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Analisi del film

Fotogramma (frame)

Fotogramma (frame): elemento più piccolo di cui si compone un film. Ciascuna delle singole immagini fotografiche impresse su una pellicola fotografica, che, riprodotte a una velocità tra i 16 e i 24 fotogrammi al secondo, producono l’illusione di un movimento continuo.

La pellicola cinematografica è composta da numerosissimi fotogrammi: 1 metro di pellicola ne contiene una cinquantina.

La pellicola ha sui due lati una serie di perforazioni che consentono alla pellicola di passare all’interno della macchina da presa e al proiettore.

La presenza della colonna sonora si riconosce attraverso la presenza della pista ottica: striscia situata al lato dei fotogrammi e su cui è impressa la colonna sonora.

L’effetto grazie al quale percepiamo una serie di immagini fisse come un’unica in movimento è chiamato effetto phi: presentazione in rapida successione di una serie di immagini fisse viene percepita dall’occhio umano come un unico elemento che si muove.

Questo fenomeno venne sfruttato prima del cinema da una serie di apparecchi inventati nel 19 secolo, come il fenachistoscopio: disco di cartone o di legno sul quale sono disegnate le diverse fasi di movimento di un animale o di un corpo umano, facendolo ruotare davanti uno specchio e guardando attraverso le fessure del disco, lo spettatore vede le figure muoversi.

Zootropio: altro apparecchio che utilizza lo stesso principio. Qua abbiamo un cilindro dove nella parte interna viene applicata una striscia di carta con le immagini disegnate di una figura in movimento, facendo ruotare il cilindro e guardando attraverso le fessure si produce l’impressione che la figura si muova.

Prassinoscopio: apparecchio più sofisticato. In questo caso abbiamo un cilindro privo di fessure e nella parte interna abbiamo un secondo cilindro dove sono applicati piccoli specchi, facendo ruotare il cilindro, sempre una striscia con delle figure, sulle superfici dello specchio vedremo la figura che acquista il movimento.

Charles-Émile Reynaud (1844-1918): inventore francese considerato uno dei pionieri del cinema, soprattutto del cinema d’animazione, è l’inventore del prassinoscopio e fece un passo avanti creando nel 1888 un teatro ottico: apparecchio complesso che era in grado di proiettare delle figure in movimento su uno schermo. A differenza delle strisce di carta di 12 immagini usate per il prassinoscopio, il teatro ottico usava una lunga pellicola composta da centinaia di piccole lastre dipinte a mano individualmente.

Questi brevissimi film d’animazione inventati da Reynaud presero il nome di pantomime luminose, e vennero proiettate a Parigi dal 1892. La più famosa è “Autour d’une cabine” (intorno ad una cabina), una delle poche che non è andata distrutta. Con l’invenzione del cinema vero e proprio da parte dei fratelli Lumière Reynaud cadde in disgrazia, in quanto per produrre queste pantomime luminose bisognava dipingere fotogramma per fotogramma ed era un processo lungo e laborioso, mentre il film dei fratelli Lumière, essendo fatti con apparecchio fotografico, erano di rapida realizzazione, e quindi Reynaud non riuscì a reggere la concorrenza.

Un’altra invenzione fondamentale per la nascita del cinema furono le cronofotografie scattate dal fotografo britannico Eadweard Muybridge (1830-1904).

Egli allestì un capannone sulla cui parete erano applicati gli obiettivi di numerose macchine fotografiche, il soggetto fotografico passava davanti alle macchine fotografiche e le zampe del cavallo strappavano via via delle cordicine che azionavano le macchine fotografiche poste in successione. La prima serie s’intitola appunto “The Horse in motion” (1878). Il principio su cui si basava questo esperimento era opposto a quello del cinema, in quanto si trattava di scomporre il movimento continuo in una serie di immagini fisse poste l’una accanto all’altra, mentre cinema dal fisso al movimento. Stampando queste immagini su una striscia di carta e collocandola all’interno di uno zootropio si ricreava il movimento del soggetto.

Stop-motion

Il fotogramma ci fa capire la differenza tra la tecnica del cinema dal vero e quella del cinema d’animazione. Nel cinema dal vero la macchina da presa azionata da un motore riprende ad una velocità fissa un soggetto in movimento impressionandolo sui fotogrammi. Al contrario quello d’animazione lavora a livello di singolo fotogramma, si prende un oggetto lo si pone davanti alla macchina da presa e si effettua uno scatto, poi si prende un altro oggetto e si fa un altro scatto così da creare un film.

