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Metodologia dell'intervento in psicologia clinica

L'atteggiamento dello psicologo

Il termine atteggiamento indica un costrutto proposto in forma ipotetica al fine di coniugare la rappresentazione dell'oggetto con l'azione che ad esso viene rivolta. A partire dalla doppia categorizzazione (conscia e inconscia) con cui si percepisce ogni evento, secondo il modello tripartito di Rosenberg e Hovland, una componente cognitiva ed una componente affettiva concorrono a determinare l'atteggiamento che si manifesta attraverso il comportamento, in un determinato contesto. L'atteggiamento, dunque, può essere unicamente inferito a partire da altri elementi ma questo comporta, nell'ambito formativo psicologico-clinico, una specifica difficoltà che emerge dal fatto che i comportamenti sono solo l'ultimo aspetto di un processo che affonda le proprie radici nella rappresentazione dell'oggetto.

Ne consegue che questi non possono essere acquisiti in modo prescrittivo, né assunti come un dato puramente tecnico. Il medesimo comportamento, infatti, può esprimere atteggiamenti anche diametralmente opposti. Sul piano dell'apprendimento, allora, un ruolo chiave è rivestito dall'esperienza diretta che consente di acquisire nell'ambito della specifica relazione, la capacità di trasformare i propri sentimenti in utili strumenti di lavoro, le proprie intuizioni intellettuali in interpretazioni affettivamente rilevanti, le proprie reazioni immediate in strumenti di comprensione, la propria identificazione e partecipazione in comprensione empatica.

Per quel che concerne la figura dello psicologo, non è possibile parlare di atteggiamento corretto: si può parlare, però, di atteggiamento consono alla propria funzione professionale. Per provare a capire quale esso sia, dobbiamo assumere che il lavoro dello psicologo clinico consista nel restituire al proprio interlocutore la capacità di orientare l'azione in direzione degli obiettivi scelti da quest'ultimo partendo dalla comprensione delle ragioni che lo portano a delegare.

Il meccanismo della delega è rintracciabile alla base di ogni richiesta di consulenza, infatti, ogni domanda di intervento implica la scissione di una parte di sé "non funzionante", delegata allo psicologo affinché provveda a rimetterla a posto, a riaggiustarla. Diventa così necessaria l'esplorazione del punto di vista altrui, della conoscenza del contesto in cui l'altro è inserito e del modo in cui questo vi si pone focalizzando la connessione fra i due elementi (contesto/azione realizzata in esso). Emerge, in altri termini, il bisogno di porsi in un atteggiamento che consente all'altro di narrarsi e, allo psicologo, di formulare ipotesi su quel che ascolta e osserva. È infatti attraverso la narrazione che si palesa il modo in cui chi parla categorizza gli eventi e si confronta con essi, è attraverso di essa che si conferiscono ordine e significato a quanto si racconta in base alla soggettività di chi si esprime.

La narrazione, sempre contestuale, è formulata in ragione dell'interlocutore e lascia trasparire il ruolo che si attribuisce a quest'ultimo, è parte dell'azione che l'interlocutore propone nel contesto della consulenza. Non si limita a raccontare quel che accade "là e allora" ma esprime ciò che avviene qui e ora.

Ecco spiegato l'atteggiamento dello psicologo, orientato all'esplorazione, caratterizzato da empatia, da attenzione fluttuante, silenzio e ascolto.

Domande d'esame e concetti chiave

  • Domanda esame: introspezione vicariante, caratteristiche, di chi è e che problema pone
  • Domanda esame: cosa si intende con empatia? Racconti brevemente lo sviluppo del concetto

Empatia

Quello dell'empatia, ancora oggi rappresenta un tema controverso. La definizione rogersiana parla di empatia come capacità di immergersi nel mondo soggettivo altrui e di partecipare alla sua esperienza, di guardare il mondo dalla prospettiva dell'altro, cogliendo (di quest’ultimo) la dimensione emotiva e cognitiva. Innovazione geniale per quei tempi, in cui la psichiatria era gestita in modo soprattutto nosografico dagli psichiatri, tempi in cui il vissuto personale della persona che presentava una problematica non si teneva per nulla in considerazione, tempi in cui tutto era oggetto e tutti erano estranei ad esso.

