Psicologia dei gruppi sociali: l'identità della persona sorda di Orazio Licciardello
Introduzione
La realtà sociale dei soggetti non udenti viene spesso ascritta in maniera acritica e a priori a una sorta di ontologica condizione di sordità e può essere ricondotta alle dinamiche dei processi di socializzazione sottesi alla costruzione del Sé e dell’identità, agli atteggiamenti di coloro che con tali soggetti si relazionano e al quadro rappresentazionale che li spiega e determina i significati relativi alle condizioni specifiche e ai fenomeni che caratterizzano la quotidianità della persona sorda.
In questa prospettiva, tutti gli interventi mirati a preservare la specificità del sordo nella misura in cui si fondano nella convinzione che questi sia inadatto ad acquisire gli strumenti necessari per realizzarsi al di fuori delle condizioni che caratterizzano la sordità, concorrono a determinare l’impossibilità di superare i limiti di quest’ultima: così la sordità come specificità caratterizzata in negativo e intesa come limite diventa funzione non della mancanza di udito ma dei processi psicologici e relazionali che bloccano la possibilità di acquisire gli strumenti che possono superare questa carenza.
Ciò che viene chiamato in causa sono i processi di socializzazione sottesi alla costruzione della stessa Identità del soggetto e in relazione ai quali egli può sviluppare un'immagine di sé che lo fa sentire in grado di acquisire certe competenze e di sapersi relazionare oltre i gruppi sociali di appartenenza. Il destino del soggetto sordo diventa così funzione delle concezioni sociali che lo riguardano e in tal senso sono fondamentali interventi di supporto, che forniscano al sordo le condizioni di socializzazione necessarie per aspirare ad avere altri gruppi di riferimento rispetto al proprio e le competenze indispensabili per realizzarsi socialmente al di là del deficit uditivo.
Parte prima
La strutturazione del Self nelle teorie classiche e moderne
Capitolo 1: Scienze psicologiche e processi di socializzazione : le dinamiche del destino umano
La concezione del destino umano inteso come destino psicologico, culturale e sociale, come funzione di un complesso di processi, insieme concause ed effetti, di natura psico-sociorelazionale rappresenta una delle acquisizioni fondamentali del panorama scientifico e culturale del secolo appena trascorso. La rilevanza del nuovo modo di concettualizzare la realtà della vita sociale e psicologica del soggetto è maggiore se la rapportiamo agli effetti negativi della vecchia visione deterministica, anche nei termini di una profezia che si auto avvera per coloro che presentano aspetti negativamente caratterizzanti.
Questa concezione sia nella sua accezione più antica (per la quale venivano chiamate in causa il Fato, il volere degli Dei, le congiunzioni astrali, le colpe dei genitori), sia nelle sue edizioni più moderne ed aggiornate (le leggi eredo/biologiche) sfocia anche nell’ambito delle scienze dell’Educazione quel complesso di teorie, atteggiamenti, pratiche, sono funzionali all’istaurarsi del paradigma dell’impotenza psico-pedagogica.
Nota 1: Il fenomeno della profezia che si autodetermina, è inizialmente studiato da Rosenthal e ha trovato una esemplificazione applicativa nel cosiddetto “effetto Pigmalione”: una locuzione che rappresenta il ruolo delle aspettative degli insegnanti nei confronti del destino scolare dei loro allievi. In seguito, il fenomeno è stato utilizzato nell’ambito della teoria costruttivistica per sottolineare l’esigenza di distinguere tra conoscenza e superstizione.
La profezia che si autodetermina è un fenomeno che mentre accade crea i presupposti per riprodursi ulteriormente e determinare il verificarsi di quanto previsto. Infatti, secondo Watzlawick: essa è supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità, es: chi suppone per un qualsiasi motivo di essere disprezzato, assumerà nei confronti degli altri un comportamento permaloso, scostante e diffidente che finirà per suscitare quel disprezzo che diventerà la prova delle fondatezza della sua convinzione.
