Il velo di Maya e la volontà

Secondo Schopenhauer il corpo è l’unica via di accesso alla cosa in sé e lo “squarciare” del velo di Maya.

Cosa esce fuori quando si squarcia il velo di Maya e giungiamo al noumeno?

Esce fuori la volontà di vivere e si scopre

che non solo noi, ma l’intero mondo è spinto dalla volontà di vivere. La volontà di vivere non è un qualcosa di psicologico, ma viene concepita da Schopenhauer come un principio metafisico, come ciò che è alla base della realtà, e come ciò che spinge il mondo a continuare la propria esistenza, cioè a vivere. Tutta la realtà non è che vita e volontá di vivere.

La natura della volontà di vivere

La volontà di vivere, infatti, è noumeno e essendo noumeno è al di là delle forme a priori di spazio, tempo e causalità. Quindi la volontà di vivere, essendo al di lá del tempo, è eterna, essendo al di là dello spazio è infinita, e dunque di conseguenza essendo eterna e infinita, è anche unica. Essa inoltre è al di là della rappresentazione, quindi è una forza inconscia, è inoltre al di là della causalità, quindi non ha uno scopo, un perché, o un motivo, è una forza cieca che spinge semplicemente a vivere senza nessuno scopo, senza nessuna direzione e senza nessuna consapevolezza.

Dunque, il quadro del mondo proposto da Schopenhauer è quello di un mondo spinto da questa forza inconscia, inconsapevole, irrazionale (esatto opposto della filosofia hegeliana: mentre il principio di Hegel era la ragione, il principio di Schopenhauer è l’assoluta irrazionalità).

Questa volontà, essendo unica in tutto l’universo, è immanente all’universo stesso, quindi guida tanto le cose materiali e inorganiche, quanto il mondo organico, quanto tanto le piante e gli animali (tutte le cose che esistono) e si oggettiva nel mondo secondo gradi:

Schopenhauer dice che questa volontà di vivere si oggettiva prima nel mondo delle idee (concepite esattamente come le concepiva Platone, ossia i modelli perfetti delle cose che esistono), e poi

si oggettiva nelle cose del mondo, in tutti gli esseri, a partire dagli esseri inorganici fino ad arrivare a quelli organici, cioè all’uomo.

La sofferenza e l'egoismo universale

La volontà di vivere causa la sofferenza dell’intero pianeta; il pianeta è spinto da questa forza che spinge i vari individui (esseri umani o animali) all’egoismo e alla sopraffazione reciproca perché la vita di ciascun individuo si basa sulla morte degli altri.

Per Schopenhauer gli esseri umani sono fatti per divorarsi l'un l’altro. La vita di ogni animale è nutrirsi dei cadaveri e ammazzare gli altri animali, è una catena di sofferenze dove tutti gli esseri sono spinti solo dalla sopravvivenza e per questo motivo sono fondamentalmente egoisti, tendono alla sopraffazione. Questo egoismo, questo cercare la morte dell’altro, è non solo inconscio inconsapevole, ma addirittura questa cattiveria intrinseca negli esseri non ha alcuno scopo. Schopenhauer fa l’esempio della formica gigante australiana e dice che se si taglia a metà la formica, la prima metà del corpo e la seconda parte del corpo sopravvivono per un po’ (circa una mezz’oretta) e in questo arco di tempo si avventano l’una contro l’altra senza motivo (perché sono appunto due parti dello stesso corpo), fino a che non muoiono entrambe (esseri malvagi). Ciò significa che quando noi pensiamo di agire spinti da buoni sentimenti, in realtà lo facciamo solo per soddisfare i bisogni che abbiamo. Ed è proprio la soddisfazione dei bisogni che è alla base del pessimismo di Schopenhauer, infatti nella filosofia di Schopenhauer c’è una famosa metafora, secondo la quale la vita è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’attimo fugace della gioia. Siccome noi siamo spinti dalla volontà di vivere, la quale spinge a desiderare qualcosa, proprio il desiderio e la voglia di raggiungere qualcosa generano uno stato di tensione che porta sofferenza e dolore.

Il pendolo tra dolore e noia

Dunque, finché non abbiamo appagato i nostri desideri, soffriamo.

Nel momento in cui il desiderio viene appagato abbiamo un momentaneo attimo di piacere dovuto però semplicemente alla fine dello stato di dolore e tensione, dopo però interviene un altro desiderio che ci riporta allo stesso stato di tensione, e quindi allo stato di sofferenza. Se non dovesse riemergere immediatamente un nuovo desiderio, allora il sentimento che sopraggiunge è la noia (perché o soffriamo perché desideriamo qualcosa che non riusciamo ad avere, oppure ci annoiamo).

La gioia è un attimo fugace che noi proviamo, è un attimo di piacere momentaneo che proviamo con l'appagamento del desiderio. Ma in sé il piacere non esiste, poiché esso esiste solo in relazione al dolore, perché ne rappresenta la cessazione.

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