La tecnica di ripresa a passo uno, in inglese stop-motion, usata nel cinema d’animazione tradizionale, sfrutta una particolare macchina da presa in grado di impressionare un fotogramma alla volta.

Abitualmente al giorno d’oggi questo termine viene utilizzato soprattutto per indicare i film d’animazione ottenuti mediante oggetti tridimensionali.

Differenza sostanziale tra il cinema dal vero e quello d’animazione: il primo riproduce su una pellicola un movimento che esiste già nella realtà, mentre il cinema d’animazione crea un movimento che non è reale, ma lo crea partendo da oggetti stabili, immobili, utilizzando la tecnica cinematografica.

Macchina da presa per i disegni riprende dall’alto, mentre per un film di pupazzi vengono ripresi frontalmente.

Nel cinema d’animazione tradizionale quindi la macchina da presa viene trasformata in una macchina fotografica, riprendendo cioè non in continuità, ma attraverso una serie di singoli scatti.

Fermo immagine (freeze frame)

I diversi fotogrammi di cui è composta una pellicola non sono percepibili dall’occhio umano durante la riproduzione di un film. L’unico espediente tecnico che rende percepibile il fotogramma allo spettatore è il fermo immagine, che viene usato piuttosto raramente perché distrugge l’illusione di movimento e di realtà prodotta dall’immagine cinematografica, denunciando la natura fotografica. Si tratta però di un effetto illusorio, in quanto anche un fermo immagine per essere visibile deve essere composto da diversi fotogrammi, in quanto se fosse un singolo fotogramma non si riconoscerebbe e non si noterebbe nel flusso delle immagini. Quindi un fermo immagine è ottenuto utilizzando diversi fotogrammi successivi su cui è impressionata un’identica inquadratura.

Il fermo fotogramma viene usato il più delle volte all’inizio e alla fine del film:

  • All’inizio come soluzione stilistica per introdurre i titoli di testa (es.1).
  • Alla fine per ottenere una sospensione del racconto lasciando come aperto il finale (es.2).

“Sweet Charity” (1969) di Bob Fosse: in questo film nei titoli di testa il fermo immagine, unito ad una variazione di colore, viene utilizzato ripetutamente ogni volta che vengono introdotte le scritte con i titoli.

“Dalla Cina con furore” (1972) di Lo Wei: nel finale il protagonista si lancia contro un esercito di uomini armati, la sua morte è sicura, tanto che nella colonna sonora sentiamo gli spari, ma l’immagine non ci mostra la sua morte, ma il film si congela su quest’immagine di potenza del suo balzo in avanti congelandolo con i titoli di coda e l’apparizione della parola fine.

“I quattrocento colpi” (1959) di François Truffaut: la storia di un ragazzino che per una serie di malefatte che ha commesso viene rinchiuso in un riformatorio dal quale fugge per vedere il mare, che non ha mai visto nella sua vita. La macchina da presa segue questa sua fuga a piedi, e il film si conclude con un fermo immagine sul volto del protagonista, che è arrivato a vedere il mare, e segue la comparsa della parola “fine”. Si tratta volutamente di un finale sospeso nel quale non ci viene detto che cosa accadrà al personaggio dopo questa fuga al mare.

Il fermo immagine quindi viene usato molte volte come artificio di apertura o di chiusura di un film, titoli di testa o titoli di coda, all’interno del film il fermo immagine viene usato molto più raramente.

Il caso più tipico è quello in cui ci viene mostrato un fotografo che sta scattando delle fotografie.

Es: “Cenerentola a Parigi” (1957) di Stanley Donen, interpretato da Audrey Hepburn: ogni volta che il fotografo scatta una foto alla modella (Audrey) l’immagine si immobilizza in un freeze, in questo film sono usati anche altri effetti ottici (immagine in negativo, uso bianco e nero).

Più insolito e originale è l’uso che fa del fermo immagine Martin Scorsese in “Quei bravi ragazzi” (1990): all'inizio del film il protagonista racconta in flashback la propria infanzia, la propria adolescenza, e in certi punti l’immagine si ferma e la sua voce fuori campo continua a parlare sul freeze. Come se il protagonista rivedesse il film della sua vita e lo fermasse per introdurre commenti, spiegazioni, considerazioni.

“L’uomo con la macchina da presa” (1929) di Dziga Vertov: documentario muto girato dal regista sovietico che descrive la vita in Russia alla fine degli anni ‘20 e mostra il processo di produzione e fruizione di un documentario in tutte le sue fasi (riprese, montaggio, proiezione in sala).

