Concetti Chiave
- Dante prosegue il suo cammino nel Purgatorio, evitando di calpestare le anime degli avari e dei prodighi, mentre riflette sul peccato di avarizia.
- Ugo Capeto critica aspramente la corruzione dei suoi discendenti, citando esempi storici di violenza e cupidigia nella politica francese.
- L'oratoria di Ugo Capeto si distingue per un tono monocorde, carico di astio, che trasmette la sua visione della corruzione e del giudizio divino.
- La tragedia della stirpe capetingia si manifesta attraverso la ripercussione delle colpe dei padri sui figli, privandoli di coscienza morale e rendendoli simili a bestie.
- Il ritmo delle terzine di Ugo Capeto è ossessivo e martellante, creando una sensazione di ineluttabilità che riflette il destino della sua discendenza.
Dante e le anime degli avari
Poiché l'anima di Adriano V lo ha esortato a proseguire il cammino, Dante procede accanto alla sua guida, badando a non calpestare le anime degli avari e dei prodighi distese bocconi a terra. Dopo aver apostrofato duramente il peccato di avarizia, fonte di tanto male, il Poeta ode una voce che ricorda piangendo tre esempi, due di povertà e uno di liberalità: quello della Vergine, quello del console romano Fabrizio, quello del vescovo di Bari, San Nicola.
Ugo Capeto e la corruzione
L'anima che ha parlato è quella di Ugo Capeto, iniziatore della dinastia francese dei re capetingi, il quale apre una durissima requisitoria contro i suoi discendenti colpevoli della corruzione dilagante nel mondo: Carlo I d'Angiò, che provocò la morte di Corradino di Svevia e di San Tommaso d'Aquino, Carlo di Valois, che concorse ad aumentare la lotta e i disordini interni di Firenze, Carlo II d'Angiò, che diede in sposa la giovanissima figlia Beatrice ad Azzo VIII d'Este in cambio di una somma di denaro, Filippo il Bello, che f u responsabile del triste episodio dì Anagni ai danni di Bonifacio VIII, oltre che della persecuzione contro l'ordine cavalleresco dei Templari, sono gli esempi più famosi, e più vicini nel tempo, della politica francese guidata solo dalla violenza e dalla cupidigia.
Infine Ugo Capeto rivela che i penitenti del quinto girone durante il giorno recitano esempi di povertà e di liberalità, mentre durante la notte rievocano esempi di avarizia punita. Allorché Dante e Virgilio si sono allontanati da Ugo Capeto, un terremoto scuote all'improvviso il monte del purgatorio, mentre tutte le anime intonano il canto del « Gloria in excelsis Deo».
Oratoria di Ugo Capeto
In virtù di quali caratteri l'oratoria di Ugo Capeto, una delle più acri e roventi pagine polemiche della Commedia, diventa poesia ed entro quali limiti questa conversione dell'immediatezza passionale e politica in decantazione estetica ha luogo? Ugo Capeto ha un timbro di voce monocorde, modulato su di un'unica nota l'astio cupo, l'ira, il desiderio di veder scendere la vendetta di Dio sull'umanità sviata, sulla propria stirpe che questa corruzione del genere umano ha in gran parte determinato. All'ombra cupa di questo Capetingio riesce piuttosto indifferente il lato teologico del problema (il terribile «perché» del tralignamento della mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia), indagato non nelle sue componenti più riposte e profonde, (le componenti etico-metafisiche), ma ricondotto ad una interpretazione generica, moraleggiante, risolta entro la zona suggestiva di un simbolo (ricorre qui, come altrove nel poema, l'immagine dell'antica lupa, che solo le qualità spirituali di un Veltro - questi non ciberà terra né peltro - potranno ricacciare nella sua tana infernale), nonché ad una più circoscritta serie di motivazioni di ordine storico (mentre che la gran dota provenzale... e poscia, per ammenda, Ponti e Normandia prese e Guascogna). Manca in lui qualsiasi complessità, che denoti la presenza nel suo animo di un ansioso interrogare circa la colpa - il tema del peccato originale - e il nesso indissolubile che, attraverso il sacrificio del Cristo, unisce colpa e redenzione. Nessuna tonalità evangelica, nessuna eco dello spirito di carità predicato dal Figlio di Dio, vibra nelle parole aspre - intrise in ogni loro sillaba, in ogni più riposta fibra del loro ambito significante, di odio e rancore, proiettanti sulla famiglia (la « sua » famiglia) che fa ombra (aduggia) sulla famiglia cristiana, l'ombra di un inesorabile, prossimo giudizio divino (o Segnor mio, quando sarò io lieto...) - di questo re « cristianissimo » e progenitore di una stirpe che avrebbe dovuto proporsi come, esempio, in virtù della sacra unzione di Reims (cominciar di costor le sacrate ossa), all'umanità intera. È stato osservato che, dato il tono monocorde del suo profetizzare, del suo delineare una biografia e una genealogia proiettate, da un passato di mediocrità (figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi... poco valea, ma pur non facea male) e di arbitri ancora contenuti nei limiti dell'umano, in un futuro straripante di sciagure (tempo vegg'io...), Ugo Capeto non sarebbe un vero e proprio personaggio, non vivrebbe di una vita autonoma sul piano poetico, non si staglierebbe con una individualità decisa sulla massa corale ed anonima dei suoi compagni di espiazione. Questo fatto tuttavia non intacca minimamente il problema dell'autenticità o meno del suo dire, della validità poetica della sua fosca oratoria.