Con le acquisizioni scientifiche più recenti viene compresa la natura dei processi che impediscono l’accessibilità delle opportunità intellettuali a tutti e a condizioni eque e facili e gli strumenti necessari per l’abbattimento di quelle barriere di classe, di razza e di territorio nazionale, consentendo così l’esplorazione scientifica dei processi psicologici e relazionali che costituiscono la trama del vivere sociale e l’humus intersoggettivo che alimenta la costruzione della soggettività individuale.
Le scienze psicologiche hanno svolto un ruolo importante nella fondazione scientifica delle conoscenze relative alle aree emotivo/relazionali e socio/cognitivo. Ricordiamo a tal proposito:
- Freud: per le dimensioni emotive e relazionali riguardo il ruolo delle dinamiche familiari sottese alla strutturazione della personalità.
- Erikson: con le sue ricerche sulla reciprocità tra il bambino e le figure di accadimento e sulla qualità delle relazioni nella costruzione dell’Io e delle strutture (le attitudini di base) che lo costituiscono.
- Piaget: per le dimensioni socio cognitive riguardo ai processi che concorrono a sviluppare l’intelligenza.
- Vygotsky: sull’importanza delle dinamiche socio-culturali nell’ambito delle quali tali processi si verificano.
L’attenzione che gli autori classici hanno dedicato al ruolo dei processi di socializzazione e alla rilevanza delle dinamiche familiari e sociali nella storia e nel destino sociale dell’individuo trova una sintesi nell’autore Eric Berne: ciascuno eredita dai genitori un copione, un modello di destino umano che agisce sin dalla prima infanzia sotto forma di ordini e di insegnamenti e che lo accompagnerà per tutta la vita. Un copione è quella forza psicologica che spinge ogni individuo verso il proprio destino sia che lo combatta e sia che sostenga trattarsi del frutto di una libera scelta. Il taglio del copione è condizionato dallo schema parentale, mentre il bambino è spesso libero di scegliersi una trama personale. La riflessione dell’autore focalizza l’attenzione sul ruolo che le caratteristiche del contesto familiare possono assumere nell’attribuzione di significato alle esperienze dell’individuo.
Capitolo 2: Teorie classiche e radici sociali del Self
La problematica dei processi di socializzazione e il ruolo che gli stessi assumono nell’essere sociale dell’individuo (in termini di quotidianità del presente e progettualità del futuro) appare negli studi condotti nell’ambito della psicologia sociale.
Gruppi sociali rilevanti e looking glass Self: James e Cooley
Questi autori sottolineano la rilevanza che nella costruzione del Self acquistano i gruppi di riferimento: fonte della percezione sociale dalla quale lo stesso si origina. Il loro pensiero può essere considerato come la prima formulazione dell’interazionismo simbolico, un approccio sviluppato in seguito da Mead e che focalizza l’attenzione sulle dimensioni simboliche che caratterizzano la quotidianità dell’individuo e sul ruolo psicologicamente attivo che egli gioca nell’ambito dei processi relazionali.
Nota 2: A Mead risale la concezione interazionista del soggetto: gli individui sono sociali e la società è un sistema creato e continuamente mantenuto e ricreato dall’interazione fra gli individui. Di conseguenza l’esperienza individuale non è a priori ma si struttura e si costituisce entro i gruppi sociali di cui l’individuo è parte.
Il gruppo è inteso come fondazione dell’individualità in riferimento alle dinamiche sottese alla strutturazione del Sé:
- James: Il gruppo rappresenta lo scenario rispetto al quale l’individuo si autorappresenta proponendosi con quelle immagini che ritiene possano essere oggetto di positivo apprezzamento. L’autore individua le radici del Self nelle relazioni con i gruppi sociali: tanto più sfaccettata e complessa risulterà l’auto rappresentazione del soggetto quanto più diversificata è la quantità e la qualità delle relazioni sociali esperite. Un uomo ha tanti Self sociali quanti sono gli individui che lo conoscono e portano nella loro mente un’immagine di lui e ferire una qualunque di queste immagini significa ferire l’individuo stesso. Gli individui portatori delle immagini appartengono a categorie e possiamo affermare quindi che egli ha tanti differenti Self sociali quanti sono i diversi gruppi di persone alla cui opinione egli tiene.