Riflessione teorica sul concetto di fotogramma e sulla natura illusoria del movimento cinematografico: il regista ci mostra personaggi e veicoli in movimento che poi ferma con una serie di freeze e ci introduce nella sala di montaggio e ci mostra porzioni di pellicole con una serie di fotogrammi per tornare al movimento iniziale, ci fa vedere come il movimento è dato dai fotogrammi creati in montaggio.

“La jetée” (1962) di Chris Marker: porta alle estreme conseguenze la soluzione del documentario di Vertov, infatti realizza un breve film di 28 minuti basato su un soggetto fantascientifico che utilizza esclusivamente immagini fisse, infatti è definito un fotoromanzo, piuttosto che un film, immagini fisse con voce fuori campo.

Inquadratura (shot)

L’unità più piccola visibile ad occhio nudo all’interno di un film, è un’unità più vasta e che si compone di un numero variabile di fotogrammi a seconda della sua lunghezza.

Nella lingua italiana il termine inquadratura prevede sia una definizione spaziale, sia una temporale:

  • 1. Definizione spaziale: la porzione di spazio inquadrata di volta in volta dalla macchina da presa.
  • 2. Definizione temporale: inquadratura è un segmento di pellicola impressionata ripresa in continuità e racchiuso tra due tagli di montaggio, può essere molto breve e anche molto lunga.

Scala dei campi e dei piani: classificazione più nota per le inquadrature. Le inquadrature vengono classificate in base alla distanza tra la macchina da presa e il soggetto inquadrato.

  • 1. Campo lunghissimo: macchina da presa riprende un paesaggio vasto nel quale la figura umana è assente o di dimensioni minuscole, il paesaggio prevale.
  • 2. Campo lungo: macchina da presa è comunque distante, ma la distanza è più ravvicinata e quindi si iniziano a vedere distintamente le figure umane.
  • 3. Campo medio: la figura umana assume dimensioni maggiori, è completamente riconoscibile, ma è ancora inserita in un paesaggio.
  • 4. Figura intera: il personaggio sono inquadrati da testa a piedi.
  • 5. Piano americano: il personaggio è tagliato circa all’altezza delle ginocchia, questa inquadratura è chiamata così perché venne utilizzata per la prima volta nei film western, perché serviva a mostrare anche la pistola appesa alla cintura.
  • 6. Mezza figura o mezzo primo piano: personaggio tagliato all’altezza dei fianchi.
  • 7. Primo piano: personaggio tagliato all’altezza delle spalle.
  • 8. Primissimo piano: macchina da presa si avvicina e il volto è ravvicinato, quindi viene tagliato il collo e la parte superiore della testa.
  • 9. Particolare: dettaglio di una parte del corpo umano estrapolato da un insieme. Il vocabolario tecnico italiano distingue il particolare dove viene mostrata una porzione del corpo umano, dal dettaglio: oggetto inanimato molto ravvicinato.

L’inquadratura che mostra solo gli occhi del personaggio, quindi taglia la parte superiore del viso, sia quella inferiore, è chiamata Italian shot, per il fatto che è stata utilizzata per la prima volta all’interno dei western italiani degli anni 60 e in particolare nei film di Sergio Leone.

“Il buono, il brutto e il cattivo” (1966) di Sergio Leone: si trova questa inquadratura Italian shot nella sequenza finale, dove abbiamo un famosissimo triello e nel quale la macchina da presa comincia dal campo lungo per poi avvicinarsi progressivamente ai personaggi, passando all'American shot, poi in primo piano, poi in primissimo, per poi al culmine della tensione passare all’inquadratura all’italiana.

Molto spesso all’interno della scala dei campi e dei piani spiegati nei manuali tecnici viene indicata una undicesima inquadratura: campo totale, che dovrebbe essere tra il campo medio e la figura intera.

Però è una tipologia difficile da classificare. Si può applicare solo all’inquadratura di un interno, o di uno spazio circoscritto, dove la macchina da presa riesce ad inquadrare nella sua interezza, nella sua totalità, quindi impossibile per gli spazi esterni. Quindi ha un’applicazione limitata, ma è una tipologia che è riconducibile ad un altro concetto:

Establishing shot (piano di ambientazione): inquadratura posta all’inizio del film o di una singola sequenza che mostra il luogo in cui si svolgerà l’azione successiva.

