Concetti Chiave
- La poesia "Non chiederci la parola" di Eugenio Montale, scritta nel 1923, è un manifesto delle sue idee poetiche e rifiuta il concetto di poeta-vate.
- Composta da tre quattrine, la struttura metrica presenta versi di varia lunghezza, con endecasillabi nei finali e rime incrociate e alternate.
- Montale sottolinea l'impossibilità di offrire certezze e definizioni precise, invitando il lettore a non cercare chiavi di lettura universali.
- La lirica riflette una condizione umana caratterizzata dalla negatività, evidenziando la sofferenza e il disagio esistenziale senza offrire soluzioni positive.
- Tra le figure retoriche, si notano anafore e similitudini, utilizzate per esprimere l'idea di sofferenza, come "come un croco" e "come un ramo".
La lirica “Non chiederci la parola”, scritta da Eugenio Montale e composta nel 1923, appartiene alla raccolta “Ossi di seppia”.
Indice
Struttura e metrica della poesia
La lirica è formata da tre quattrine i cui versi sono di varia lunghezza. I versi finali delle tre strofe sono tutti degli endecasillabi. Sul piano ritmico, notiamo che le prime due strofe presentano una rima incrociata, mentre la strofa finale presenta una rima alternata. Particolare è la rima ipermetra “amico-canicola” (vv.6-7) dove una parola piana rima con una parola sdrucciola.
Manifesto poetico di Montale
La poesia può essere letta come una dichiarazione di poetica, un manifesto delle idee di Montale. Nella lirica il poeta, rivolgendosi a un ipotetico lettore, esprime il suo rifiuto nei confronti della figura del poeta-vate, incarnata da D’Annunzio, capace di trasmettere attraverso un canto disteso, sonoro ed eloquente, delle dubbie verità “positive”. Montale dichiara, in nome dei poeti del ‘900, che il poeta non è più in grado di offrire all'uomo, al lettore, un messaggio forte, un messaggio di certezza, di sicurezza, di verità. Ormai è finito il tempo in cui ai poeti si riconosceva l’ultima parola o la possibilità di soluzioni positive.
Rifiuto delle certezze poetiche
Quindi, il lettore ipotetico non deve pretendere che il poeta conosca delle parole che possano definire in maniera precisa, “quadrata”, l’animo. Non bisogna chiedere al poeta una chiave di lettura generale per tutto, “la formula che mondi possa aprirti”.
Negatività e condizione umana
Nella poesia è frequente la presenza del pronome di negazione “non” a testimonianza del fatto che questo componimento non vuole proporre modelli sicuri, solidi, condivisibili, ma semplicemente offrire una prospettiva negativa. Di fronte alla constatazione della negatività del reale e della condizione umana il poeta non ha certezze da comunicare. Per questo i poeti possono solamente parlare al negativo; possono solamente dare la testimonianza della sofferenza, del disagio esistenziale che attraversa l'uomo contemporaneo.
Funzione delle strofe e disgressione
Mentre la prima e la terza strofa possiedono una funzione argomentativa e affrontano il medesimo argomento, la strofa centrale si pone come una disgressione che introduce il tema dell’uomo che se ne va sicuro. L’uomo, quando sicuro di sé, non è tormentato al suo interno perché non si preoccupa di nulla, neppure della sua ombra proiettata, quando il sole è alto, su un muro scalcinato.
Figure retoriche nella lirica
Analizzando le figure retoriche, notiamo la presenza di figure fonetiche (anafore e allitterazioni) e anche di similitudini. La loro funzione è di meglio rappresentare l’idea di sofferenza che caratterizza la lirica. Tra le similitudini individuiamo “come un croco” (v.3) e “come un ramo” (v.10), mentre tra le anafore riconosciamo la ripetizione dell’incipit della prima strofa che si ripresenta anche all’inizio della terza strofa (“non chiederci la parola”, v.1, e “non domandarci la formula”, v.9). Infine, tra le figure retoriche di suono, possiamo anche riconoscere l’allitterazione della “p” in “perduto in mezzo a un polveroso prato”.
Poesia: Non chiederci la parola
Non chiederci la parola che dia una definizione precisa dei segreti del nostro animo indecifrabile, e che li possa spiegare, con lettere chiare e indelebili, splendendo come un fiore giallo di zafferano, perduto in mezzo ad un prato impolverato.
Ah, l’uomo che se ne va sicuro di sé, in pace con sé stesso e con gli altri, e non si cura della sua ombra che il sole ardente del mezzogiorno proietta sopra un muro senza intonaco!
Non chiederci la formula che possa rivelarti nuove prospettive di conoscenza del mondo, bensì solo qualche sillaba imprecisa, secca come un ramo. Soltanto questo possiamo dirti oggi, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Domande da interrogazione
- Qual è la struttura metrica della poesia "Non chiederci la parola"?
- Qual è il manifesto poetico di Montale espresso nella lirica?
- Come viene rappresentata la condizione umana nella poesia?
- Qual è la funzione delle strofe nella lirica?
- Quali figure retoriche sono presenti nella poesia e quale funzione hanno?
La poesia è composta da tre quattrine con versi di varia lunghezza, tutti endecasillabi nei versi finali. Le prime due strofe presentano rima incrociata, mentre l'ultima ha rima alternata, con una rima ipermetra particolare nel verso 6-7.
Montale rifiuta la figura del poeta-vate, come D’Annunzio, affermando che i poeti del ‘900 non possono più offrire certezze o verità forti, ma solo una testimonianza della sofferenza e del disagio esistenziale.
La poesia evidenzia la negatività della condizione umana, utilizzando frequentemente il pronome di negazione “non” per sottolineare l'assenza di certezze e modelli solidi, limitandosi a esprimere la sofferenza.
La prima e la terza strofa hanno una funzione argomentativa, mentre la strofa centrale introduce una digressione sul tema dell'uomo sicuro di sé, che non si preoccupa della propria ombra.
La poesia presenta figure fonetiche come anafore e allitterazioni, oltre a similitudini. Queste figure servono a rappresentare meglio l'idea di sofferenza, come evidenziato dalle ripetizioni e dalle immagini evocative.