Capitolo 1: La comunicazione affettiva nella prima infanzia tra intersoggettività e attaccamento
Quando osserviamo una coppia madre – bambino a 3 mesi di vita in un momento di interazione tranquilla, essi entrambi sorridono, si imitano e si scambiano vocalizzazioni. Possiamo affermare che questo si tratta di una comunicazione affettiva che coinvolge entrambi i partner e che si basa sulle competenze comunicative dell’uno e dell’altro. Questa comunicazione può essere interpretata in due modi diversi:
- Una condivisione di stati affettivi positivi, centrata sulla coordinazione complessa di attenzione, sguardi, mimica e vocalizzazioni, riconducibili a una forma di interazione di tipo intersoggettivo che lega i due partner.
- L’espressione di una regolazione emotiva riuscita tra madre e bambino: il bambino prova sicurezza e benessere grazie al ruolo di conforto svolto dalla madre. Questa è riconducibile a una forma di interazione collegabile alla relazione di attaccamento che si struttura tra madre e bambino volta a garantire a quest’ultimo protezione fisica e regolazione emotiva.
Infatti la comunicazione che il bambino adotta nel primo anno di vita con i partner è finalizzata a:
- All'attivazione di legami di attaccamento, utili alla regolazione emotiva.
- Alla costruzione di forme di intersoggettività volte inizialmente alla condivisione di stati emotivi e successivamente alla condivisione di significati preverbali e verbali.
Questa duplice tendenza si mantiene costante anche nel successivo sviluppo ed è rintracciabile anche nella vita adulta.
Lo sviluppo della regolazione emotiva tra auto e coregolazione
Il raggiungimento di un’adeguata regolazione emotiva pare ripercuotersi sulla strutturazione della personalità del bambino, influenzandone competenze sociali ed emotive e delineandosi come un fattore protettivo rispetto all’emergenza di disagi psichici. Gli stili di regolazione emotiva del bambino sono il frutto dell’interazione tra le sue caratteristiche neurobiologiche e temperamentali e quelle delle figure di attaccamento e della loro qualità di caregiving. In quest’ottica il costrutto della regolazione emotiva si lega strettamente a quello di attaccamento.
Dalle ricerche basate sullo Still Face si è visto che il bambino fin dai primi mesi di vita dispone di strategie comportamentali che gli permettono di regolare l’intensità delle emozioni positive e negative che inizia a sperimentare. Per esempio:
- Distogliere lo sguardo dallo stimolo stressante.
- Autoconsolarsi toccandosi parti del proprio corpo.
Per quanto riguarda le strategie di tipo autoregolatorio, esse vengono utilizzate non solo di fronte a stimoli che suscitano disagio ma anche in relazione a emozioni positive, per regolare l’eccesso di eccitazione. Fin dai primi mesi di vita il bambino è in grado di esprimere configurazioni emotive specifiche basate sull’espressione del volto, la tonalità della voce, lo sguardo e la gestualità. Attraverso queste egli comunica il suo stato affettivo al caregiver, il quale risponde sintonizzandosi e fungendo da regolatore rispetto a tali stati.
Si creano stati affettivi coordinati (match) e non coordinati (mismatch). In condizioni normali quindi la comunicazione madre – bambino appare caratterizzata da:
- Processi di sintonizzazione di stati affettivi.
- Rotture delle comunicazione.
- Processi di riparazione.
La comunicazione giocosa che intercorre tra genitore e bambino dai primi mesi di vita è anche descrivibile attraverso il fenomeno della sincronia: il grado in cui ciascun partner modifica il proprio stato emotivo in relazione a quello dell’altro.
La sincronizzazione è differente a seconda del genere del genitore:
- Interazioni padre – bambino: maggior coinvolgimento fisico reciproco accompagnato da emozioni positive.
- Interazioni madre – bambino: coinvolgimento positivo reciproco mediato dalla proposta e dall’esplorazione degli oggetti.
Sperimentare match affettivi positivi e ripetute trasformazioni degli affetti negativi in positivi è un processo fondamentale per lo sviluppo della personalità, in quanto permette al bambino di costruire una rappresentazione di sé come efficace a livello comunicativo e del caregiver come affidabile e disponibile.
