Lo spagnolo e la sua evoluzione linguistica
Lo spagnolo fa parte della famiglia linguistica indoeuropea. Esso costituisce una delle continuazioni del latino (come anche il portoghese) e per questo viene chiamato lingua neolatina o romanza; a sua volta il latino fa parte del gruppo italico, che è uno dei rami principali dell’indoeuropeo. Lo spagnolo appartiene al ramo iberoromanzo. In un certo senso lo spagnolo (così come l’italiano o il francese, ecc.) è il latino di oggi, e per la stessa ragione si può dire che è l’indoeuropeo di oggi. Ma è anche vero che tra lingue madri e figlie si crea uno stacco che permette di riconoscere i due codici come completamente distinti.
Lingua e dialetto
Non ci sono differenze linguistiche tra lingua e dialetto, anche se a quest’ultimo è annessa piuttosto una nozione di tipo genetico: tutti i dialetti nascono come varietà di una lingua-madre viva o scomparsa; in seguito succede che, per prestigio culturale o per imposizione politica o entrambe, un dialetto diventa lo strumento linguistico di una comunità sovraregionale: ad esempio il castigliano è la base dello spagnolo, così come il franciano la è del francese e il fiorentino dell’italiano. Altri dialetti, quando non scompaiono, sopravvivono come veicolo comunicativo di porzioni più ridotte di territorio. In conclusione la differenza tra lingua e dialetto è di tipo storico-sociale e il più delle volte una lingua è il mezzo di espressione di un’importante tradizione letteraria.
Spagnolo o castigliano
Spagnolo o castigliano si considerano denominazioni equivalenti: spagnolo (español) perché è la lingua ufficiale della Spagna, castigliano perché si riferisce alla Castiglia che è stata la culla dell’idioma. Anche se lo spagnolo d’oggi è un idioma al cui sviluppo hanno contribuito anche i non-castigliani, per ragioni ideologiche castigliano è spesso preferito soprattutto dagli ispanoamericani, perché non allude al nome dell’antica madrepatria, contro la quale i popoli dell’America lottarono lunghe e sanguinose guerre di indipendenza. La questione onomastica risale al secolo XVI. La stessa Real Academia Española de la Lengua (fondata nel 1713) chiamò castellano l’idioma fino al 1923, mentre per i moderni dialettologi il castigliano non è che una variante dello spagnolo.
Fattori geografici e storici
Una lingua è un fatto umano e un fatto culturale; quindi i fattori geografici, climatici, etnici, anatomici ecc. non determinano la sua natura e il suo sviluppo. Tuttavia alcuni fattori geomorfologici della penisola iberica contribuiscono a spiegare fenomeni storici che hanno conseguenze linguistiche. Le condizioni orografiche e climatiche possono essere corresponsabili di molteplici fatti: la vicenda nella romanizzazione della penisola; lo sviluppo della Reconquista in fasce verticali verso le fertili terre del mezzogiorno. Da ultimo la doppia esposizione marittima facilitò sia la ricezione di elementi mediterranei e nordici, sia la proiezione extra peninsulare verso l'Italia o l'espansione coloniale di là dall'Atlantico.
Concetti basilari dell'evoluzione linguistica
- Tradizione e innovazione. Nella storia di ogni lingua esistono tendenze verso l'innovazione e fattori di conservazione. Se tutto il sistema linguistico cambiasse più o meno di colpo, la comunicazione verbale sarebbe impossibile. Il ritmo proprio con quell'idioma cambia (diacronia) non è necessariamente proporzionale al passo del tempo o al ritmo della storia politico-sociale.
- Parole di tradizione popolare e cultismi. Le prime sono state usate durante i secoli della loro forma originale latina (l'etimo) fino ad oggi e hanno subito mutamenti fonetici. I cultismi invece sono parole che sono entrate nel lessico spagnolo in epoche successive alla formazione dell'idioma, per esigenze culturali, e per questo sono state prese quasi di peso dal latino, subendo solo un lieve adattamento; per es. auditorio (< auditoriu). A volte la stessa parola latina e l'etimo di un doppione o allotropo. Oltre alle voci di tradizione popolare e ai cultismi, esistono anche i semicultismi, parole rimaste a mezza strada.