La scala dei campi e dei piani deve essere una schematizzazione utile, ma che non rende conto della complessità della costruzione di un’inquadratura cinematografica, per 2 motivi:

  • 1. La scala dei campi e dei piani definisce una decina di posizioni standard, ma sono possibili altre distanze e quindi altre tipologie di inquadrature.
  • 2. L’inquadratura ha una durata durante la quale il personaggio può muoversi e anche la macchina da presa, e quindi all’interno di una stessa inquadratura ci può essere una variazione dei piani e dei campi. Con una continuità di ripresa, senza tagli, un'inquadratura intesa in senso temporale può essere composta da diverse inquadrature di senso spaziale.

Angolo di ripresa

Le angolazioni della macchina da presa rispetto al soggetto inquadrato possono essere di 2 tipi:

Angolazioni orizzontali: la macchina da presa compie un percorso circolare intorno al soggetto inquadrato, e possiamo distinguere 5 angolazioni principali:

  • 1. Inq. frontale: la macchina da presa è posta di fronte alla figura.
  • 2. Inq. di tre quarti: la macchina da presa è spostata a destra o a sinistra rispetto al personaggio inquadrato e quindi lo mostra lateralmente.
  • 3. Inq. di profilo: profilo destro quello sinistro.
  • 4. Inq. di tre quarti di spalle:
  • 5. Inq. di spalle: opposta a quella frontale e la macchina da presa è perfettamente dietro il personaggio.

Queste modalità sono utilizzate molto di frequente nel cinema.

“Notorious” (1946) di Alfred Hitchcock: sequenza iniziale c’è un personaggio che è inquadrato costantemente di spalle, passa dal centro dell’inquadratura, poi viene spostato a sinistra e viene anche tagliata la sagoma, ma il personaggio rimane di spalle. All’inizio della sequenza successiva è comunque ripreso di spalle, ma poi la macchina da presa compie un movimento di macchina panoramica che finalmente ci mostra il volto di questo personaggio, che è il protagonista del film.

Nel cinema moderno l’inquadratura di spalle viene usata per trasgredire le regole del normale linguaggio cinematografico che presuppone che durante il dialogo il volto degli interlocutori sia visibile dallo spettatore.

“Questa è la mia vita” (1962) di Jean-Luc Godard: i personaggi che parlano voltano le spalle allo spettatore, quindi non vediamo mai il loro volto se non parzialmente riflesso dietro il bancone del bar in cui è ambientata la sequenza. E questa è una decisione estremamente trasgressiva.

Angolazioni verticali: immaginiamo che la macchina da presa compia un movimento circolare o semicircolare intorno al personaggio, ma in verticale, ecco allora che avremo queste posizioni:

  • 1. Inq. orizzontale (neutrale): macchina da presa riprende la scena ad altezza d’uomo, l’altezza della macchina coincide con la testa del soggetto.
  • 2. Inq. dall’alto (plongée): che può essere più o meno accentuata.
  • 3. Inq. a piombo (o zenitale): traiettoria obiettivo macchina da presa è perpendicolare al suolo.
  • 4. Inq. dal basso (contre plongée): più o meno accentuata a seconda di quanto si abbassa.
  • 5. Inq. supina: opposto di quella a piombo, il punto di vista di un personaggio idealmente sdraiato per terra che guarda in direzione del soffitto.

“Intrigo internazionale” (1959) di Alfred Hitchcock: film che utilizza molto di frequente inquadrature dall’alto (plongée). Il protagonista, Cary Grant, viene accusato di pugnalare un uomo e si vede lui che scappa con una ripresa plongée dal palazzo delle Nazioni Unite.

“Taxi Driver” (1976) di Martin Scorsese: la strage compiuta dal protagonista verso la fine del film ci viene mostrata dall’alto con un’inquadratura a piombo.

“Quarantaduesima strada” (1933) di Lloyd Bacon: musical, e le coreografie dei numeri sono state ideate da Busby Berkeley, grandissimo regista e coreografo americano, una delle figure più importanti del musical hollywoodiano. I suoi numeri musicali erano caratterizzati dall’uso di inquadrature dall’alto, zenitali, in cui le composizioni coreografiche dei ballerini formavano delle forme di fiori o di torte. Successivamente imitati.

Un regista che ha utilizzato molto di frequente le inquadrature dal basso è il regista e attore Orson Welles, e come esempio possiamo prendere il suo film “Quarto potere” (1941): in cui i 2 persona

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

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