Tragedia della stirpe capetingia
Questa si risolve in poesia per diversi motivi 1) È presente, nell'episodio di Ugo Capeto, il senso di una tragedia di proporzioni bibliche o eschilee, per cui le colpe dei padri si ripercuotono, mostruosamente ingigantite, sui figli e sulla serie intera delle generazioni che da essi discendono. Un critico (il Bonora) é giunto a sostenere la tesi secondo cui nel profetare di Ugo Capeto mancherebbe il senso del tragico proprio in virtù del fatto che i protagonisti del suo tenebroso racconto agiscono quasi come automi, le loro azioni non essendo determinate da una scelta drammatica, operatasi nel chiuso delle loro coscienze, in presenza degli imperativi della legge morale. Questo critico ha ragione nel sottolineare come nelle parole di Ugo Capeto nessun accenno possa farci inferire la presenza di una libertà di scelta nell'uomo e come la storia della sua progenitura si identifichi nella storia di esseri che compiono il male, votandosi in tal modo al male eterno, senza che in questo ruinare verso delitti sempre più gravi appaia un barlume di partecipazione cosciente agli atti da loro stessi compiuti. Ma proprio qui é la tragedia della stirpe capetingia, così come emerge dalle parole del suo capostipite: egli ha dato vita ad una progenie che ormai più nulla ha di umano, ma che, al contrario, la sfrenatezza degli appetiti, la brutalità della loro messa in opera rende in nulla dissimile dalle bestie. 2) Un ritmo ossessivo, martellante, implacabile traduce in poesia questa successione - quasi crescita vegetale (la famiglia é uguagliata ad una pianta, con evidente richiamo al racconto biblico del peccato d'origine) - di atti delittuosi. La musica di queste terzine é al tempo stesso monotona e travolgente, imprimendosi in essa la forza di quel fato che Ugo Capeto depreca, celebra, esalta, nella giusta punizione che ne costituirà il termine e quasi il glorioso fastigio.
Ritmo e dignità profetica
3) Ugo Capeto non perde mai, nel suo eloquio, la sacra dignità di un profeta; questo re bastardo é qui, nel luogo dell'espiazione, un privilegiato, un eletto: vede nello sguardo divino, penetra nel buio del futuro. Di qui il tessuto lessicale - estremamente discordante, se considerato nelle singole componenti, ma accordato in maestosa sinfonia se veduto negli effetti di insieme, nel contrappunto della sua implacata tematica - del suo dire. Accanto al particolare realistico e brutale si colloca, senza alcuno spazio intermesso, il termine aulico, nobilitante, il riferimento alla sacralità dei Vangeli. L'accostamento di termini astratti, indicanti la sacra dignità di una funzione (ad esempio il fiordaliso), a termini di un'estrema concretezza (figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi... ponta... fa scoppiar la pancia...) entro una trama sintattica rigorosamente scandita nel succedersi delle terzine, concorre a fare di questa pagina della Commedia uno degli esempi più indicativi dell'animus con cui Dante considerò - nel quadro sconvolgente di una visione che invoca sangue e grida vendetta sulle ingiustizie umane - gli eventi della storia a lui contemporanea.
Domande da interrogazione
- Qual è il messaggio principale di Ugo Capeto riguardo alla corruzione dei suoi discendenti?
- Come si manifesta l'oratoria di Ugo Capeto nella Commedia?
- Qual è il significato della tragedia della stirpe capetingia secondo Ugo Capeto?
- In che modo il ritmo della poesia di Ugo Capeto contribuisce al suo messaggio?
- Qual è la dignità profetica di Ugo Capeto nel contesto della sua espiazione?
Ugo Capeto denuncia la corruzione dilagante tra i suoi discendenti, citando esempi di violenza e cupidigia nella politica francese, come Carlo I d'Angiò e Filippo il Bello, evidenziando come queste azioni abbiano contribuito al male nel mondo.
L'oratoria di Ugo Capeto è caratterizzata da un tono monocorde e da un'ira profonda, priva di complessità e di una vera riflessione teologica, concentrandosi invece su una critica morale e simbolica della corruzione della sua stirpe.
La tragedia della stirpe capetingia si esprime nel fatto che le colpe dei padri si ripercuotono sui figli, creando una discendenza che agisce come automi, senza libertà di scelta, e che si allontana sempre più dall'umanità.
Il ritmo ossessivo e martellante della poesia di Ugo Capeto riflette la successione inesorabile di atti delittuosi della sua famiglia, creando un senso di fatalità e di inevitabile punizione per le loro azioni.
Ugo Capeto, pur essendo un re bastardo, mantiene una sacra dignità profetica, vedendo nel futuro e mescolando termini aulici e concreti, il che rende il suo discorso un potente esempio della visione di Dante sulla storia e sulle ingiustizie umane.