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Appunti del corso

Parte a

Lezione 1 - 02/03/21

La Parte A della lezione ha un taglio più storico. Oggi ci troviamo alla fine di una storia dell’insegnamento della lingua. Ci sono state istanze antiche, importanti per la lingua italiana. Gli italiani sono nati con il dialetto e sono stati gradualmente condotti all’insegnamento della lingua italiana. La lingua italiana ha una storia ed è legata all’insegnamento, è una lingua che si impara e si insegna. È evidente per l’italiano perché la nostra realtà linguistica è frammentata, è spesso lingua acquisita in un secondo momento, perché all’inizio si parlava solo il dialetto.

Le 10 tesi

Data di riferimento: 1975. Anno in cui Tullio De Mauro pubblica per l’educazione linguistica democratica (pdf Ariel). Partiamo da qui per due ragioni: gli anni '70 sono periodo di incubazione di riflessioni sulla scuola italiana, da un lato di ricezione di istanze della prima metà del '900, e poi anche di rottura rispetto a queste istanze o comunque rispetto a forme di insegnamento cristallizzate. In questi anni ci si concentra sul concetto di educazione linguistica, democratica poi perché appartenga a tutta la società e nazione. Grandissimo studioso De Mauro, è stato ministro della pubblica istruzione, noto soprattutto per ciò che ha scritto, la riflessione sulla lingua a “La storia linguistica dell’Italia unita”, livelli diversi. È un libro che osserva la storia dell’italiano dal punto di vista della lingua, è la biografia linguistica dell’Italia dopo l’unità. L’anno è il 1963, grande intuizione che lo porta tra i grandi studiosi della storia della lingua italiana del '900. Del 1960 c’è la di Migliorini. De Mauro tre anni dopo rivoluziona il modo di vedere la lingua con la sua opera. Nel 1975, De Mauro è ormai affermato sul piano storico ma anche teorico (studi semantica). Questo testo delle 10 tesi, manifesto della scuola moderna, è un documento importante storicamente perché le riforme degli anni dopo si rifanno a queste idee della lingua e dell’educazione linguistica, e poi queste 10 tesi hanno moltissimo da insegnare oggi a noi insegnanti. (Riflessione di Loiero e Lugarini sulle 10 tesi.)

Le 10 tesi si concentrano su nodi della didattica che verranno fuori man mano nel corso. La prima tesi parte da un’affermazione importante: la centralità del linguaggio verbale (leggi pdf). Ribadisce negli anni '70 l’importanza della parola, e non più solo del linguaggio iconico, in quanto importante nella vita sociale e individuale, questi sono i due grandi poli della linguistica tra '800 e '900: da un lato la società, che usa il linguaggio verbale, dall’altro l’individuo, che si appropria del linguaggio, in maniera autonoma ma non slegato dalla norma sociale. Il linguaggio deve avere valenza sociale, è elemento base della comunicazione. Grazie al capire e produrre frasi (ricezione e produzione), possiamo intendere gli altri e farci intendere. Poi è strumento per comprendere e analizzare, fare nostra l’esperienza. Poi mi permette di esprimere le emozioni, argomentare, e poi agire sulla società. C’è dimensione sociale e comunicativa, poi di ordine ed analisi dell’esperienza, e poi incidere sulla realtà.

La seconda tesi riguarda il fatto che il linguaggio verbale è radicato nella vita biologica, emozionale, intellettuale e sociale. È al centro di tutti questi aspetti complessi della vita. Riguarda anche il bambino e il ragazzo (leggi pdf). Dice che lo sviluppo delle capacità linguistiche non riguarda solo una parte dell’essere umano, e non spetta solo al docente di italiano, ma riguarda tutta la vita di un ragazzo/bambino. Il suo rapporto col corpo, la socializzazione, la parte intellettiva, ecc. Anche l’alimentazione è strettamente collegata a uno sviluppo linguistico e di socializzazione dell’individuo. Poi (tesi 4) De Mauro fa un discorso politico, nel senso positivo del termine, perché va a cercare nella costituzione italiana le basi di una scuola nuova che voglia educare alla lingua come strumento sociale. La pedagogia linguistica è efficace e democratica se e solo se rispetta l’articolo 3 della costituzione (uguaglianza cittadini). Quindi ragiona sul fatto che la lingua non può discriminare, dev’essere strumento in cui ci ritroviamo tutti. Pur provenendo da esperienze linguistiche diverse, dev’essere strumento di espressione per ognuno. Questo problema sociale è grande, perché una lingua può escludere. Nei Promessi Sposi, Renzo vive sin dall’inizio un’esclusione linguistica, quella di Don Abbondio (parole che Renzo definisce il latinorum), e poi nello studio di Azzeccagarbugli, dove non c’è lingua accessibile ma difficile per chi non è competente degli aspetti giuridici. O nel capitolo 27 quando deve ricorrere a una persona che sappia scrivere per scrivere a Lucia.

