La religione politica dell'impero romano
Un viaggio immaginario nel passato
A Roma la presenza degli dèi era visibile ad ogni angolo di strada. Dai sacelli dedicati ai genî ed alle divinità locali si arrivava ai grandi templi dedicati alle divinità maggiori, specie quelle protettrici, come Giove Capitolino. La Roma del 1 secolo d.C. era la capitale di un vasto impero che spaziava attraverso numerosi paesi, come testimoniavano i numerosi templi dedicati alle divinità orientali (Iside, Serapide). Come ricorda Strabone, Roma è il vero «tempio del mondo intero».
Tra gli imponenti edifici sorti in seguito alla pianificazione edilizia augustea ed all’incendio di Nerone, spiccavano templi magnifici, che avevano affiancato – o sostituito – quelli più antichi. La religione romana consentiva l’ingresso, accanto agli dèi tradizionali, delle divinità più significative dei popoli conquistati. I templi più antichi risalivano al V secolo a.C. ed erano testimonianza di quella prima repubblica che cercava una legittimazione religiosa al nuovo potere acquisito. Era il caso del tempio di Cerere, Libero e Libera, dedicato alle corrispondenti divinità greche: Demetra, Dioniso e Persefone. Questo era un chiaro segnale dell’importanza dell’influsso sempre più profondo che il mondo greco, dopo quello etrusco, esercitava su Roma sotto il profilo religioso. Contemporanea è la costruzione del tempio di Mercurio. Entrambi i templi erano legati alla plebe romana.
Un altro tempio antichissimo, frutto delle prime vittorie dei Romani e del potere patrizio, era quello dedicato ai Dioscuri (Castore e Polluce), protettori degli equites. Veniva poi un tempio rettangolare, risalente al IV-III secolo, chiamato tradizionalmente Fortuna Virile. Nel Foro Boario era poi possibile trovare anche il tempio antichissimo di Portuno, che dominava sui porti e sulle porte. Ulteriore testimonianza di questa fase era un tempio dedicato ad Ercole Vittorioso. Venivano poi i templi di Largo Argentina, innalzati nell’area del Campo Marzio.
Il primo edificio (detto tempio C), eretto tra la fine del IV e l’inizio del III secolo, era probabilmente dedicato a Feronia, la dea proveniente dal territorio sabino conquistato nel 290 a.C. Il tempio A era stato invece eretto dopo la sconfitta cartaginese del 241 a.C. e dedicato a Giuturna, mentre il terzo (detto D), era stato dedicato ai Lari Permarini nel 179. Nel 106 M. Minucio Rufo aveva unificato l’area dei tre templi tramite una porticus, nota come Porticus Minucia Vetus. Nel 101, infine, C.Q. Lutazio Catulo aveva fatto erigere il tempio B, connesso alla distribuzione dei grani ed alla Fortuna huiusce diei («fortuna del giorno presente»). Assieme al vicino tempio delle Ninfe, la funzione della Porticus era quella di funzionare da «cassa di risonanza» dell’imperialismo romano: le divinità delle acque, «evocate» dai campi nemici, proteggevano i mari controllati dai Romani, mentre i templi eretti con le spoglie dei trionfi facevano da scenario alle imponenti frumentationes.
Questo viaggio a ritroso poteva concludersi di fronte al tempio d’Apollo sul Palatino dedicato da Augusto nel 12 a.C.
Questa complessa stratigrafia religiosa ruotava intorno ad alcuni precisi luoghi. Il principale era certamente il colle del Campidoglio, roccaforte del culto di Roma. Il grande tempio che lo dominava era dedicato a Giove Ottimo Massimo, che lo divideva coi suoi ospiti (Giunone e Minerva, con cui formava la Triade capitolina). Questo era il centro della vita politica e religiosa romana, anche in epoca imperiale. Lì accanto c’era una costruzione ancora più antica, dedicata a Giove Feretrio, il cui significato del culto è incerto.
Esattamente sotto, nel Foro, era possibile ammirare il tempio di Saturno, che ospitava il Tesoro dello Stato. Il Foro era però pieno d’altri monumenti sacri, come la pietra nera, chiamata Lapis Niger, oggetto di culti scaramantici. Veniva poi la Regia, il quartier generale del pontifex maximus, la massima autorità sacerdotale. Il tempio di Vesta, infine, il Bosco sacro e le case delle Vestali formavano un complesso molto antico e di grande valore sacro. Lugo il Foro s’estendeva il colle Palatino, un’altra zona ricca di luoghi sacri. Qui si trovava l’altare-grotta dei Lupercali, associato alla leggenda della lupa e di Romolo e Remo. Qui v’erano anche la capanna di Romolo, un albero di fico sacro, il tempio della Grande Madre frigia, introdotto nel 204 a.C. dai Romani, alla ricerca di un potente «alleato» per sconfiggere Annibale.
