Eleos95 di Eleos95
Ominide 27 punti

Giacomo Leopardi (1789-1837)


Leopardi nacque a Recanati, paesino della Marca Pontificia, nel 1798.
Ricevette la prima educazione dal padre Monaldo, uomo colto ma di mentalità chiusa e reazionaria, e da due precettori gesuiti. Proprio questa formazione gesuita consentì a Leopardi non solo di conoscere e studiare le lettere, la teologia e la filosofia, ma gli permisero anche di ottenere una buona formazione scientifica.

Sin dall’infanzia si dimostrò essere un bambino prodigio, appassionandosi allo studio dei volumi presenti all’interno della vasta ma antiquata biblioteca paterna.

Fasi della conversione letteraria e poetica -La filologia


All’inizio della sua attività di letterato e studioso, Leopardi si dedicò allo studio della filologia, cioè della disciplina che si occupa di analizzare e ricostruire documenti antichi, al fine di interpretarli correttamente. In questo periodo si immerse totalmente nello studio, chiamato da egli stesso <<matto e disperatissimo>>. La totale dedizione allo studio gli provocò gravi danni alla postura e alla vista.
Durante questa prima fase, si appropriò di un sapere vastissimo tale da padroneggiare il latino, il greco e l’ebraico e si dedicò alla composizione di opere impegnate ed erudite. Iniziò le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni di latino e greco, dimostrando sempre più il suo interesse per l’attività filologica.

Dall’erudizione al bello - Il pessimismo storico


Tra il 1815-16 l’interesse letterario di Leopardi subì un cambiamento: l’attenzione del poeta si spostò dall’erudizione filologica alla produzione poetica: il “bello”, inteso come impegno civile.
I testi classici che furono oggetto delle sue traduzioni divennero dei modelli a cui ispirarsi per fare poesia.
Questo cambiamento venne apportato soprattutto dalla lettura di autori moderni da parte del poeta, come Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo e Giuseppe Parini. In questo modo cominciò ad allontanarsi dall’educazione paterna, arida e ormai antiquata, e a maturare l’idea di lasciare Recanati, suo paese natale, che considerava culturalmente arretrato per i suoi scopi.
In questo preciso momento della sua vita, Leopardi si convinse che l’infelicità dell’uomo fosse dovuta essenzialmente all’uomo stesso, poiché la natura (considerata dal poeta una “madre benigna”) ha dotato tutti gli uomini della capacità di immaginazione, che è quella che consente all’uomo di creare delle illusioni. Questo modo di vivere apparteneva agli antichi. L’immaginazione si manifestava negli antichi con la capacità mitopoietica.
Con il progresso e l’affinamento della tecnica, la capacità di immaginazione è venuta meno negli uomini ed essi sono giunti al dolore. È per questo motivo che il “dolore”, secondo Leopardi, è insito nella condizione umana. Gli antichi erano capaci di grandi illusioni, mentre i moderni le hanno perdute completamente. Si parla, per questa prima fase, di pessimismo storico leopardiano, perché l’infelicità umana è ritenuta il frutto di una condizione storica, non esistenziale.
La natura è considerata come una “madre benigna” che garantisce la felicità degli uomini grazie alle illusioni, difendendoli dalla conoscenza del “vero” considerato “brutto” da Leopardi.



