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La filosofia politica nasce come riflessione sulle cose umane e sugli affari che riguardano la città.

Essa trova le sue origini nel IV sec. a.C. in Platone ed Aristotele che rappresentano i primi esempi

compiuti di una trattazione sistematica della politica, intesa come connessione sostanziale e naturale

tra l’essere umano, i diversi gradi di convivenza, l’orientamento etico comune, l’idea/realtà della

polis e, infine, la ricerca del sommo bene. Ed è proprio sulle diverse rappresentazioni e sulle

opposte modalità di intendere la città che nasce e si afferma la filosofia politica, intesa come

riflessione concettuale sui fondamenti, le forme istituzionali e le pratiche del vivere associato che

riguardano le dimensioni del governo e del potere.

La prassi politica viene gradualmente a trasformarsi in un sistema funzionalmente autonomo

rispetto ad altre sfere di valore, quali il diritto, l’etica e l’economia. Tale differenziazione ha inizio

nel momento in cui la politica si trasforma in scienza e tecnica di governo, secondo l’impostazione

datane da Machiavelli.

L’analisi del linguaggio politico si configura come un quarto modo di parlare di filosofia politica,

intesa come meta scienza, ossia come lo studio della politica a un secondo livello, che non è quello

diretto della ricerca scientifica intesa come studio empirico dei comportamenti politici, ma quello

indiretto della critica e legittimazione dei procedimenti con cui è condotta la ricerca al primo livello.

Attraverso l’analisi del linguaggio politico si possono chiarire questioni nodali, come le dinamiche

attraverso le quali si acquisiscono e mantengono legittimità e consenso nelle diverse organizzazioni

politiche o si esercita il potere e si attuano le decisioni politiche, analizzando i mutamenti di

significato attraverso la storia.

Si analizzano in questa sede due dei concetti che sono stati alla base della costituzione del dibattito

teorico femminista contemporaneo: la differenza tra sesso (inteso come determinazione biologica) e

genere (concepito come costrutto sociale).

La teoria della democrazia viene esaminata alla luce della critica alla grande dicotomia di pubblico

e privato. L’uguaglianza viene intesa come insieme di differenze dove però le differenze non

devono tramutarsi in discriminazioni. Tale prospettiva ha portato nel corso del Novecento al

riconoscimento di specifici diritti di genere. Il femminismo politico e teorico ha trasformato

radicalmente le visioni cognitive del mondo, l’azione collettiva e la stessa nozione di politica.

Henry si sofferma sulla questione delle minoranze morali, che da una parte si mobilitano per il

pieno godimento dei propri diritti nel caso ne siano già titolari da un punto di vista formale, mentre

dall’altra lottano per il rispetto delle libertà fondamentali nel caso ne fossero sprovvisti. La sfida del

multiculturalismo consiste nel permettere ai nuovi venuti di apprendere e di appropriarsi

gradualmente del senso e delle forme di norme che vigono su un particolare territorio, senza che

tale processo perpetui disuguaglianze, forzi l’omogeneizzazione alla cultura dominante, mantenga

la violenza simbolica, che è insita in tutte quelle culture che rappresentano se stesse come

monolitiche e impervie.

Besussi attua una rilettura del liberalismo classico e contemporaneo, a patrire dall’immagine

fondativa del contratto sociale e dal quesito-cardine su come sia possibile giustificare l’autorità

politica, quando nel processo di secolarizzazione sono venute a mancare le fonti della

legittimazione provenienti o dall’intervento divino o dalle leggi di natura.

Il posto colonialismo nasce nella seconda metà del Novecento come opposizione politica e culturale

a forme di soggiogamento messe in atto dal colonialismo moderno e in contrapposizione agli intenti

monopolistici praticati dall’imperialismo contemporaneo.

Il repubblicanesimo ha radici nella filosofia antica sulla polis greca, così come nel pensiero romano

sulla res publica. Tale concetto è stato poi utilizzato dalla filosofia scolastica cristiana, così come

dall’Umanesimo e dal Rinascimento. La repubblica diventa un topos per l’Illuminismo sostanziata

dalle esperienze rivoluzionarie in America e Francia, dove il governo repubblicano si afferma entro

lo Stato nazionale. Nel corso dell’Ottocento, il repubblicanesimo ispirerà anche autori impegnati

nella lotta per l’indipendenza nazionale. Il neorepubblicanesimo concepisce la libertà politica come

non-dominio, vincolandola al valore dell’autogoverno e proponendo la virtù civica dei cittadini

come la condizione necessaria per la trasformazione, lo sviluppo e la sopravvivenza di ordinamenti

politico-giuridici democratici.

