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Giovanni Verga


Nato a Catania nel 1840 da una famiglia di proprietari terrieri. Fu il massimo esponente del Verismo. Fu influenzato dagli intellettuali che vissero a Milano e che fecero parte del movimento della “Scapigliatura”, cioè portarono temi fuori dalle regole morali perché parlarono di gossip che riguardò l’alta borghesia.
Nel 1874 ci fu la svolta verso il Verismo quando scrisse “Nedda”, la storia di una contadina che conobbe Alfio, si innamorò e rimase incinta. Per poter mantenere la famiglia, Alfio andò a lavorare nelle pianure perché sarebbe stato pagato bene dato che ci fu il pericolo di ammalarsi di malaria. Infatti si ammalò e morì. Nedda rimase sola e cercò di nascondere la gravidanza per poter lavorare e mangiare. Quando nacque la bambina non poté lavorare per badare a lei e quindi non mangiò, non allattò e la figlia morì. Nedda rimase sola e pregò Dio di prenderla presto.
Verga passò poi a raccontare il mondo dei contadini e dei pescatori attraverso l’artificio di regressione, cioè si calò nella realtà che raccontava, e utilizzando l’impersonificazione, cioè raccontando le storie così come gli furono raccontate senza intervenire.


Fantasticheria


Novella pubblicata nel 1880, è il documento più importante della poetica Verista. Racconta di un viaggio che Verga fece con una dama. Un giorno i due arrivarono ad Aci-Trezza, un pesino di pescatori in Sicilia, in cui rimasero meno di 48 ore perché la dama non capì come fosse possibile che quella gente vivesse in quel posto per tutta la vita. Nonostante tutte le malattie e le brutte annate del mare, i terrazzani continuano a viverci.
Secondo Verga non si può spiegare come sia possibile tutto ciò, bisognerebbe farsi piccoli, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle e guardare con il microscopio o con la lente le piccole cose che fanno battere quei piccolo cuori.

In quel posto restano quei bambini che cresceranno come i loro padri e nonni e tireranno allegramente la vita più a lungo che potranno pregando Dio di morire dove sono nati. Verga disse anche che per noi potrà sembrare ridicolo, ma solo perché non siamo nati ostriche. Qualora uno di quei bambini voglia staccarsi dai suoi genitori e dal suo paese per curiosità di conoscere il mondo, questo, da pesce vorace qual è, se lo ingoierà insieme a coloro che gli stanno vicino.


I Malavoglia


Storia di una famiglia soprannominata “Malavoglia” perché erano dei grandi lavoratori a cui non mancava niente: avevano una casa, una barca, una famiglia unita e un ordine gerarchico che veniva rispettato. I protagonisti furono il nonno Padron ‘Ntoni, il padre Bastianazzo, la moglie “Longa” e i figli ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia.
Questa storia inizia con una situazione di tranquillità, la quale viene interrotta da due fatti che provocano lo squilibrio:
1.Un giorno Padron ‘Ntoni decise di guadagnare qualche soldo comprando dei lupini per poi rivenderli nel paese vicino con la barca. Per comprarli si fece prestare dei soldi. Siccome i lupini furono un po’avariati, Bastianazzo decise di partire subito per venderli ma incontrò la burrasca, la barca affondò e ed egli morì.
2.Il nipote più grande, ‘Ntoni, partì per fare il militare ma tornò dopo poco tempo perché fu un fannullone e non ebbe voglia di fare niente. Al suo posto andò Luca, il quale però morì bella Battaglia di Lissa. ‘Ntoni non volle fare il pescatore e se ne andò. La famiglia perse tutto e Padron ‘Ntoni mise un’ipoteca sulla casa per ripagare il debito dei lupini.
Le disavventure della famiglia cominciarono quando decisero di staccarsi dallo scoglio cercando di avere qualcosa di più.
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