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parafrasi de L'elogio di Galileo dall'Adone di Giambattista Marino

Testo originale de L’elogio di Galileo, canto X dell’Adone di G. Marino


Tempo verrà che senza impedimento
queste sue note ancor fien note e chiare,
mercé d'un ammirabile stromento
per cui ciò ch'è lontan vicino appare
e, con un occhio chiuso e l'altro intento
specolando ciascun l'orbe lunare,
scorciar potrà lunghissimi intervalli
per un picciol cannone e duo cristalli.

Del telescopio, a questa etate ignoto,
per te fia, Galileo, l'opra composta,

l'opra ch'al senso altrui, benché remoto,
fatto molto maggior l'oggetto accosta.
Tu, solo osservator d'ogni suo moto
e di qualunque ha in lei parte nascosta,
potrai, senza che vel nulla ne chiuda,
novello Endimion, mirarla ignuda.

E col medesmo occhial, non solo in lei
vedrai dapresso ogni atomo distinto,
ma Giove ancor, sotto gli auspici miei,
scorgerai d'altri lumi intorno cinto,
onde lassù del'Arno i semidei
il nome lasceran sculto e dipinto.
Che Giulio a Cosmo ceda allor fra giusto
e dal Medici tuo sia vinto Augusto.

Aprendo il sen del'ocean profondo,
ma non senza periglio e senza guerra,
il ligure argonauta al basso mondo
scoprirà novo cielo e nova terra.
Tu del ciel, non del mar Tifi secondo,
quanto gira spiando e quanto serra
senza alcun rischio, ad ogni gente ascose
scoprirai nove luci e nove cose.

Ben dei tu molto al ciel, che ti discopra
l'invenzion del'organo celeste,
ma vie più'l cielo ala tua nobil opra,
che le bellezze sue fa manifeste.
Degna è l'imagin tua che sia là sopra
tra i lumi accolta, onde si fregia e veste
e dele tue lunette il vetro frale
tra gli eterni zaffir resti immortale.

Non prima no che dele stelle istesse
estingua il cielo i luminosi rai
esser dee lo splendor, ch'al crin ti tesse
onorata corona, estinto mai.
Chiara la gloria tua vivrà con esse
e tu per fama in lor chiaro vivrai
e con lingue di luce ardenti e belle
favelleran di te sempre le stelle.


Parafrasi


Verrà un giorno in cui senza impedimento
queste sue macchie saranno conosciute,
visibili grazie a un magnifico strumento
per cui ciò che è lontano appare vicino
e ciascuno, osservando l’orbita lunare
con un occhio chiuso e l’altro attento,
potrà accorciare lunghissime distanze
grazie a un tubo e due lenti.

L’invenzione del telescopio, sconosciuto in quest’epoca,
sarà fatta da te, Galileo,
un’opera che avvicina agli occhi, benché lontanissimo,
l’oggetto, reso di gran lunga più grande.
Tu, unico osservatore di ogni suo movimento
e di qualunque suo segreto nascosto,
potrai vederla nuda, senza che alcun velo la copra,
come un nuovo Endimione.

E con lo stesso telescopio, non solo vedrai
da vicino ogni suo minimo particolare,
ma scorgerai Giove, con i miei auspici,
tutt’intorno cinto di altre stelle,
grazie alle quali i semidei dell’Arno
lasceranno il loro nome scolpito e dipinto.
Sarà giusto allora che Giulio Cesare ceda il posto a Cosimo
e che Augusto sia vinto dal tuo Medici.

Solcando il cuore dell’oceano,
ma non senza pericolo e guerra,
Cristoforo Colombo mostrerà agli abitanti della terra
un nuovo cielo ed un nuovo continente.
Tu, novello Tifi del cielo, non del mare,
senza alcun rischio osservando quanto il cielo si estende
e quanto contiene, mostrerai a tutti i popoli
nuove stelle e nuovi mondi nascosti.

Tanto devi tu al cielo, che ti rivela
l’invenzione del cosmo,
ma molto più deve il cielo alla tua nobile opera,
che manifesta le sue bellezze.
La tua immagine è degna di essere accolta lassù
tra le stelle, dove acquista gloria e nome
e il fragile vetro delle tue lenti

possa essere immortale tra gli eterni astri.

Lo splendore che cuce una degna corona
per il tuo capo non deve estinguersi
prima che il cielo estingua
i raggi luminosi delle stesse stelle.
La tua gloria vivrà splendente con esse
e tu per la fama vivrai luminoso e famoso fra loro
e con fasci di luce belle e splendenti
parleranno sempre di te le stelle.

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