Il luogo che però colpiva più di tutti era il Campo Marzio, che univa alla bellezza naturale quella dei monumenti, in particolare i templi fatti erigere dai dinasti.
La rivoluzione di Augusto
Augusto si vantava di aver trovato Roma di mattoni e di averla lasciata di marmo. Sotto questo punto di vista aveva ragione. La Roma ereditata da Cesare era profondamente diversa da quella lasciata al successo di Augusto, Tiberio. Già sotto Cesare l’ampliamento del Foro si era accompagnato con l’inserzione della divinità dinastica dei Giulii, Venere Genitrice.
Fu però Ottaviano, dopo Azio e la sconfitta di Antonio e Cleopatra, a dar vita ad un programma edilizio che avrebbe dovuto rivoluzionare l’aspetto architettonico della città. I nuovi percorsi urbani, opportunamente ristrutturati, erano disegnati in modo da far partecipare i visitatori e gli stessi cittadini alla nuova scala dei valori socialmente approvati ed opportunamente graduati. L’interno della città era marcato dai segni del sacro: altari compitali, grandi templi, in una sorta di ascesa graduale dei valori sacrali via via proposti dal percorso. Su questa nuova forma si stendeva l’ombra del princeps e della domus divina, «costruita» da Augusto e che ne celebrava l’invisibile potenza.
Dapprima quest’operazione – che era nel contempo urbanistica, sociale, politica e religiosa – si tradusse nella costruzione del Mausoleo ed il Pantheon, di chiara impronta ellenistica. In parallelo venne costruito il Foro di Augusto, dotato di ampi portici sui lati lunghi. Sul lato nord s’alzava, al di sopra di un podio italico, il tempio dedicato a Marte Ultore, unito ad un abside in cui erano conservati simulacri (Marte, Venere, il divo Giulio). Altre effigi raffiguravano la dea Fortuna e Romolo e Remo, fondatori dell’Urbe. Non mancavano neppure Enea, il padre Anchise ed il figlio Ascanio. Accanto all’eroe troiano vi erano i Giulii, suoi discendenti, ed i re di Alba Longa, attraverso cui si saldava il legame con Romolo e Remo. Funzione del complesso – oltre a quella giudiziaria e finanziaria – era quella di celebrare la Vittoria romana.
A tutto ciò s’accompagnò un’imponente politica di restaurazione edilizia. Il fulcro dell’innovazione fu dato dall’aggiunta al calendario delle festività romane di una lunga serie di festività «augustee». A sigillo di quest’operazione v’era quanto scolpito nell’Ara Pacis, l’altare dedicato da Augusto nel 9 a.C. alla Pace della nuova età augustea. Il suo significato era evidente: il valore eccezionale rappresentato da Augusto per Roma era dinastico, derivava da Enea e si sarebbe trasmesso ai discendenti di Augusto. Su di esso erano scolpiti le effigi di tutti gli appartenenti alla famiglia imperiale, con lo stesso Augusto primus inter pares.
Quando però assunse anche la carica di pontifex maximus, la celebrazione della famiglia Giulia si tradusse in una più complessa operazione urbanistico-religiosa. Assumendo la massima carica sacerdotale, il princeps ritornava ad un modello monarchico. Successivamente s’assistette ad una vera e propria rivoluzione urbanistica dal profondo significato religioso. L’antica città arcaica delle quattro regioni cedette il posto alla città augustea delle quattordici regioni. Ognuna comprendeva un certo numero di vici o quartieri. In ognuno di questi, all’incrocio principale, venne organizzato un culto dei lares compitales, associato a quello dei Lari del Genio dell’imperatore. In questo modo, riprendendo un modello diffuso nelle città ellenistiche, il culto dinastico poteva diffondersi capillarmente all’interno della plebe urbana.
A differenza di Cesare, Augusto non volle mai ricevere onori divini per non essere visto come un re. In ogni caso, infatti, il culto dell’imperatore non era visto come un’alternativa alla religione politica, ma come una forma del lealismo politico, che serviva a legittimare imperatori la cui elezione poneva spesso problema, non esistendo un chiaro principio di successione.