Quindi Manzoni è il primo che pone il problema linguistico come problema sociale. È stato il primo a riflettere su principi che la rivoluzione francese ha esaltato: l’idea che tutti i cittadini debbano avere la possibilità di accedere alla vita politica ma anche alla conoscenza e alla vita civile di uno stato. Per fare questo è necessario rifarsi alla scuola, che diventa il luogo in cui è possibile una formazione linguistica davvero democratica. De Mauro dice che è la scuola che deve dare la spinta a questo tipo di rinnovamento democratico.

Tesi 5: la più complessa forse. De Mauro vuole smontare una certa educazione linguistica tradizionale, che a suo parere non è riuscita a realizzare l’integrazione dell’individuo nella società, ma lo ha allontanato. Dice che lo scopo dell’educazione linguistica tradizionale è l’ortografia, ma anche pensierini e temi su argomenti che non motivano gli alunni e di cui non si sentono coinvolti, e poi l’analisi grammaticale.

Tesi 6: Definisce la scuola tradizionale inefficace. Parla delle leggi riguardo la scuola dopo l’unità. Ricostruisce le leggi dell’obbligo scolastico, sotto l’ottica dell’educazione linguistica. L’obbligo scolastico fa parte della nostra storia linguistica e permette a gran parte della popolazione di avere contatto con la lingua italiana. La domanda è, se l’ortografia è uno dei grandi obiettivi della pedagogia tradizionale, si può dire che abbia raggiunto il risultato? No, essa ha puntato sull’ortografia, ma un cittadino su tre, negli anni '70, è in condizione di analfabetismo. Il modo di insegnare la lingua non ha portato a realizzare la precisione ortografica che la scuola si proponeva. C’è l’ossessione per gli sbagli di ortografia, che si annida comunque persino tra le persone colte. L’italiano è stata comunque una lingua appresa sui libri e non con l’uso. Ad esempio, Collodi ha scritto la Grammatica di Giannettino: protagonista è un ragazzino, che a un certo punto ruba i fichi del vicino ma nello scrivere il biglietto compie errori di ortografia. C’è l’idea dell’errore correlato a un qualcosa di immorale, come rubare. L’errore ha valenza anche morale e non più solo linguistica. L’errore aiuta anche a riflettere sulla lingua. La pedagogia tradizionale quindi è inefficace perché non raggiunge neanche gli obiettivi che si prefissa (ortografia).

Tesi 7: Limiti della pedagogia tradizionale: l’italiano non dev’essere un insegnamento settoriale. La lingua non è solo degli insegnanti di italiano, si parla in tutte le materie. Sono problemi sempre attuali. Dovremmo insegnare agli alunni ad ascoltare e a capire le parole scritte. A volte diamo per scontato che gli alunni capiscano le parole. Inoltre ci si concentra molto sulla produzione scritta (la “restituzione” scritta), mentre quella orale è limitata al momento dell’interrogazione. La capacità di organizzare un discorso orale non viene insegnata così come conversare, discutere, capire parole nuove. Anche se comunque De Mauro dimentica che per scrivere un discorso storico bisogna aver chiaro un discorso orale articolato. Bembo dice ‘scrivere è parlare sensatamente’. Questo caratterizza anche il Manzoni: nella sua idea di pedagogia linguistica, dice che prima di scrivere dobbiamo pensarci su, cioè la scrittura è un discorso che dev’essere organizzato. E sappiamo quanto Manzoni deve alla lingua dell’uso.