L’approccio utilitarista alla politica non è centrato sulle istituzioni, ma sul contesto storico-sociale,

ovvero sul manifesto interesse nei confronti delle scelte pubbliche, agite sulla base della

massimizzazione della soddisfazione generale, qui intesa come utilità media e non totale. Le

problematiche di pertinenza della politica sono legate all’individuazione di condotte, leggi e

istituzioni che permettano ai soggetti coinvolti una convivenza pacifica, ordinata e in grado di

migliorare le condizioni generali di vita.

Analisi del linguaggio come filosofia politica.

Come già sostenuto da Norberto Bobbio, l’analisi del linguaggio politico si configura come un

quarto modo di parlare di filosofia politica, intesa come meta scienza, ossia come lo studio della

politica a un secondo livello, quello indiretto della critica e legittimazione dei procedimenti con cui

è condotta la ricerca al primo livello.

A questo livello si determina la distinzione tra filosofia, intesa come meta scienza e la scienza

politica. Quest’ultima, per riprendere ancora la definizione di Bobbio, è il discorso o l’insieme di

discorsi sul comportamento politico, mentre la filosofia politica è il discorso sul discorso dello

scienziato.

Il linguaggio della politica – ha scritto Lasswell – è il linguaggio del potere, il linguaggio della

decisione. Fare politica in questo senso è negoziazione verbale. Come afferma Fedel, ciò di cui il

pubblico fa esperienza è pur sempre il linguaggio sugli eventi politici piuttosto che gli eventi stessi.

Il linguaggio politico è la realtà politica.

In genere vengono distinti tre campi di analisi del linguaggio politico: il linguaggio della teoria

politica, il linguaggio della ricerca politica e il linguaggio della prassi politica. Il primo individua il

momento speculativo della politica, il secondo quello operativo e il terzo è il momento pratico del

linguaggio politico. La politica è costituita dal linguaggio, anzi, la politica è linguaggio.

Hannah Arendt è stata la studiosa che ha rilevato con maggiore efficacia lo strettissimo rapporto

esistente tra politica e linguaggio. Il punto di intersezione tra i due ambiti concettuali è l’esperienza

comunicativa, che è politica appunto, in quanto presuppone l’esistenza di una pluralità di individui

che mettono in comune alcune forme dell’esperire quotidiano per agire di concerto, in vista del

conseguimento di un determinato bene. Unità di analisi del linguaggio politico non sono soltanto le

parole, i concetti, gli enunciati, o le particolari forme verbali che lo caratterizzano, ma anche il

contesto sociale di riferimento, la natura dello scambio verbale e le caratteristiche dei soggetti

stessi. Il significato delle parole e dei concetti politici viene estrapolato dall’espressione diretta orale

o scritta, per cui esiste una diretta relazione fra il termine politico e il concetto politico.

Uscendo dall’alveo della linguistica, ci poniamo nell’ambito della relazione tra parola, concetto e

referente. L’analisi del linguaggio politico non può prescindere dal rapporto tra pensiero-discorso-

testo e contesto.

Il potere costitutivo del linguaggio politico e degli schemi di percezione e di pensiero che produce

non risiede in una sua proprietà immanente, come la forza illocutoria a cui Austin fa riferimento, ma

nella sua capacità di contribuire alla realtà di ciò che enuncia per il fatto di renderlo concepibile e

soprattutto credibile e di creare così la rappresentazione e le volontà collettive che possono

produrlo. La funzione argomentativa e manipolatoria del linguaggio politico va individuata

nell’importanza che le variabili linguistiche hanno nel giustificare corsi d’azione e decisioni

politiche. Il linguaggio politico è per natura controverso e poco suscettibile di verifica; occorre

analizzare il contesto e gli attori coinvolti nei processi comunicativi, linguistici e deliberativi.