Greenson ha proposto una definizione di empatia intesa come condivisione di vissuti, come provare quel che prova un altro essere umano, in termini di qualità dei sentimenti, attraverso un’identificazione parziale e temporanea con l’altro che consente una vicinanza emotiva, favorisce lo sviluppo di vissuti compatibili con il modello operativo dell’altro.

Kohut definisce l’empatia come introspezione vicariante: un processo fondato sull’osservazione del proprio vissuto, del proprio mondo interno (intro-spezione) che avviene in sostituzione dell’interlocutore (vicariante è in medicina l’organo che sostituisce un altro organo malfunzionante). Empatia è risuonare con l’altro, riconoscere nel vissuto altrui qualcosa che appartiene alla nostra esperienza. A proposito del pensiero kohutiano, è Fornaro a prendersi la briga di porre una lecita questione: in che modo sarebbe possibile evitare di attribuire all'altro qualcosa di esclusivamente proprio e personale?

Il fatto che pensieri ed emozioni trovino il proprio senso nell’ambito del contesto in cui si manifestano, non ci permette di attribuire l’emozione di uno dei due interlocutori all’altro. Piuttosto, riconoscendo la propria emozione si acquisiscono indizi utili alla costruzione di ipotesi da verificare. Inoltre, sono da tenere presenti diversi fattori che possono ostacolare il processo empatico tra cui: la differenza di sesso tra consultante e utente (che può rendere complicata la partecipazione ad un vissuto fisiologicamente altro), l'appartenenza a culture differenti, il riconoscersi in valori sociali molto distanti tra loro. Per giunta, non tutti possiedono capacità empatiche e non sempre tali capacità consentono di comprendere l’altro.

In ogni caso, provare un’emozione simile a quella che si attribuisce all’interlocutore è il primo fondamentale passo nel processo di conoscenza a cui segue l’attribuzione di significato a quanto percepito, all'emozione condivisa. È questa seconda fase che fa dell’empatia uno strumento utile alla comprensione, distinta dal controtransfert che riguarda l’assunzione inconsapevole di un ruolo collusivo, in cui, però è presente un’imposizione di ruolo.

  • Domanda esame: cosa si intende con attenzione fluttuante?

Attenzione fluttuante

La tecnica dell'attenzione fluttuante è stata proposta nel 1912 da Freud in "Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico". L'autore invita colui che analizza a rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso l'inconscio del malato che trasmette, proprio come se fossero l'uno il ricevitore telefonico, l'altro il microfono trasmettente. Mantenere tesa la propria attenzione ad un determinato livello, significa inevitabilmente operare una selezione del materiale offerto, trascurandone una buona parte, in base alle proprie aspettative o inclinazioni. Per ovviare a tale difficoltà, quel che suggerisce Freud è di "non prendere nota di nulla in particolare" prestando, a tutto quel che si ascolta, la stessa attenzione fluttuante.

Il suggerimento freudiano, coerente al suo tempo, necessita di una riformulazione: ad oggi, sappiamo che non è possibile riservare la medesima attenzione ad ogni cosa, essendo tale attenzione inevitabilmente guidata dal contesto in cui siamo inseriti. Non più un’attenzione rivolta in uguale modo ad ogni elemento od orientata unicamente alle comunicazioni dell’interlocutore ma un’attenzione fluttuante da intendersi come la capacità di muoversi tra i diversi livelli della comunicazione esterna ed interna, tra le confessioni di chi viene ascoltato e le risonanze interiori che queste suscitano in chi ascolta, mantenendo una costante attenzione alla relazione istituita come luogo nel quale si sviluppano sia le comunicazioni che le relative percezioni.

Silenzio e ascolto

Perché il silenzio viene definito come condizione poco rumorosa?

Il silenzio viene spesso, in modo stereotipato, assunto come metafora della non-comunicazione, dell'isolamento, dell'impossibilità a stabilire un contatto. Viene inteso come assenza di ciò che ci si aspetta. Anche il silenzio dello psicologo può essere vissuto come assenza di un’azione volta all’intervento, tuttavia il silenzio è parte dell’azione se, come oggetto di essa, non si considera l’altro ma la relazione che si instaura e il significato ad essa attribuibile. Il silenzio è, in realtà, partecipazione e presenza. Tacere permette di ascoltare, e porsi in ascolto significa, in ambito clinico, predisporre uno spazio silenzioso che possa accogliere la libera espressione dell’altro, fargli posto in un luogo che esiste già.