Regolazione emotiva e differenze di genere
Negli esperimenti Still Face si è visto che i maschi sono più vulnerabili delle femmine rispetto al disagio suscitato dall’inespressività materna, dimostrandosi meno capaci di mantenere la propria regolazione emotiva e dimostrandosi più dipendenti dal suo input regolatorio. Le femmine si dimostrano invece capaci di autoregolarsi e meno orientate verso la madre ma più orientate verso gli oggetti e la loro esplorazione.
Le madri dei bambini maschi, per sopperire alla maggiore difficoltà regolatoria riscontrata nei figli, esercitano una maggiore attività di monitoraggio nei loro confronti rispetto alle figlie femmine, rivelando un adattamento intuitivo alle richieste regolatorie di questi ultimi. Per questo motivo le interazioni madre – figlio maschio appaiono caratterizzate da un livello maggiore di coordinamento rispetto a quelle con le figlie femmine.
Le maggiori problematiche di regolazione riscontrate nei maschi sembrano accentuarsi nei bambini con madri depresse. Secondo Tronick, le differenze regolatorie relative al genere possono avere effetti a lungo termine sullo sviluppo socioemotivo: i maschi avrebbero maggiore probabilità di manifestare durante la loro crescita disturbi comportamentali e reazioni di rabbia di tipo esternalizzante, mentre le femmine avrebbero maggiore probabilità di manifestare atteggiamenti di ritiro e sentimenti depressivi di tipo internalizzante.
Regolazione emotiva e sistema diadico
La regolazione delle emozioni non riguarda solo le emozioni di base di breve durata (gioia, tristezza, collera), ma anche stati affettivi più prolungati (states of mood). Questi stati tendono a stabilizzarsi e autorganizzarsi, producendo effetti a lungo termine sul sistema di regolazione e di organizzazione emotiva del bambino. Questi stati sono influenzabili dalle circostanze esterne, in particolare dalla responsività dimostrata dai caregiver.
Per esempio, se una madre è costantemente depressa, essa può influenzare lo stato affettivo del bambino, il quale assorbe nell’interazione con lei la sua rabbia o la sua tristezza; tale stato una volta assorbito tende a stabilizzarsi nel bambino, diventando indipendente dai successivi stimoli sociali anche positivi che egli può ricevere. In questo modo egli tenderà a trasferire anche nell’interazione con altri partner gli stati affettivi condivisi con la madre.
Il sistema diadico che si forma nel primo anno di vita appare coincidere con i legami di attaccamento che il bambino costruisce rispetto alle principali figure di attaccamento e alla loro disponibilità emotiva. Le competenze di regolazione emotiva si sviluppano nel bambino in sinergia con il suo sviluppo cerebrale: il sistema nervoso viene influenzato dalle prime esperienze sociali vissute dal bambino, configurandosi come un “cervello sociale”.
Attaccamento e strategie di regolazione emotiva nella prima infanzia
L’attaccamento sicuro appare correlato alla possibilità sperimentata dal bambino di comunicare emozioni positive e negative al caregiver percepito come emotivamente disponibile ed efficace nella regolazione emotiva, mentre gli altri tipi di attaccamento appaiono implicare una restrizione di tali capacità a fronte dell’inadeguata responsività dimostrata da quest’ultimo.
Con l’obiettivo di approfondire la relazione tra modalità di regolazione emotiva e qualità dell’attaccamento, è stata effettuata una ricerca con 37 bambini (20 sicuri, 10 insicuri evitanti, 7 insicuri ambivalenti), osservando le strategie regolatorie nella Strange Situation. Nello studio sono state differenziate le strategie regolatorie adottate dai bambini in:
- Strategie eteroregolatorie: volte a sollecitare l’intervento regolatorio dell’adulto, attraverso modalità comunicative positive e negative.
- Strategie autoregolatorie: centrate sull’autoconfronto fisico (mano, dito in bocca, manipolazione di parti del corpo, ecc.).
- Strategie regolatorie: centrate sull’esplorazione dell’ambiente e degli oggetti.
A seconda della qualità del loro attaccamento, i bambini adottavano differenti stili di regolazione nelle diverse tipologie di episodi:
- Bambini insicuri ambivalenti: utilizzavano strategie eteroregolatorie rivolte all’adulto centrate prevalentemente sull’espressione delle emozioni negative (pianto, vocalizzazioni negative, ecc.) più degli altri due gruppi. Queste strategie erano attive soprattutto negli episodi di separazione. Questi bambini inoltre ricorrevano in misura minore a strategie basate sull’esplorazione degli oggetti rispetto agli altri due gruppi.
