Concetti Chiave
- Il capitolo si concentra sulla carestia a Milano, evidenziando la contraddizione tra la mancanza di cibo e le illusioni create da leggi inefficaci che aggravano la situazione sociale.
- La folla è descritta come un insieme disgregato di affamati, colpita da correnti irrazionali, e divisa in categorie sociali, riflettendo contrasti morali e sociali profondi.
- Le leggi durante la carestia sono presentate come minacciose ma incapaci di risolvere i problemi, contribuendo al deterioramento della situazione sociale.
- La guerra, dopo un periodo di speranza per un nuovo raccolto, provoca ulteriore distruzione e miseria, accentuando la responsabilità del potere e generando terrore tra la popolazione.
- Don Gonzalo, governatore spagnolo, è criticato per la sua incompetenza economica e per il suo ruolo nella diffusione della peste, evidenziando le sue mancanze agli occhi del popolo e della storia.
Per analizzare questo capitolo, occorre procedere in tre direzioni:
a) Il primo flagello: la carestia
b) La degradazione della folla durante la carestia
c) Il secondo flagello: la guerra
La carestia e le sue conseguenze
Il capitolo, che apre la terza sequenza narrativa, è riservato ad una digressione più ampia delle precedenti. I personaggi non sono più quelli del centro del racconto consueto, ma le grandi folle. Il punto di osservazione torna ad essere Milano, la cui storia è ripresa all’indomani degli avvenimenti vissuti da Renzo e si affianca, quindi, senza lacune, a tutto il dramma dei protagonisti. Alla vicenda particolare, si sovrappone, ora, la storia pubblica di quell’anno che preannuncia l’influsso, che a sua volta, avrà sugli “eventi privati” del racconto, con le sue tre sciagure: fame, guerra e peste. Il tema della carestia vede di nuovo il contrasto fra il dato di fatto – la penuria di cibo – e le speranze illusorie alimentate dalle leggi e dai provvedimenti speciali: la sventura d’origine naturale viene aggravata dall’imprevidenza degli uomini. Una parte del capitolo riporta tutta una serie di gride, tanto più minacciose quanto meno efficaci; ancora una volta citate direttamente, esse documentano una giustizia empirica e incoerente, pronta a fare multe, torturare e uccidere, ma incapace di guarire i mali sociali ed anzi complice del loro aggravarsi. L’ironia dello scrittore non manca: l’espressione “il ducato di Milano doveva avere almeno tanta gente in mare, quanta ne possa avere ora la Gran Bretagna” ha un doppio senso: “la gente in mare” è il complesso degli equipaggi di una flotta, ma è anche l’insieme dei galeotti condannati ai lavori forzati sulle galere (il senso ironico è evidente).
La folla e la degradazione
Fra l’inefficienza delle leggi e i soccorsi di Federigo è situata una folla dai mali, in gran parte, inguaribili: né la reclusione degli affamati, né la missione del clero per le strade possono impedire il suo strazio. La pietà è nelle cose stesse cioè nella cronaca dei fatti: la folla non lotta più, è colpita e disgregata, è il popolo immenso degli affamati, spinto da correnti irrazionali che lo conducono alla morte mentre cerca la salvezza, diviso in crocchi, non più per parlare o commentare quanto sta succedendo, ma di mendicità, in cui si confondono i bravi e i contadini, i forti e i deboli, gli orgogliosi e i vili.
La descrizione insiste sui tratti fisici e soprattutto morali degli individui, preludendo così alle scene della peste e la sintassi ellittica, con le sue brevi proposizioni, concorre al tono epigrafico dell’insieme della rappresentazione. Ancora una volta, la folla si scinde nelle sue componenti, drammaticamente opposte l’una all’altra: categorie sociali diverse, conflitti interni, contrasti fra il passato e il presente formano un quadro complessivo, in cui tutto confluisce nella comune miseria; i sostantivi e gli aggettivi, spesso raggruppati a coppie, riflettono sia molteplicità che contraddizioni.
La guerra e le sue ripercussioni
Quando la tensione incomincia ad attenuarsi e la vita riprende, col nuovo raccolto e a nutrire speranze, la guerra interviene e portare distruzione e nuova miseria. Il Manzoni accentua ancora le responsabilità del potere e gli interessi futili di chi cerca un posto nella storia. Il suo sguardo passa gradatamente dal popolo che ne porta i pesi, dai fatti citati nelle cronache alle reazioni di terrore nei villaggi presi d’assalto. L’avvicinarsi dei soldati – i Lanzichenecchi – al territorio di Lecco chiude il racconto e riconduce il lettore ai personaggi familiari, ormai partecipi della tragedia di tutti. In questa parte del capitolo si accumulano anche i giudizi negativi su Don Gonzalo, il governatore spagnolo di Milano. Esso è incolpato dai suoi superiori per i demeriti militari, dal popolo per l’imprevidenza economica e dallo storico per la responsabilità nella diffusione della peste. I motivi più gravi sono quelli meno apertamente riconosciuti.
Domande da interrogazione
- Qual è il tema centrale del capitolo riguardante la carestia?
- Come viene descritta la folla durante la carestia?
- Qual è l'ironia presente nella descrizione del ducato di Milano?
- Quali sono le conseguenze della guerra secondo il capitolo?
- Come viene rappresentato Don Gonzalo nel capitolo?
Il capitolo esplora la carestia come un flagello che, oltre alla penuria di cibo, è aggravato dall'imprevidenza degli uomini e dall'inefficienza delle leggi, evidenziando un contrasto tra la realtà e le speranze illusorie (testo).
La folla è rappresentata come un insieme disgregato di affamati, colpita da correnti irrazionali e incapace di lottare, riflettendo una miseria comune che unisce diverse categorie sociali (testo).
L'ironia risiede nell'espressione che confronta il numero di galeotti condannati ai lavori forzati con gli equipaggi di una flotta, suggerendo una critica alla situazione sociale e politica del tempo (testo).
La guerra porta distruzione e nuova miseria, accentuando le responsabilità del potere e il terrore nei villaggi, mentre il popolo continua a subire le conseguenze delle scelte altrui (testo).
Don Gonzalo è descritto negativamente, accusato di demeriti militari e di responsabilità nella diffusione della peste, evidenziando la sua imprevidenza economica e il disprezzo del popolo (testo).