- Mutamenti forti e mutamenti deboli: diffusione lessicale. Un mutamento fonetico può riguardare la totalità dei lessemi che presentano le stesse condizioni; per esempio non c'è nello spagnolo moderno nessuna parola che non aggiunga una e- a un etimo che cominci con S- preconsonantica (tipo studiu > estudio). Ma a volte i mutamenti o la conservazione dei fonemi non hanno portata generale; per esempio la S- normalmente si mantiene intatta (salire > salir) ma in molti casi passa a un altro suono (sapone > jabón). Si chiama diffusione lessicale l'ipotesi secondo la quale i mutamenti linguistici sono repentini nell'aspetto fonetico, ma graduali nella loro estensione al lessico, così che il mutamento riguarda da principio poche parole e si va estendendo al resto del paradigma, ma senza la necessità di interessare tutti i suoi termini; questo spiega perché anche nelle parole che non sembrano rientrare, almeno per l'aspetto semantico, nella categoria dei cultismi a volte non si danno gli stessi mutamenti fonetici: per esempio insieme a l'flamma > llama si ha flore > flor.
- Analogia. Talora una forma si sottrae alla sua evoluzione “normale” per influenza di altre con le quali ha un rapporto formale; per esempio le terminazioni della sesta persona dei verbi della III e IV classe latina (leg-unt dorm-iunt) si uniformano alla seconda, passando a legent e dorment.
- Forza del paradigma. A volte agisce su una parola la forza del paradigma lessicale a cui appartiene. Per esempio -gn->[ñ] (ligna > leña) ma regnu > reino e regnare > reinar a causa di rey (<rege) e reina(<réina< regina) che sono in termini “più forti” della famiglia.
- Cronologia relativa dei mutamenti. I mutamenti fonetici non si realizzano tutti allo stesso tempo.
- Patologia linguistica. Quando, come risultato di vari mutamenti fonetici, due parole possono confondersi, la lingua suole ricorrere, per una delle due, ad un’altra lessìa.
- Moda ed espressività. La sostituzione di parole si deve anche ad altri fattori. Per esempio moda e prestigio, soprattutto nel caso di termini stranieri: bellu ”guerra” è sostituito dal germanico werra.
- Grafia e fonetica. Allo stesso fonema possono corrispondere vari segni grafici e allo stesso segno grafico vari fonemi.
L'influenza delle conquiste e delle lingue preesistenti
Quando i romani conquistarono la penisola iberica trovarono altre popolazioni che parlavano lingue diverse. Non è una questione di tipo archeologico ma può interessare l'evoluzione specifica che ha portato dal latino allo spagnolo. Infatti l'adozione dell'idioma dei conquistatori si realizza attraverso un processo di assimilazione che presuppone una fase di bilinguismo; alla fine le lingue dei conquistati possono o no scomparire, ad esempio le lingue amerindie, ma lasciano in genere nell'idioma trionfatore delle tracce più o meno significative. Si tratta normalmente di parole che denominano oggetti sconosciuti ai conquistatori: per esempio i romani, che vestivano solo tuniche e gonne, appresero dai celti l'uso dei calzoni e ne assunsero anche il nome. In questo caso possiamo parlare di prestiti, che aumentano il patrimonio lessicale della lingua che si impone. Ma a volte non si tratta di parole bensì di tratti fonetici e si può avere una vera e propria interferenza linguistica, che non solo arricchisce la lingua degli invasori, ma riesce a modificarne, poco o tanto, la struttura. In questo caso l'idioma del popolo sottomesso si chiama substrato o sostrato, ma spesso il sostrato è solo il fattore coadiuvante di un'evoluzione linguistica interna.
I popoli prelatini
I popoli prelatini si possono distinguere in indoeuropei e pre- o non-indoeuropei, anche se non è sempre facile separarli chiaramente, sia per la scarsezza di dati, sia per il dinamismo che portava talora a fusioni e scissioni etniche. Il basco è l'unica delle lingue non-i.e. sopravvissute alla romanizzazione, e rappresenta la fase moderna della lingua degli antichi vascones, idioma di tipo caucasico forse affine a quello degli aquitani. Diffuso ai due lati dei Pirenei ebbe nell’antichità un’estensione molto maggiore dell’attuale, fino alla valle dell’Ebro e anche oltre. I baschi si ritirarono dalla valle dell’Ebro sotto la spinta di nuovi invasori che venivano da sud, gli iberi. Per molto tempo si credette che gli iberi fossero gli antenati dei baschi e si suppose una relazione genealogica tra l’iberico e il basco; ma oggi si pensa che le limitate coincidenze tra i due idiomi si debbano a un’influenza reciproca, ovvero a contatti paralleli con una terza lingua di maggior prestigio. Gli iberi, non i.e. e di probabile origine nordafricana colonizzarono soprattutto l'Andalusia, Alicante e la Catalogna, arrivando nel periodo di massima estensione, fino all'attuale Rossiglione. Sulla costa meridionale, oltre le città fondate dai Fenici e poi dai loro successori, i cartaginesi, una colonia di tirseni si sovrappose agli iberi dal Portogallo fino ad Almería, formando la misteriosa area tartessa. La capitale, Tartessos, fu distrutta alla fine del secolo VI a.C. dai cartaginesi. Le lingue indoeuropee vennero introdotte con le invasioni provenienti dal Nord. La Cantabria, ubicata tra la zona basca e la terra degli astures, lungo la costa settentrionale della penisola, è il nucleo della futura Castiglia romanza.