Una comunità di destino
Considerati nel loro insieme, i culti e le cerimonie di Roma costituivano una mappa simbolica della struttura sociale che contribuivano a mantenere. Ciò che era caratteristico delle divinità romane era il loro interagire con la città nella sfera dell’attività umana. Al pari delle altre religioni cittadine greco-romane, anche la religione romana era fondata su una comune pratica rituale piuttosto che su credenze comuni. Le opinioni dei singoli potevano variare dallo scetticismo alla pietas ed avere una qualche importanza nella sfera privata, ma il credere – a differenza di quanto avverrà in una religione teologica come il cristianesimo – non era considerato una condizione essenziale per la partecipazione alla religione pubblica. Comune a tutti i cittadini era l’accettazione delle divinità del proprio centro urbano ed il desiderio che i rituali tradizionali fossero mantenuti e svolti correttamente.
Il rituale definiva così tutte le relazioni della vita della città. Ogni azione era preceduta da un atto formale di consultazione degli dèi ed ogni azione pubblica aveva luogo all’interno di uno spazio definito ritualmente dagli àuguri. Allo stesso modo, i tempi dell’azione legale e politica erano inseriti nella struttura di un elaborato calendario di competenza dei pontefici, che presiedevano a tutto ciò che favorisse la pax deorum. Di conseguenza, la legittimità dell’azione umana dipendeva sempre dal retto mantenimento degli obblighi verso gli dèi. Lo scrupolo più attento doveva quindi presiedere alla liturgia. I riti della religione romana erano intesi a guadagnare il sostegno degli dèi alle istituzioni di Roma.
La religione romana era la religione di tutti i cittadini. La cittadinanza veniva concessa anche a coloro che abitavano le lontane province dell’Impero. Da questo punto di vista – come ricorda Elio Aristide – Roma era davvero la capitale dell’ecumene. La religione romana non era tuttavia una religione di Stato, cioè una religione ufficiale imposta a tutti i cittadini ed agli abitanti. Il governo romano si sentiva così investito di responsabilità in campo strettamente religioso soltanto nei confronti dei culti dei cittadini romani. Le divinità interessate erano quelle del popolo romano ed il culto era nelle mani di tutti quanti operavano in nome di esso. Questa religione non veniva imposta con la forza a nessuno, così come non era effetto di una scelta individuale ed intellettuale; piuttosto, essa s’imponeva da sé in virtù della forza della tradizione e del costume (mos maiorum) a tutti coloro che avevano diritto di cittadinanza, che venne sempre estesa progressivamente fino all’editto di Caracalla (212 d.C.) a tutti i cittadini dell’Impero.
La religione dell’uomo contemporaneo è generalmente una religione individualistica. Al tempo, invece, la religione era una comunità di destino. Ogni comportamento sociale o atto comunitario comprendeva necessariamente una componente religiosa e viceversa. Ne derivava il fatto che un romano osservava i precetti religiosi perché appartenente ad un ambiente sociale dato. La sua posizione religiosa era determinata dalla nascita (famiglia, gens, domicilio). In conclusione, la religione romana, oltre ad essere un potentissimo strumento per la legittimazione del potere, rifletteva automaticamente la distribuzione dello stesso all’interno della società. È onnipresente negli affari pubblici e privati della città.
Il sacrificio
Tra i vari riti che caratterizzavano la religione romana il più importante era il sacrificio pubblico, che era – come del resto nelle religioni antiche – un sacrificio cruento. Secondo leggi ancestrali, ad opera di un corpo sacerdotale che cambiava a seconda della natura e dell’importanza del sacrificio, uno o più animali, dopo esser stati preparati, venivano uccisi e sacrificati a divinità che variavano a seconda degli scopi perseguiti. Mentre gli dèi ne ricevevano le parti ritenute più preziose come le interiora, quanto rimaneva veniva distribuito tra gli incaricati del rito ed il pubblico presente.
La natura dell’offerta variava a seconda delle divinità, delle circostanze, del calendario. Alla molteplicità ed alle divisioni che caratterizzavano il mondo divino corrispondeva la varietà delle figure che si occupavano del sacrificio. Il centro del sacrificio era l’ara o l’altare. Complessa era la strumentazione tecnica con cui s’eseguiva l’uccisione della vittima.