Il significato tradizionale di politica come l’attività o l’insieme di attività che hanno in qualche

modo un riferimento alla polis, intesa come l’organizzazione di una comunità che fa uso per

conservarsi in ultima istanza della forza. Importante è il contributo di Habermas con la sua teoria

dell’agire comunicativo secondo cui la mediazione linguistico-discorsiva consente di legittimare il

governo di un’organizzazione socio-politica in riferimento agli interessi generali e ai bisogni

collettivi. L’obiettivo è quello di far comunicare anche politici di diversa estrazione, purché si

attengano al significato etimologico delle parole che usano. Questo tipo di linguaggio viene

normalmente utilizzato nelle società a democrazia liberale là dove i valori sono più o meno

condivisi. Secondo Habermas l’atto della scelta politica potrà avvenire soltanto dopo che si sia

trovato un accordo lessicale sui termini.

Non si possono non evidenziare gli aspetti deboli di questa teoria. Essa, specie nel campo politico,

si è rivelata inadeguata perché si basa su un presupposto che può valere solo all’interno di una

comunità circoscritta. In campo politico, infatti, non tutti i conflitti sono risolvibili all’interno della

dimensione linguistica dell’agire comunicativo.

Ian Hacking evidenzia che nella nostra epoca l’enunciato ha preso il posto dell’idea, ossia di

qualcosa di tanto chiaro da non aver bisogno di una spiegazione che ricorra ad altro elemento,

perché nient’altro è più chiaro e più semplice.

Noam Chomsky ha analizzato alcune tecniche utilizzate per costruire il consenso e ottenere voti

attraverso la propaganda: nelle moderne democrazie di massa il ruolo del cittadino sta diventando

sempre più quello dello spettatore. Una volta chiamato ad esprimere il proprio sostegno ai

componenti della classe politica, si presume che torni al suo osto. Ora, ogni azione di

comunicazione politica impone che il processo di interazione fra governanti e governati non debba

essere interrotto.

In un campo decisionale tanto complesso e carico di conflittualità come quello della comunicazione

politica, la formazione di consensual domains tra sistemi e ambienti umani diviene una necessità;

«una

non a caso da più parti va riemergendo con sempre maggiore insistenza, dice Luhmann:

ripresa di fiducia sui processi decisionali che intreccino l’ordine programmato in anticipo con

l’ordine spontaneo o autogestito della società in tempo reale, le preordinate misure di intervento

sistemico e il continuo improbabile intrecciarsi delle informazioni e delle interazioni che gli

individui, le famiglie e i piccoli gruppi, reciprocamente si comunicano, dentro e fuori i sistemi, in

contemporanea su molte direzioni». Nella società della comunicazione la formazione del consenso

passa attraverso canali molteplici che non coincidono sempre con la previsione giuridico-formale. Il

sistema delle comunicazioni di massa non è più soltanto una rete di diffusione di notizie e di

informazioni, ma è diventato una fonte di formazione del consenso orientato anche ai fini politici.

In un contesto in cui la comunicazione politica non transita più in senso monodirezionale dai partiti

ai cittadini, ma coinvolge le relazioni e i rapporti interpersonali siano essi implicitamente o

esplicitamente finalizzati al mantenimento e/o alla modifica delle strutture di potere esistenti,

l’ipotesi della comunicazione sistemica e globale esige che si chiarisca la differenza tra

comunicazione e informazione.

Il termine informazione esprime essenzialmente l’idea di mise en forme. Nel suo significato

estensivo l’informazione è un processo di opinione su fatti contingenti; nel suo significato intensivo

l’informazione è un particolare tipo di rapporto sociale che coinvolge due o più termini in una

relazione di scambio (di opinioni) attraverso uno strumento tecnologico di trasmissione. I termini

non sono recettori passivi di stimoli, ma soggetti pensanti, opinanti, individui socializzati che

interagiscono costantemente con il contesto. Diversamente, la comunicazione non prevede

necessariamente l’uso dello strumento tecnologico di trasmissione, ma si configura in genere come

rapporto interpersonale.

Con lo sviluppo tecnologico è andata sempre più consolidandosi una pratica della comunicazione

politica legata alla diffusione del linguaggio politico attraverso il mezzo televisivo; si tratta di un

linguaggio basato sulla spettacolarità, più che sui contenuti. L’estrema semplificazione del

linguaggio politico e la progressiva de-ideologizzazione dei messaggi politici, spesso ridotti a

slogan de-contestualizzati, incide sulla natura stessa della politica.