Nel nostro setting interno, possiamo far posto all’altro, solo con la consapevolezza che il nostro luogo possiede un proprio “arredamento”, costruito su motivazioni, aspettative, precognizioni. Assumere un atteggiamento silenzioso volto all’ascolto significa accogliere l’altro ma restando consapevoli del proprio “rumore di fondo”, strumento di conoscenza necessario e indispensabile per l’ascolto stesso che in alcun modo ci impedisce di prestare attenzione a quel che ci interessa. È, anzi, proprio la consapevolezza di tale rumore di fondo, della nostra soggettività, che ci consente di esplorare quanto percepito nel tentativo di avvicinarci al significato della comunicazione altrui. In tale ottica il silenzio si delinea come una condizione poco rumorosa. Accogliere l’altro si può, ma non prima di aver accolto sé stessi.

Capitolo 2: Il setting

Domande d'esame

  • Domanda esame: setting come confine

Una richiesta di consulenza psicologica, per poter essere analizzata, necessita di alcune coordinate di tipo organizzativo. Il termine inglese "setting" e l’equivalente francese "cadre" rimandano entrambi sia alla “cornice-contenitore” che circoscrive, sostiene ed ospita l’oggetto; sia all’insieme di azioni che generano i dispositivi necessari per svolgere una determinata attività. Il setting, inteso come cornice, delimita una determinata porzione dello spazio-tempo in modo tale da configurarla come ambiente o scenario entro cui collocare l’azione. Instaura un processo di differenziazione tra il dentro ed il fuori assumendo la funzione di confine con cui lo psicologo delimita il territorio dell’intervento, distinguendolo da altri possibili luoghi.

Tuttavia, se da un lato il setting definisce gli elementi organizzativi dell’intervento in termini di spazio e di tempo, dall’altro fornisce una qualificazione (preliminare) allo scenario e all’intervento stesso, rappresentando anche uno strumento mediante il quale si attribuiscono significati cognitivi ed emozionali all’ambiente in cui si opera (specificità del luogo) perché le caratteristiche di un confine concorrono allo sviluppo di aspettative, emozioni e fantasie rispetto al territorio che delimita. Nel momento in cui si individua un confine, si crea inevitabilmente un contenitore.

Il setting è quel contenitore deputato ad accogliere i vari aspetti della peculiare relazione interpersonale che si definisce "colloquio psicologico-clinico" e può essere osservato da vari punti di vista: materiale, relazionale e mentale. Queste dimensioni, parte di un sistema complesso, si influenzano reciprocamente.

La dimensione materiale

  • Domanda esame: il setting come contenitore materiale / la dimensione spaziale del setting / l'unità temporale del setting / dimensione temporale del setting / tre direttrici del setting

Come contenitore, il setting è riconoscibile in una serie di elementi concreti che ne rappresentano la sua dimensione materiale. Il setting materiale o esterno intende facilitare l'espressione e la comprensione della domanda di intervento. L’unità temporale, deve essere abbastanza ampia da consentire il dispiegarsi della narrazione del cliente nelle sue diverse componenti cognitive ed emozionali, e per permettere allo psicologo di elaborare un processo di pensiero sulla domanda agita dall’interlocutore. Solitamente, il tempo che si dedica al cliente al fine di raggiungere un'adeguata comprensione delle problematiche che egli manifesta attraverso la sua richiesta di intervento, corrisponde a circa a 45 minuti/un'ora.

La dimensione temporale si dispiega almeno lungo tre direttrici:

  • Un tempo che riguarda la relazione tra psicologo clinico e richiedente: coincide con il tempo dedicato complessivamente all'intervento psicologico, ovvero con il tempo che lo psicologo e il richiedente trascorrono insieme, istituendo, per l’appunto una relazione.
  • Un tempo che riguarda il richiedente: più ampio del precedente, si riferisce al tempo di elaborazione di quanto avviene all’interno del tempo della relazione. Il paziente deve confrontarsi dentro di sé con gli aspetti della sua motivazione a intraprendere un lavoro di tipo psicologico e individuare un qualche livello di contenimento e integrazione di questi aspetti.
  • Un tempo che riguarda lo psicologo clinico: non coincide con il tempo della relazione, permette allo psicologo di integrare ed elaborare i vari indizi estrapolati dal lavoro con il suo utente.

