Concetti Chiave
- Il brigantaggio meridionale nacque dallo scontento delle plebi agrarie, deluse dalle promesse di miglioramento sociale e redistribuzione della terra post-unificazione.
- La crescita del brigantaggio portò il governo a intervenire con una repressione violenta, impiegando oltre 100.000 soldati in un regime di stato d'assedio in diverse province.
- Nonostante la repressione, le cause del malcontento sociale rimasero intatte, contribuendo alla persistenza della questione meridionale anche dopo la fase acuta del brigantaggio.
- La questione meridionale divenne oggetto di studio per intellettuali e politici, suscitando dibattiti e inchieste che evidenziarono le disparità economiche tra Nord e Sud Italia.
- Testimonianze culturali, come il libro di Carlo Levi "Cristo si è fermato a Eboli", mostrano come il ricordo della guerra dei briganti fosse ancora vivo nell'immaginario collettivo del Meridione nel Novecento.
Il brigantaggio meridionale post-unificazione
Il più clamoroso fenomeno di protesta nei primi decenni dopo l’unificazione fu senza dubbio quello del brigantaggio meridionale. Esso fu determinato dallo scontento delle plebi agrarie meridionali, che si erano illuse che l’unificazione potesse condurre quanto meno a una più equa redistribuzione della proprietà terriera e a un tangibile miglioramento delle proprie condizioni di vita (la novella La libertà di Verga in segna). Questo, come detto, non avvenne. La delusione si tramutò presto in diffidenza verso il nuovo Stato, percepito come l’effetto di un semplice mutamento di forma di governo incapace di intaccare le tradizionali forme di sfruttamento economico. Su questo malcontento si innestò per qualche tempo anche l’azione di emissari legittimisti borbonici e clericali volta a fomentare proteste, disordini e rivolte nella speranza che una sollevazione generale creasse le condizioni per una restaurazione del governo borbonico (appoggiato dal clero locale). Talora i contadini in rivolta inneggiarono ai governanti borbonici, rimpianti se non altro come il male minore.
Repressione e conseguenze del brigantaggio
Il fenomeno del brigantaggio assunse proporzioni vastissime e il governo dopo qualche tentennamento decise di intervenire con forme di repressione violenta, chiamando in causa l’esercito: intere province vennero sottoposte per periodi più o meno lunghi a un regime militare di stato d’assedio: in alcuni momenti vennero impiegati oltre 100.000 soldati; migliaia di briganti vennero catturati o uccisi. Nel 1865 tuttavia poteva considerarsi esaurita la fase acuta del fenomeno del brigantaggio, ma la soluzione era stata essenzialmente delegata a misure repressive, mentre le cause profonde del generale malcontento sociale rimanevano in gran parte intatte.
Di quanto tale fenomeno di insurrezione violenta fosse radicato nelle coscienze dei contadini meridionali, può essere testimonianza una pagina di Cristo si è fermato a Eboli (1945) di Carlo Levi, che ci dà modo di constatare come ancora nella prima metà del Novecento la guerra dei briganti fosse presente e cara nell’immaginario popolare delle classi subalterne del Meridione.
La questione meridionale e il dibattito intellettuale
La grave situazione del Meridione d’Italia divenne però presto una «questione meridionale», in quanto numerosi intellettuali e politici si occuparono del problema, mediante inchieste, riflessioni e proposte. Se questa attenzione non determinò una politica conseguente, suscitò però un vivace dibattito, fornendo, sul piano dell’indagine teorica, soluzioni che, se adottate per tempo, avrebbero potuto portare a risultati più significativi, che invece non furono raggiunti: a tutt’oggi, a distanza di oltre un secolo, in Italia esiste un problema non risolto di disparità di condizioni economiche e sociali tra Nord e Sud del paese. Le inchieste, talora nate in seno allo stesso parlamento, come quella di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino (La Sicilia nel 1876), e gli scritti di illustri meridionalisti come Pasquale Villari sono tuttora documenti impressionanti della realtà storica italiana nei primi decenni dopo l’Unità.
Domande da interrogazione
- Quali furono le cause principali del brigantaggio meridionale dopo l'unificazione?
- Come reagì il governo italiano di fronte al fenomeno del brigantaggio?
- Qual è l'importanza della testimonianza di Carlo Levi riguardo al brigantaggio?
- In che modo la questione meridionale ha influenzato il dibattito intellettuale?
Il brigantaggio meridionale nacque dallo scontento delle plebi agrarie, deluse dalla mancanza di una redistribuzione equa della proprietà terriera e dal miglioramento delle condizioni di vita, percependo il nuovo Stato come un semplice cambiamento di governo incapace di affrontare le ingiustizie economiche.
Il governo decise di intervenire con una repressione violenta, impiegando l'esercito e instaurando regimi di stato d'assedio in diverse province, catturando o uccidendo migliaia di briganti, ma senza affrontare le cause profonde del malcontento sociale.
La testimonianza di Carlo Levi in "Cristo si è fermato a Eboli" evidenzia come la memoria della guerra dei briganti fosse ancora viva nell'immaginario popolare delle classi subalterne meridionali anche nella prima metà del Novecento, dimostrando la profondità del fenomeno.
La grave situazione del Meridione d'Italia ha generato un vivace dibattito tra intellettuali e politici, che hanno condotto inchieste e proposte, ma nonostante l'attenzione, non si sono attuate politiche efficaci, lasciando irrisolto il problema delle disparità economiche e sociali tra Nord e Sud.