I bambini insicuri ambivalenti massimizzano i loro segnali di attaccamento con la finalità di attivare l’attenzione della madre, minimizzando allo stesso tempo l’esplorazione con l’ambiente. Si ipotizza che le madri di questi bambini siano responsive in modo intermittente nei confronti dei propri figli e allo stesso tempo interferiscano con la loro attività esploratoria, generando in loro comportamenti di ipervigilanza nei propri confronti e influenzando negativamente le loro competenze di esplorazione.
- Bambini insicuri evitanti: utilizzavano maggiormente strategie regolatorie centrate sull’orientamento agli oggetti, in particolare negli episodi di separazione dalla madre. Allo stesso tempo essi ricorrevano a strategie di eteroregolazione rivolte all’adulto, di tipo sia positivo che negativo, in minor misura rispetto agli altri due gruppi. Il loro coinvolgimento positivo e negativo rivolto all’adulto rimaneva costante sia negli episodi di preseparazione e di separazione dalla madre sia in quelli di riunione. Questo indica che i bambini evitanti, nelle condizioni di stress tendono a non attivare maggiormente le strategie eteroregolatorie finalizzate a richiamare l’attenzione dell’adulto, ma regolano le proprie emozioni ricorrendo principalmente alle proprie risorse, attraverso l’orientamento verso gli oggetti.
I bambini evitanti privilegiano le strategie rivolte all’ambiente, avendo inibito l’espressione delle loro emozioni a fronte dell’esperienza di una madre vissuta come non disponibile emotivamente rispetto alle proprie comunicazioni.
- Bambini sicuri: utilizzavano strategie regolatorie centrate sugli oggetti e quelle eteroregolatorie rivolte agli adulti in una modalità che si collocava a livello intermedio rispetto agli altri due gruppi. Inoltre mostravano di adattarsi ai diversi livelli di stress, esprimendo in tali casi attraverso il pianto e la protesta le loro richieste all’adulto. Questa abilità può essere collegata all’esperienza vissuta da parte di questi bambini di una madre disponibile rispetto alle proprie richieste di regolazione emotiva e in grado di accettare l’espressione di emozioni sia positive sia negative.
Regolazione emotiva e attaccamento nello sviluppo
Le modalità di regolazione emotiva che il bambino sviluppa con i caregiver nel corso dei primi anni di vita influenzano non solo la formazione della qualità sicura o insicura dei pattern di attaccamento, ma anche le successive competenze di regolazione che il bambino sviluppa. Le strategie regolatorie che il bambino sviluppa si organizzano così in un sistema gerarchico nell’ambito del quale quelle più precoci, centrate sull’autoconforto attraverso il contatto fisico, mantengono la loro importanza anche nella vita adulta.
Il raggiungimento di un’adeguata capacità di regolazione emotiva da parte del soggetto adulto deve garantirgli la flessibilità tra il ricorso alle proprie risorse regolatorie individuali e quello a risorse interpersonali, basate sulla coregolazione delle emozioni ottenuta attraverso l’utilizzo dell’“altro”. Anche l’adulto, come il bambino, fa affidamento, soprattutto nelle situazioni di stress acuto, su un sistema di coregolazione o di regolazione sociale. Vari studi mettono in luce come anche nei soggetti adulti i differenti stili di regolazione emotiva siano correlati ai diversi modelli di attaccamento individuati nell’età adulta.
I soggetti adulti insicuri adottano strategie di regolazione delle emozioni centrate sull’iperattivazione (ambivalenti) o sulla deattivazione (evitanti) simili a quelle individuate nei bambini classificati come insicuri evitanti e ambivalenti.
Condivisione emotiva e intersoggettività
La comunicazione affettiva che il bambino rivolge ai suoi partner nel primo anno di vita non è motivata solo dai suoi bisogni di regolazione emotiva e ancorata al sistema di attaccamento, ma è anche riconducibile a quella tendenza innata a entrare in “connessione” con l’altro per condividere stati emotivi. Questa connessione con l’altro è stata definita intersoggettività primaria.