I Romani distinguevano tre categorie di sacrifici cruenti: per onorare gli dèi, per espiare una colpa pubblica, per predire il futuro. In genere, i sacrifici servivano anche per una funzione di lustratio, ovvero purificare da miasmi e pericoli i campi, il popolo e l’esercito in partenza dalla città.
Il club della buona morte
Nella vita di un cittadino maschio potevano coesistere più ruoli sociali e comunitari. Come pater familias, egli poteva nella sua casa essere il sacerdote del culto domestico. Come magistrato, poi, gli toccava partecipare, se non celebrare una serie di culti civici. Infine, poteva partecipare ad associazioni volontarie come i collegia, dotati di proprie liturgie, o seguire uno dei culti orientali allora in voga, quando non decideva di rivolgersi a maghi o indovini, forse la cosa più pericolosa, se non si stava attenti alle possibili implicazioni politiche di tali consultazioni: il potere politico romano, infatti, si dimostrò sempre diffidente nei confronti delle pratiche divinatorie non controllate dallo Stato perché potevano essere dirette contro chi governava.
Nella società romana tardo-repubblicana e del primo impero esisteva una fortissima tendenza all’associazionismo. La stessa varietà della terminologia era testimoniata dalla grande varietà di forme sociali che le caratterizzava. Le associazioni erano poi regolate da una propria legge costitutiva e presiedute da magistrati. In questo modo esse perseguivano lo scopo d’esser riconosciute e legittimate all’interno del sistema giuridico dominante, non entrando in conflitto con una sua esigenza politica fondamentale. Un modello molto diffuso era quello funerario, i cosiddetti collegia funeraticia, una sorta di confraternita che aveva lo scopo di provvedere ai funerali dei suoi membri ed all’organizzazione di banchetti religiosi per celebrarne la memoria.
Molti autori latini della fine della repubblica e degli inizi dell’Impero hanno trattato della morte al fine di liberare l’uomo dalla sua paura. I Romani devono pertanto imparare a morire in pace e dignità. In questo modo, essi traducevano in termini filosofici una maniera tradizionale di porsi della religione romana nei confronti del dopo morte. Il singolo era atteso da un aldilà informe e privo d’attrattive, senza quella speranza di riscatto escatologico che sarà invece caratteristica del cristianesimo. Quella romana era una tipica religione dell’aldiquà: ciò che contava era il tipo di vita che si conduceva nell’esistenza terrena e la memoria di essa affidata al culto ed alla pietà dei famigliari e dei cittadini. Tale concezione trova una chiara espressione nelle tante epigrafi funebri che ci sono giunte, fatte incidere prima della morte specie dai benestanti.
Un rapido confronto con qualche epigrafe cristiana basta a mettere in evidenza la vera rivoluzione che l’annuncio cristiano ha portato in questo campo con la sua promessa di resurrezione, di un giudizio etico finale individuale prima che collettivo e di una speranza di riscatto «eterna» per tutti. Per il credente in Cristo la vera vita comincia proprio col giorno della morte. La «buona morte» pagana era dunque profondamente diversa da quella cristiana. La prima prevedeva che il morto fosse adeguatamente separato dai vivi, provvedendo prima di tutto ad una degna sepoltura. Se, da un lato, un certo tipo di defunti – i suicidi o i morti per impiccagione, cui erano negati i funerali – erano predestinati ad alimentare storie infinite di fantasmi, dall’altro esisteva il caso di coloro che morivano insepolti non per loro colpa, come i soldati o gli annegati in mare. A costoro occorreva provvedere con un rito sostitutivo e cioè con una sepoltura simbolica, che svolgeva le stesse funzioni d’iniziazione alla «buona morte» di quella vera.
Su questo sfondo, dovrebbe ora risultare più chiara l’importante funzione svolta dai collegia funeraticia, in particolare per i non abbienti, che avevano difficoltà a costruirsi un sepolcro adeguato e volevano invece esser sicuri di una buona sepoltura. Un’iscrizione riporta il regolamento che reggeva questo club. La prima regola era che gli aderenti si riunissero una volta al mese per versare una quota per i funerali. A questa s’aggiungevano una somma una tantum e diversi oggetti (come un’anfora di vino) che sarebbe servita ai banchetti funebri. Infine, delle prescrizioni severe cercavano di regolamentare gli screzi ed i conflitti che dovevano sorgere durante questi banchetti funebri.
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