Nella scuola poi vengono trascurate altre abilità, come saper prendere appunti o schematizzare, il problema del metodo di studio è frequente e andrebbe curato dalla scuola. Luca Serianni insiste molto sulla capacità di sintesi perché significa aver capito un testo, capire come è organizzato per coesione e coerenza, quindi saper sintetizzare vuol dire arrivare al cuore semantico e strutturale del testo. Inoltre un’altra capacità è il saper selezionare il lessico, le parole e le frasi, i modi di dire quindi, diversi a seconda del testo e della destinazione. La pedagogia tradizionale non ha un destinatario reale. Bisogna anche saper capire la differenza e le diverse esigenze di un testo scritto e di uno orale, la varietà diamesica, che riguarda il mezzo di espressione. Il momento della grammatica, che fa riflettere sullo strumento comunicativo che è la lingua, può essere normativo (regole) o riflessivo, per portare i ragazzi a essere consapevoli della lingua che usano. Bisogna conoscere anche le mutazioni nella storia della lingua, per non dare un insegnamento parziale e capire che l’Italia è sempre stata plurilingue, una realtà complessa sul piano linguistico. Bisogna anche collegare la lingua ai contesti sociali (sociologia del linguaggio) e anche psicologia del linguaggio, riflettendo sulla semantica e sull’organizzazione del vocabolario in relazione all’organizzazione psicologica degli esseri umani. Un conto sono le parole nei repertori (nel vocabolario c’è il grado zero, parola astratta da qualsiasi riferimento) e un conto è il momento dell’insegnamento in cui l’elemento dev’essere vivo nel contesto per essere compreso. È importante che l’ora di grammatica diventi un’ora di riflessione sui fatti linguistici e non una trasmissione di norme, un uso più concreto e meno astratto e normativo.

Inoltre ci manca un grande dizionario storico, civile, che contempli anche i dialetti e le varietà dell’italiano, come è l’Oxford inglese o simili. Si parla di una grammatica adeguata ai fatti, anche. Qui De Mauro parla di tempo e spazio: la grammatica deve tener conto della storia, del tempo, e poi anche dei dialetti, quindi della dimensione spaziale, importante ancora oggi. La pedagogia tradizionale inoltre spesso non tiene conto della realtà linguistica di partenza, cioè l’alunno si presenta con una lingua, non è tabula rasa, anzi alle medie o superiori ha già avuto una formazione linguistica. Negli anni '70 per De Mauro c’è una forte componente dialettofona negli alunni. Con la legge del 1955 c’è un unico libro nazionale, quando invece nella tradizione 800esca il libro poteva essere commisurato sulla regione di provenienza. Nei primi anni del '900 ci sono testi che insegnano l’italiano a partire da uno specifico dialetto. Ancora oggi c’è una geografia linguistica differente, sarebbe opportuno differenziare il punto di partenza. Chi viene da una realtà dialettale, invece di essere apprezzato per la ricchezza che apporta, viene sminuito per uniformare la lingua. Dovremmo valorizzare la varietà linguistica della classe, non facendo di una lingua diversa una causa di svantaggio, ma anzi un elemento di ricchezza, non solo per il singolo ma per tutta la classe. Anche perché l’Italia ha avuto un’unità linguistica più recente.

Bisogna poi ricordare che le capacità linguistiche non sono slegate da capacità motorie, organizzative e di coordinamento spaziale. Infine, la scuola perpetua un certo tipo di divisioni in classi. Questo è da contestualizzare negli anni '70 di De Mauro.

Lezione 2 - 04/03/21

Continuiamo con le 10 tesi. Ricordiamo che è un testo che va storicizzato, portato nel suo contesto, nonostante abbia una validità anche al giorno d’oggi. Alla scuola De Mauro dà un ruolo privilegiato, nell’approccio democratico alla lingua della nostra costituzione, la scuola è uno dei luoghi dell’educazione linguistica, è un volàno. Nella quinta tesi si è discussa la pedagogia tradizionale: le grandi rivoluzioni di pensiero, dal '700 in poi, e le riflessioni sulla pedagogia linguistica, passano sempre da una riflessione di ciò che è stato, come per Manzoni, per cui la scuola insegnava solo il ‘bello scrivere’ ma non è funzionale. Come abbiamo detto, la pedagogia tradizionale punta molto sull’ortografia, ecc. Oggi si cerca di coinvolgere di più nella scrittura per esempio. Nella tesi 6, ripercorrendo le principali leggi sull’obbligo scolastico, parla dell’inefficacia della pedagogia tradizionale (Rodari, ossessione per ortografia, interessanti riflessioni se vogliamo leggere qualcosa di suo).