Dal “bello” al “vero” (1819-23)- Il pessimismo cosmico


Dopo la conversione “dall’erudizione al bello”, Leopardi maturò una seconda conversione: dal “bello” al “vero”.
Tra il 1819-23 il “sistema della natura e delle illusioni” venne meno e Leopardi abbandonò il cattolicesimo per acquisire un punto di vista materialistico. Egli negò l’esistenza nel mondo di elementi spirituali (a partire dall’anima umana). Ritenne che la causa dell’infelicità fosse indicata nel rapporto tra il bisogno dell’individuo di essere felice e la possibilità di soddisfare questo bisogno.
Nasce, a questo proposito, la Teoria del Piacere: l’uomo aspira per sua indole alla felicità, ma il piacere desiderato è sempre superiore al piacere effettivamente conseguito e conseguibile. Il desiderio è illimitato e perciò destinato a rimanere insoddisfatto. La felicità appare all’uomo mediante brevi momenti, legati al desiderio di possedere qualcosa o all’avverarsi di un evento. Ma non è un piacere che si estende nel tempo, bensì si esaurisce nell’istante in cui l’uomo viene a contatto con l’oggetto desiderato. In questo modo, felicità e piacere, per Leopardi, coincidono.
Il piacere, secondo Leopardi, è finito e determinato; il desiderio, invece, è infinito. L’appagamento di un singolo desiderio non significa trovare a felicità. Di conseguenza l’infinito fa parte della condizione umana e l’impossibilità di appagamento rende l’uomo “infelice” per natura.
In questa seconda conversione, la natura è considerata una “matrigna”. Essa determina la tendenza umana al piacere, senza poter poi in alcun modo soddisfare tale bisogno; anzi, facendo della vita umana un insieme di delusioni, noia e sofferenza, con l’unico scopo di procedere verso la morte.
Non solo l’uomo, ma tutte le creature sono soggette al male. La natura prevede che alcune creature possano sopravvivere rispetto ad altre. Tutto questo è doloroso e provoca sofferenza. Questa considerazione è oggetto dell’Operetta morale intitolata “Dialogo fra la natura e un islandese”.
La felicità è donata solo ai bambini, poiché solo loro hanno un contatto diretto con la natura.
Per Leopardi l’unico modo per convivere con la natura è accettarla e non crearsi illusioni.

Il limite: la poetica di Leopardi


L’uomo è un essere vivente completo e finito, ma ha sempre sentito il bisogno di aspirare all’eternità. Grazie all’immaginazione, l’uomo può proiettare nella spazio e nel tempo il proprio “io”, ottenendo un’illusione di eternità.
Tutto ciò che rappresenta un limite può servire a rivelare, attraverso l’immaginazione, l’infinito.
Secondo Leopardi, i limiti si manifestano secondo varie forme:
• limiti reali (la siepe nell’Infinito e il balcone in A
Silvia
);
• limiti evanescenti, come la nostra memoria.
Se la verità si mostra nella sua nudità, ecco che il senso del limite appare angoscioso e si rivela il “vero”, l’essenza di tutte le cose, fonte di continua delusione per l’uomo.
Per capire questa concezione è opportuno fare un esempio.
Se si osserva un paesaggio marino, la linea di demarcazione fra cielo e mare non conferisce alcun senso di infinito e di bellezza, ma un angoscioso senso di finito. Laddove, però, questo panorama si presenta schermato da qualcosa (es. una siepe), allora il senso di apertura è maggiore e si ha più possibilità di mettere in moto l’immaginazione.
Appare chiaro, dunque, che senza qualcosa di finito (il limite, appunto) non si potrebbe percepire l’infinito.
Abbiamo detto che il “limite” può essere rappresentato anche come qualcosa di evanescente. La nostra memoria a lungo termine, per esempio, tende ad eliminare i ricordi più vecchi, che spesso appaiono quasi sbiaditi. L’immaginazione deve basarsi, secondo Leopardi, su immagini e sensazioni “vaghe” e “indefinite”, senza limiti e contorni precisi, altrimenti rivelano la verità, che non ha nulla di poetico. La bellezza, per Leopardi, sta in ciò che non si può mettere perfettamente a fuoco nello spazio e nel tempo.

Il pensiero di Leopardi nel tempo


Si è a lungo negato che il pensiero di Leopardi abbia una rilevanza filosofica. Solamente dopo la seconda guerra mondiale questa negazione venne superata, riconoscendo l’importanza del suo pensiero. La sottovalutazione ottocentesca e della prima metà del Novecento dipendono dalla prevalenza, in questi periodi storici, di posizioni filosofiche diverse da quelle leopardiane, quale, per es., il Positivismo (fiducia nel progresso), che non potevano accettare la sfiducia del poeta nell’idea di “progresso” e nemmeno il suo pessimismo. Inoltre, il materialismo e l’ateismo leopardiano costituivano una ragione di fastidio per la cultura cattolica (fortissima in Italia a causa della presenza dello Stato della Chiesa). Il pensiero filosofico leopardiano è un sistema asistematico: il metodo di indagine filosofica si svolge partendo solo dall’elaborazione artistica, prescindendo dalle procedure professionali della filosofia. Il pensiero di Leopardi non è per nulla frammentario, ma frammentaria si presenta la struttura che si manifesta attraverso le sue stesse opere.
Hai bisogno di aiuto in Giacomo Leopardi?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email