Nell’analisi concettuale di Bobbio si possono distinguere tre momenti: l’analisi del concetto vera e

propria (la sua definizione, la scomposizione e analisi dei suoi elementi), l’analisi linguistica del

nome (analisi rigorosa dei termini, ma anche dell’uso storico delle parole) e l’analisi fattuale, della

cosa o del referente (in quanto i concetti politici, come vedremo, sono descrittivi e non solo

normativi).

Per linguaggio politico deve intendersi un particolare fenomeno controllato da determinati

paradigmi e avente come riferimento la struttura delle attività politiche, le istituzioni e i valori della

cultura politica in cui si sviluppa. Si tratta di lessici più o meno istituzionalizzati di vocabolari

mutuati anche da linguaggi di attività subpolitiche.

Il linguaggio è una forma di azione politica, non semplicemente uno strumento per descrivere una

situazione, e ciò implica pertanto una relazione di potere e una continua negoziazione di significati.

Il termine discorso designa, in senso generale, tutte le forme, parlate e scritte, ma può essere riferito

anche a pratiche linguistiche più vaste nel loro sviluppo storico. Il discorso è oggetto propriamente

dell’analisi linguistica; esso si compone di enunciati che sono gruppi di frasi pronunciate da una

sola persona e delimitate da silenzi, pause forti o enunciati emessi da altre persone; frasi che sono

unità sintatticamente compiute.

Il discorso politico è una forma particolare di interazione sociale, caratterizzata da una modalità

specifica di utilizzo del linguaggio che richiede delle operazioni di investimento di senso diverse da

altri tipi di discorso; il suo aspetto costitutivo è pragmatico in quanto mira a convincere, a

«perlocutivo»).

persuadere, a far credere e a determinare un comportamento conseguente (intento Il

ma si caratterizza come

discorso politico, pertanto, non è solo un discorso rappresentativo,

discorso destinato all’azione politica. Esiste poi un’ulteriore accezione della locuzione

con cui ci si riferisce al complesso dello scambio comunicativo tra i vari

political discourse

attori dell’arena politica, all’informazione e al dibattito politico, nonché agli aspetti non

strettamente linguistici della comunicazione politica. In questo senso il discorso politico ha

come scopo quello di determinare delle azioni conseguenti.

Il discorso politico fornisce delle informazioni sulla cui basse viene sviluppata

un’argomentazione più o meno esplicita tesa a persuadere l’interlocutore.

Il discorso politico, come ogni altra forma di linguaggio, non si distacca mai

completamente da chi lo pronuncia, dalle sue condizioni di produzione e dal contesto che

incide sulla tipologia del linguaggio politico. Esso è il luogo per eccellenza delle forme

dell’interazione politica del conflitto, della negoziazione e della cooperazione e può essere

analizzato a partire dalle sue condizioni di produzione.

Sono due le caratteristiche essenziali del discorso politico: l’intento illocutivo, il far-credere

e quello perlocutivo, il far-fare. Nel discorso politico l’atto del persuadere (il far-credere) è

sempre finalizzato a provocare azioni conseguenti (il far-fare). Il discorso politico che si è

sviluppato nelle democrazie liberali, dove tutto è determinato dallo scambio di opinioni, si

configura come ambito di anticamera della decisione politica. È il destinatario

negoziazione,

il perno del discorso politico.

Il massimo impatto comunicativo si ha quando un messaggio è in grado di descrivere uno

stato di cose ed è per questo anche significativo. Il significato che si produce, per esempio,

di un discorso politico tende a far scorgere nel destinatario una realtà che prima

all’interno

non aveva visto. Sta qui la carica persuasiva del messaggio, carica che attiva processi di

opinione e di formazione del consenso.

Esiste una matrice che si sviluppa soprattutto in Francia come diretta derivazione della

negli anni Sessanta – che vede le proprie origini nello strutturalismo secondo cui

linguistica

è il linguaggio a costruire significati di persone e di identità – e si propone di studiare le

dimensioni ideologiche che sottostanno a ogni discorso.

Dimensioni tipiche dell’analisi del discorso sono le modalità e le strategie conversazionali.

Possiamo distinguere tre dimensioni della strutturazione del

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AngeloNELLAnebbia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Cotta Gabriella.
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