Tesi 8: principi dell’educazione linguistica democratica. Riprende alcuni punti già visti. Se la pedagogia non considera il punto di partenza, la lingua posseduta dal ragazzo e capire anche da dove parte una classe, non può essere efficace. Non per inchiodarlo al suo retroterra, ma per arricchire il patrimonio linguistico dell’allievo in maniera graduale e studiata sull’allievo. Più in classe si approfondisce il retroterra culturale di ognuno, più si dà alla classe il senso della complessità della lingua nello spazio e nel tempo, perché la lingua non è un blocco monolitico ma una realtà geografica. La classe è la proiezione in scala della società. Porti l’alunno a capire così la società in cui vive e ad apprezzarla e capirla senza calpestare le diversità, ma anzi per farne un valore e non un disvalore, un momento di riflessione più ampia. Poi ancora, come abbiamo detto prima, la capacità diafasica della comunicazione di passare da un linguaggio formale ad uno informale. È importante curare poi la capacità di autodefinirsi, già dalle scuole elementari. E sviluppare la funzionalità di ogni possibile tipo di forme linguistiche note e ignote: cioè la pedagogia tradizionale è dittatoriale e prescrittiva, la nuova è “se dici così, ottieni questo” ed è una riflessione sulle possibilità della lingua. La bussola è la funzionalità comunicativa, insegna una lingua nelle sue funzioni di comunicazione, a seconda dei destinatari della comunicazione.

Conclusione pag. 12, citazione dai quaderni del carcere di Gramsci, che connette De Mauro a delle istanze, non lontane tra l’altro da quelle manzoniane.

Lezione 3 - 05/03/2021

Capitolo terzo del libro di De Mauro delle dieci tesi, a cura di Miriam Voghera. Voghera fa una riflessione dicendo che sapere una lingua vuol dire comprendere ciò che dicono e scrivono gli altri e solo dopo saper verbalizzare. Inoltre passa in rassegna la legislazione didattica che ha cercato di mettere in atto le tesi di De Mauro. Non sempre la legislazione scolastica poi ha avuto riscontro nella pratica, percepire cambiamenti non è facile ma comunque alcuni ci sono stati.

Le 10 tesi portano l’attenzione su alcuni nodi critici dell’insegnamento, da un lato allontanandosi dalla pedagogia linguistica tradizionale e dall’altra parte proponendo una tipologia di insegnante che faccia da mediatore per le categorie grammaticali come strumento per leggere la realtà linguistica e orientare le scelte linguistiche. Un aspetto su cui De Mauro insiste è l’aspetto storico-linguistico, soprattutto nelle sue connessioni sociali. La scuola tradizionale ha poco considerato la storia della lingua italiana, inteso come punto di osservazione particolare della vita civile e sociale della nostra nazione. De Mauro vede la lingua come un osservatorio da cui guardare la vita di uno stato o di una nazione, ed è anche strumento, perché la lingua si trasforma in una possibilità di partecipare alla vita civile e sociale.

La nostra lingua si basa sul fiorentino del 1200, anche per la sua fisionomia e per i suoi fenomeni linguistici. Nel grande dizionario di Tullio De Mauro c’è una riflessione su quante sono le parole di Dante ancora presenti nella nostra lingua e sono l’80%, questo ci fa capire che la lingua italiana come l’abbiamo ereditata ha un DNA storico di cultura molto forte, è innanzitutto una lingua di cultura e dei libri, affidata alla scrittura e ai vocabolari. L’aspetto di essere lingua principalmente scritta è collegata al fatto che in Italia si parlano i dialetti, come lingua madre almeno fino agli anni '70-'80, poi ci sono occasioni di scrittura ma non molto frequenti. Questa struttura di lingua colta è importante anche per capire di quali variabili deve tener conto l’insegnamento dell’italiano oggi. Il problema della didattica della lingua italiana è strettamente collegato all’essenza della lingua stessa, è una lingua che non è stata parlata fino a tempi recenti, quindi è una lingua che va acquisita, che va imparata. Manzoni parla di una ‘lingua morta’ per l’italiano perché non è lingua d’uso della comunità, è lingua scritta e questo ha condizionato l’italiano.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/02 Didattica delle lingue moderne

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher orangesky di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Polimeni Giuseppe.
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