L'origine delle forme linguistiche prelatine
Non è sempre possibile chiarire l'origine di forme linguistiche prelatine, a proposito delle quali spesso si oppongono opinioni molto distanti fra di loro. Al vascuence si possono attribuire:
- I toponimi in -berri “nuovo”
- I toponimi in -gorri “ russo”
- Antroponimi come Garcìa
- Parole come cama “letto”
All'iberico si possono attribuire toponimi in -ici, -ippo, -uba. Solo di incerta attribuzione i suffissi –arro, -orro, -urro; -ieco; il patronimico in -z. Toponimi felici e cartaginesi sono Cadìz “recinto fortificato”, Cartagena “città nuova”, Ibiza “isola dei pini”, Málaga “fattoria, allevamento” e il nome stesso della Spagna, Hispania “isola o costa dei conigli”. In conclusione il vocabolario di origine preromana manca di parole relative all'organizzazione politica o sociale o alla vita spirituale, riducendosi a termini che hanno a che fare con la natura o la vita materiale.
Influenza basca e celtica
All'influenza basca sono stati attribuiti i seguenti fenomeni:
- Evoluzione di F- iniziale latina da [h] aspirata, e successivamente è dileguata dalla pronuncia: farina>harìna>arìna.
- Assenza del fonema /v/ labiodentale nella maggior parte della Spagna; il suono esistette nei dialetti spagnoli medievali, tranne che nel Nord.
All'influenza celtica sono stati attribuiti:
- L'indebolimento delle consonanti sorde intersonanti: sapit>sabe “egli sa”, petit>pide “egli chiede”.
- L'evoluzione del gruppo consonantico latino /kt/ a /it/ o /ts/ secondo le diverse aree di influenza celtica.
La conquista romana
La conquista romana della penisola iberica cominciò verso la fine del terzo secolo avanti Cristo: come conseguenza della seconda guerra punica, nel 206 si costituisce la provincia romana, divisa più tardi in citerior e ulterior. Sebbene i romani non imponessero la loro lingua, una serie di fattori sociali furono formidabili elementi di acculturazione e di assimilazione linguistica, che procedettero dalla costa verso l'interno e da sud a nord; i baschi non perdettero mai il loro idioma.
Il latino nella penisola iberica
Il latino diffuso nella penisola iberica non è un idioma unitario come la lingua degli autori classici, rigidamente codificata dai grammatici; si tratta piuttosto di un insieme di livelli espressivi e di fasi cronologiche che si sovrappongono, coesistono e si influenzano reciprocamente con risultati a volte diversi nelle diverse regioni della penisola. Il latino dei primi legionari è una lingua ancora arcaica fondamentalmente parlata, di uso corrente, strumento flessibile che assume, dai differenti ambienti sociali, particolarità e tecnicismi. Ma a partire dal primo secolo dopo Cristo si diffonde pure la lingua letteraria e oltre ad entrare presto nel circolo della cultura greco-romana, la penisola iberica accolse pure senza indugi l'ideologia cristiana e dette vita ad un'importante letteratura latina ispirata alla nuova religione. I due livelli linguistici si sviluppano in modo assai diverso durante i secoli, allontanandosi sempre più: il latino letterario diventa, nel basso medioevo, la lingua della respublica clericorum, mentre il latino volgare si trasformerà nelle lingue romanze. Accanto alla lingua parlata e quella letteraria, una terza variante fondamentale è rappresentata dal linguaggio “ufficiale” dell'amministrazione.
La Romania occidentale
Lo spagnolo, insieme con le altre lingue iberoromanze, le galloromanze e i dialetti del Nord Italia, appartiene alla cosiddetta Romania occidentale e condivide con quegli idiomi alcuni tratti che li oppongono alla Romania orientale:
- Accento: l'accento latino è fondamentalmente musicale, mentre quello spagnolo si basa su differenze di intensità. Malgrado ciò, nel passaggio dal latino al volgare l'accento normalmente non si sposta dalla sillaba tonica latina, tranne in quei casi nei quali delle parole proparossitone diventano parossitone: per esempio tenebras > tinieblas.
- Vocali: il sistema vocalico dell'latino classico comprende 10 fonemi:/A E I O U/ lunghe e brevi più i tre dittonghi/AE, OE, AU/. Questo significa che la durata di una vocale aveva importanza semantica: per esempio venit è terza persona del presente indicativo (“viene”) mentre vēnit è terza persona del perfetto (“venne”).
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