- Cooley: Il gruppo rappresenta una realtà mentale dinamica, uno spazio relazionale interiore nel quale interagiscono le immagini che rispetto a noi percepiamo negli altri, uno specchio interno del quale siamo influenzati (il nostro io si plasma in base alle opinioni, ai giudizi, alle immagini che gli altri si fanno di noi). La società e l’individuo quindi non si contrappongono; la prima è piuttosto un momento della costituzione del secondo. Il rapporto con l’altro ha effetti per il significato soggettivo che la sua modalità di considerarci assume per noi: è quindi importante il modo in cui riteniamo di essere pensati, ciò che di noi cogliamo nell’altro per noi è rilevante, l’altro diventa una sorta di specchio nel quale vediamo riflesse (looking glass Self) le immagini di noi per noi significative: nell’immaginazione percepiamo i pensieri degli altri sulla nostra immagine, sui nostri modi, sui nostri obiettivi, sul nostro carattere, sui nostri amici e così ne siamo influenzati. Il nostro sentimento dipende dal carattere e dal peso riconosciuti all’altro nella cui mente noi ci vediamo.
Looking Glass Self: (sé rispecchiato): l’interazione con gli altri è fondamentale per poter costruire un sé distinto. La conoscenza di sé si sviluppa a partire dalla percezione di come gli altri ci vedono. Attraverso gli altri vediamo un’immagine riflessa di noi stessi, come in uno specchio, e la interiorizziamo.
Self, universo simbolico e dinamica “Io” / “Me”: G.H. Mead
Mead: È considerato il caposcuola dell’interazionismo simbolico (locuzione utilizzata da Blumer per indicare la teorizzazione di Mead dopo la morte dell’autore, sottolinea il ruolo della comunicazione linguistica e gestuale nella formazione del Self, dell’intelligenza e della società. Mead è anche considerato il fondatore della Scuola di Chicago.) L’autore va oltre il pensiero di James e Cooley ponendo la socializzazione alla base dell’individualizzazione e proponendo una concezione dell’atto sociale come atto comunicativo e del gruppo come spazio semantico indispensabile per la costruzione e lo scambio di significati intersoggettivamente condivisi, dalla cui dinamica origina il Self. Il gruppo di individui coadiuvano, partecipano a un comune processo sociale di esperienza e di comportamento nel cui ambito i gesti o simboli hanno gli stessi significati o significati comuni per tutti i membri del gruppo.
Il Sé è il risultato della condotta, della valutazione, delle aspettative degli altri. Gli altri che circondano il bambino si comportano in qualche modo nei suoi confronti, e questi comportamenti costituiscono la base per le inferenze che il bambino compie circa il tipo di oggetto che egli è: Sé: essere oggetto a sé stesso, è un riflessivo e al contempo soggetto e oggetto. L’individuo ha esperienze di se stesso in quanto tale non direttamente, ma in base alle opinioni degli altri individui dello stesso gruppo sociale o in base all’opinione generale del gruppo sociale in quanto totalità alla quale egli appartiene. Il gruppo è la condizione di fondo per l’emergere dell’identità personale. L’analisi di Mead si articola a più livelli:
- I - A livello generale sottolinea come il significato si definisce nel quadro dell’atto sociale e nel contesto di un universo simbolico condiviso: nell’atto sociale la risposta aggiustiva di un organismo al gesto di un altro rappresenta l’interpretazione di quel gesto da parte dell’organismo, ossia contiene il significato di quel gesto. “Un universo di discorso è un sistema di significati comuni o sociali”.
- II - Per quanto riguarda la strutturazione del Self richiama il ruolo che le condotte, le aspettative, le valutazioni degli altri assumono nel processo di inferenze che il bambino compie nel considerare se stesso, nell’elaborare la sua teoria su chi egli sia: perché il sé è qualcosa che ha un suo sviluppo, non esiste alla nascita (il neonato non ha consapevolezza di sé come agente, né della sua individualità). Sorge nel processo dell’esperienza e dell’attività sociale (con il tempo il bambino riesce ad integrare le varie immagini che gli altri hanno di lui). Il sé proprio in quanto può essere oggetto a sé stesso, è essenzialmente una struttura sociale e sorge nell’esperienza sociale. Dopo che un sé è sorto, esso fornisce a se stesso le proprie esperienze sociali.