La condivisione degli stati affettivi è resa possibile dalla coregolazione di gesti ed espressioni mimiche basate sul rispecchiamento reciproco, scandito da sequenze temporali basate sull’alternanza di turni. La comunicazione del neonato varia a seconda delle situazioni:
- La comunicazione giocosa che il neonato rivolge durante la veglia attiva all’adulto è differente rispetto a quella che caratterizza il neonato angosciato, nell’ambito della quale lo vediamo tirarsi indietro e piangere con smorfie di rifiuto, o ancora quello affamato, che evita il contatto visivo con la madre ricercandone invece il seno o il bambino assonnato, che cerca nell’adulto un sostegno, chiudendo contemporaneamente le mani, la bocca e gli occhi.
Secondo alcuni ricercatori, il neonato sarebbe provvisto di un sistema innato che lo guida negli scambi interattivi con l’altro e che consiste nella sua capacità di condividere le emozioni, di preferire il volto e la voce umana, di imitare fin da subito la mimica espressiva dell’adulto e di distinguere le proprie reazioni emotive da quelle altrui. In questo stesso periodo il bambino sviluppa un’aspettativa ben precisa rispetto alla responsività del caregiver, aspettandosi risposte contingenti rispetto alle proprie comunicazioni.
Se questa aspettativa non è soddisfatta si mostra deluso, modificando le sue modalità comunicative. È dunque molto importante la social responsiveness della madre per far emergere le capacità comunicative del bambino. Inoltre la competenza intersoggettiva del bambino tende ad essere rafforzata dall’attività di rispecchiamento che il caregiver mette in atto nel corso del primo semestre di vita.
Le competenze imitative precoci hanno un fondamento neurobiologico: esistono nella corteccia prefrontale specifici neuroni motori, i neuroni specchio, che si attivano sia quando il soggetto mette in atto particolari comportamenti motori, sia quando questi osserva lo stesso comportamento attuato da altri soggetti anche se tale atto non è completato. È stato ipotizzato un meccanismo di risonanza che mette in corrispondenza il proprio comportamento motorio con quello altrui, in grado di decodificare anche le intenzioni dell’altro, anticipando ad esempio i possibili atti successivi ai quali l’atto è concatenato.
“Essere connessi con” e consapevolezza affettiva
Il bambino fin dalle prime fasi è in grado di comunicare con l’altro e questa competenza si fonda su tre principi essenziali:
- Percezione delle proprie emozioni, che permette una prima consapevolezza di esse come stati mentali semplici.
- Riconoscimento di tali stati mentali nell’altro attraverso l’esperienza di rispecchiamento vissuta con il caregiver.
- Sintonizzazione con le emozioni altrui.
In base a questo gli aspetti di consapevolezza e di attribuzione all’altro di stati mentali insiti in tale comunicazione sono già presenti nei primi mesi di vita. In opposizione alla prospettiva secondo cui il bambino diventa consapevole degli stati mentali altrui a partire dalla conoscenza dei propri, secondo la second person perspective, il neonato diventa consapevole del proprio Sé in funzione dell’attenzione “intenzionale” dell’altro.
Il venir meno della “connessione” con la madre anche per pochi minuti ha immediati effetti sul bambino, impedendogli l’espansione diadica dei suoi stati di coscienza e inducendo in lui sentimenti di tristezza e di “non esistenza”. Quando invece la connessione tra madre e bambino avviene, entrambi raggiungono un’organizzazione mentale che Tronick definisce dyadically expanded states of consciousness.
Sistemi comunicativi nella prima infanzia: condividere, richiedere, informare
Secondo Tomasello, il bambino inizia dai 9 mesi a costruire l’altro come soggetto intenzionale. In questo periodo infatti il bambino inizia a rivolgere alternativamente lo sguardo all’oggetto e all’adulto, attribuendo a quest’ultimo l’intenzione di condividere con lui l’attenzione verso un oggetto, costituendolo così come soggetto di stati mentali. Dai 12 mesi il bambino diventa conseguentemente capace di comunicare con l’adulto attraverso una comunicazione gestuale di tipo deittico fondata sull’indicare. Questa modalità comunicativa si fonda su una motivazione di tipo cooperativo e sarebbe la caratteristica specifica che differenzia la comunicazione umana rispetto a quella delle altre specie.
Secondo Tomasello la comunicazione del bambino prima dei 9 mesi appare guidata da due differenti motivazioni di base:
- Richiestiva, finalizzata a far fare all’altro quello di cui il bambino ha bisogno, comunicandolo attraverso il pianto e il sorriso. Contraddistingue l’intersoggettività primaria finalizzata alla ricerca di supporto e interazione.
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