Lo spazio deve essere altrettanto adeguato: è necessario proporre un ambiente comodo e sufficientemente isolato da agenti esterni, per favorire la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti nell’intervento e, allo stesso tempo, evitare di ostacolare l’interazione e deconcentrare i partecipanti. Deve trattarsi di un luogo in cui sia possibile, a chi rivolgere la richiesta di intervento e soltanto a lui, stabilire un rapporto confidenziale e riservato con lo psicologo.

Lo psicologo definisce un territorio, che diviene il luogo del suo incontro con l’altro, in cui ogni elemento assume un’importanza particolare: oltre ad ospitare l’intervento clinico, il setting suggerisce significati, indirizza il modo in cui simbolizzare affettivamente la situazione, e concorre a definire la qualità della relazione. Possiamo sostenere infatti, che lo spazio fisico dell'interazione clinica è uno spazio che contiene l'interazione stessa, che la confina e le conferisce un'identità.

Un’altra qualità fondamentale del setting esterno è la stabilità. Nei limiti del possibile, lo spazio riservato all’incontro clinico, dovrebbe evitare di subire trasformazioni. La persistenza delle condizioni materiali, la puntualità e la regolarità degli incontri, sono elementi che contribuiscono ad attribuire costanza, continuità e solidità alla cornice rendendola intimamente congrua ai bisogni di sicurezza e di holding (sostegno) del cliente. A sua volta, ciò agevola lo sviluppo di un clima positivo ed empatico funzionale allo sviluppo della relazione clinica.

Le relazioni, tuttavia, non si collocano unicamente in uno spazio fisico ma anche e principalmente in uno spazio mentale.

La dimensione mentale

  • Domanda esame: caratteristiche del setting interno
  • Domanda esame: a cosa ci si riferisce considerando il setting come contenitore mentale?

La dimensione mentale riguarda il modo in cui la nostra mente contiene la relazione con il nostro interlocutore o come la mente del nostro interlocutore contiene la relazione con noi. È indubbio che talvolta lo psicologo ha a che fare con situazioni particolarmente disagiate e con ambienti esterni particolarmente scomodi. La problematicità della dimensione materiale però, può essere ovviata da una solida dimensione mentale e relazionale del setting, in un setting interno che consente di estraniarsi da quel che accade intorno per concentrarsi sulla relazione.

Il setting esterno mantiene una condizione di sospensione dell’azione agevolando lo sviluppo di un pensiero sulla propria esperienza emozionale; il setting interno accoglie e sostiene i processi di simbolizzazione. Per tale motivo, il setting mentale riguarda lo spazio in cui confluiscono, si esprimono e si sviluppano i processi mentali dei soggetti coinvolti nel lavoro psicologico.

Il complesso bagaglio delle teorie, metodologie, esperienze personali e professionali dello psicologo configurano lo spazio mentale in cui e con cui si inquadra il processo; definiscono i limiti di ciò che può e deve essere incluso o escluso, preso in considerazione o ignorato dall’intervento. Il dato clinico non può essere scisso dalla teoria che ha consentito di rilevarlo e interpretarlo e il setting, in quanto contenitore mentale, non può essere neutro o imparziale, ma svolge una funzione attiva e selettiva nei confronti dei contenuti dell’interazione.

La dimensione relazionale

  • Domanda esame: setting relazionale
  • Domanda esame: setting come dimensione relazionale / setting come contenitore relazionale
  • Domanda esame: colloquio come servizio
  • Domanda esame: l'intervento psicologico può essere inteso come servizio, caratteristiche
  • Domanda esame: in ambito psicologico non si parla di prodotti ma di servizi. Quali sono gli elementi caratterizzanti il servizio?

Il servizio che lo psicologo offre alla clientela necessita della presenza e del coinvolgimento del cliente per poter sussistere. Parliamo di servizio e non di prodotto perché, utilizzando la descrizione ...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sbludy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Cordella Barbara.
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