità e quantità delle conoscenze
Il salto di qualità e quantità delle conoscenze di scienze linguistiche richiesto agli insegnanti è impensabile senza l’organizzazione di adeguati Centri locali e regionali di formazione e informazione linguistica ed educativa, che correggano, nell’ideologia e nei particolari, gli errori commessi nelle esperienze formative post-universitarie realizzate dal Ministero dell’istruzione e correggano anche la lacunosità, povertà, casualità e parzialità dell’ordinamento (se così si può chiamare) universitario in fatto di insegnamento delle scienze del linguaggio. Siamo dunque dinanzi a un problema amministrativo e civile, a un problema politico.
Testo molto importante è il testo di Monica Beretta “Linguistica ed educazione linguistica” (1977): dispensa universitaria che conteneva tutte le indicazioni delle tesi GISCEL e quindi si avvertiva veramente la necessità di avere un’ottima preparazione linguistica, ma nello stesso tempo anche una tensione verso la didattica, quindi teoria e applicazione. 4
Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (2012)
Nel corso delle nostre lezioni parleremo anche delle Indicazioni Nazionali, ponendo l’attenzione sul lessico e sulla grammatica.
Plurilinguismo
Il focus di questa settimana è la variabilità linguistica. Una delle prime definizioni da prendere in considerazione è il plurilinguismo. Il plurilinguismo è una compresenza di linguaggi di tipo diverso (verbale, gestuale, iconico, ecc.), cioè diversi tipi di semiosi, sia di idiomi diversi, sia di diverse norme di realizzazione di un medesimo idioma. Esso pare essere una caratteristica della specie umana.
Bisogna fare attenzione a non confondere i termini multilinguismo e plurilinguismo. Se consultiamo la Treccani, pone questi due termini come sinonimi. Ma l’Unione Europea, in particolare il Consiglio d’Europa, ha posto una differenza che è interessante: il multilinguismo ha a che fare con una determinata area geografica; il plurilinguismo, invece, con l’individuo. Effettivamente, quando parliamo delle nostre classi, qualcuno dice che sono “classi multilingue”, in realtà sono “classi plurilingue”, perché il plurilinguismo è individuale.
Nessuna comunità linguistica è omogenea. Se pensiamo al paese o alla città in cui viviamo, ci rendiamo conto che effettivamente c’è una pluralità di lingue, dialetti, gerghi, sottocodici, ossia un bel “melting pot” linguistico. Ogni parlante maneggia attivamente, o anche passivamente, più linguaggi, più idiomi, più varietà. Possiamo anche avere una competenza passiva del dialetto, ossia essere in grado di comprenderlo, ma non riusciamo ad avere la competenza attiva, ossia la capacità di parlarlo, ma questo di fatto fa parte del nostro repertorio linguistico.
A questo proposito, il Consiglio d’Europa, rispetto ai famosi livelli linguistici (A1, A2, B1, B2, C1, C2), ha portato avanti una riflessione molto importante: sostiene, tranquillamente, ad esempio, che noi possiamo avere una competenza B2 nella comprensione scritta in tedesco e una competenza di livello A2 per quanto riguarda l’espressione orale. Dunque, c’è una varietà notevole, perché la lingua non è monolitica, ma ha un insieme di sfaccettature, e quindi ogni componente può essere “dominata” da ognuno di noi in modo diverso. Più le società sono plurilingue, più chiaramente ci sarà una differenza rispetto alle varie competenze.
Anni Settanta vs. oggi
Negli anni 70, vi era una fortissima presenza di diglossia, cioè la maggior parte della popolazione di allora faceva un uso del dialetto molto attivo. Infatti, la diglossia è la compresenza, all’interno di una comunità di parlanti, di due lingue differenziate funzionalmente, una delle quali è utilizzata solo in ambito formale (= italiano) e l’altra solo in ambito informale (= dialetto). In qualche modo, le tesi GISCEL sono partite proprio da questa situazione di partenza.
Oggi, da una parte c’è una forte presenza dell’italiano, anche se non è l’italiano aulico, ma può essere definito come “italiano popolare”, e dall’altra parte c’è una presenza di lingue non italiane, dovuta proprio alle persone non italofoni presenti nel nostro Paese. C’è, quindi, una varietà linguistica notevolissima.
In alcune zone dell’Italia, l’uso del dialetto è ancora molto alto, però, di fatto, l’italiano ha prevalso, perché è la lingua della scuola, dei media e della comunicazione ufficiale. 5
Patrimonio linguistico
Questo nostro patrimonio linguistico cambia molto, in base al tempo, allo spazio, all’area geografica, agli aspetti sociali e dal punto di vista diacronico.
Parlando di diglossia, non abbiamo soltanto l’italiano e i dialetti, ma in mezzo a questi due antipodi ci sono molte varietà linguistiche: abbiamo l’italiano popolare, le varietà regionali, i registri linguistici. Quando caliamo queste osservazioni nella realtà scolastica, dovremmo educare i giovani alla v
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