- III - Con riferimento alla dinamica del Self, l’autore ne analizza la struttura differenziando gli aspetti che costituiscono la base dalla quale deriva il pensiero socializzato da quelli che possono incidere sullo stesso, determinandone la qualità. I primi che Mead indica con la particella Me sono funzione del contesto culturale che fa da sfondo alla realtà esperienziale del soggetto e costituiscono l’humus rispetto al quale il Self si viene formando, il contenuto delle elaborazioni, la materia prima dei processi di socializzazione e di simbolizzazione. I secondi, indicati con il termine Io, riguardano la capacità di autonoma posizione, piuttosto che l’acritica aderenza a quanto al soggetto viene socialmente proposto. Il Me è costituito dall’interiorizzazione degli atteggiamenti organizzati, rappresenta le caratteristiche psicologico/relazionali del contesto sociale d’appartenenza e l’Io rimanda alla qualità delle elaborazioni che il soggetto ha maturato, delle esperienze sottese alla sua formazione, delle modalità che incarnano le tipologie di relazioni possibili e dei significati delle medesime. Il Me è un individuo convenzionale, abituale, sempre presente. Deve avere quelle abitudini, quelle risposte che tutti hanno, altrimenti l’individuo non potrebbe essere membro della comunità. Un individuo reagisce sempre a questa comunità organizzata nel modo di esprimere se stesso e non si afferma necessariamente in senso ostile, ma esprimendosi manifestando la propria personalità in questo processo cooperativo. La reazione dell’individuo al Me organizzato rappresenta l’Io nell’esperienza del Sé e ambedue questi aspetti sono fondamentali per la piena espressione del Sé: l’individuo deve assumere l’atteggiamento degli altri membri di un gruppo per appartenere ad una comunità, ed è attraverso il suo rapporto con gli altri che egli si realizza come cittadino. Dall’altro lato, l’individuo reagisce costantemente agli atteggiamenti sociali e modifica in questo processo cooperativo la stessa comunità alla quale egli appartiene. Come esito possibile di questo percorso avremo l’autonomia (capacità di autonoma interlocuzione con la realtà) piuttosto che l’acquiescenza (come acritica adesione a un dato a priori ritenuto immutabile).
Ambiente psicologico e C= f (PA): Lewin
Lewin: I suoi studi sulle interazioni del bambino con lo spazio psicologico che gli viene offerto/consentito di esperire sottolineano la natura psico-biologica, sociale e mentale dell’ambiente che lo circonda, del clima sociale in cui vive, importante come l’aria che respira e il gruppo al quale appartiene in quanto terreno su cui poggia, rilevanti per la sua sicurezza/insicurezza, per lo stile di vita personale e l’efficacia e direzione della sua progettualità. Il gruppo a cui la persona appartiene e la cultura in cui vive ne determinano il comportamento e il carattere e stabiliscono di quanto spazio di movimento libero l’individuo può usufruire e quanto lontano nel futuro può guardare con una certa sicurezza.
Nota 5: L’autore critica le basi epistemologiche della psicologia di stampo personalogico/individualista fondata su una logica lineare aristotelica; propone di fondare la ricerca psicologica, sulla logica circolare del metodo galileano: “nella fisica moderna l’esistenza di un vettore fisico dipende sempre dalle mutue relazioni fra i diversi fatti fisici e in particolare dalle relazioni fra l’oggetto e l’ambiente in cui esso si trova”.
Concezione galileana di tipo circolare: Applicandola alle relazioni sociali ne deriva che le cause del comportamento individuale vanno ricercate nel contesto, considerato come sintesi delle dimensioni oggettive e soggettive, comportamento determinato dalle reciproche relazioni fra i fattori che operano nell’ambito di una situazione concreta presa nel suo insieme. La dinamica dei processi deriva dalla relazione fra l’individuo concreto e la situazione concreta.
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