Polemica sul medioevo Giorgio Falco
La storiografia italiana del '400 e del '500
Il medioevo è stato oggetto di lungo studio da parte degli storici del Rinascimento. Con Leonardo Bruni, sulle orme di Giovanni Villani, incomincia la grande storiografia fiorentina. Egli si occupa del medioevo unicamente come preparazione alla storia di Firenze e della Toscana. Egli considera la inclinatio imperii come il principio di una nuova età, la quale rimane indefinitamente aperta o dovrebbe aver termine con la rinnovazione dell’impero per opera di Carlo Magno e con l’incremento delle città italiane dalla fine del IX secolo in avanti, due fatti che vengono esaltati e posti in particolare rilievo.
L’inclinatio è derivata da due motivi particolarmente gravi, l’uno per la politica interna e l’altro per la politica esterna. Il primo consiste nella perdita della libertà sotto i Cesari e si scaglia contro le violenze dell’impero che hanno corrotto e distrutto le energie civili. L’altro motivo è il trasferimento della capitale a Costantinopoli, che ha lasciato l’Italia e l’Occidente esposti alle invasioni dei barbari. Ma per l’Italia la caduta di Roma ha permesso il rifiorire delle antiche città.
Quindi si delinea un medioevo umanisticamente romano per la coscienza dell’inclinatio, per gli entusiasmi repubblicani; e un medioevo italiano per l’odio contro la tirannide e per la coscienza di un’Italia che ha svolto la nuova storia dei comuni. Qualcosa di simile troviamo nel Biondo. Qui si tratta proprio del “nostro” medioevo. Al centro della trattazione è l’Italia, ma la storia abbraccia tutte le terre dell’antico mondo romano e della nuova conquista cristiana.
La crisi dell'impero e la rinascita carolingia
Dei termini cronologici, storicamente importante è il principio (inclinatio Romanorum imperii) mentre è priva di significato la fine (praesens tempus), cioè l’età dell’autore. La crisi dell’impero è posta dal Bruni ai tempi di Arcadio e di Onorio, quando Alarico prese Roma di forza e la dà in preda al saccheggio: una rovina che, a differenza delle precedenti, non sarà più restaurata. I motivi di essa sono la corruzione dei pubblici ordinamenti, iniziata con la dittatura di Cesare, e il trasferimento della capitale a Costantinopoli. La civiltà romana distrutta ritorna più volte in queste pagine con parole frementi di dolore e di commozione.
La deposizione di Romolo Augusto, il venir mento con lui il gloriosissimo nome degli Augusti e dei Cesari, gli richiamava alla mente il pudore che l’aveva dissuaso a trattare non tanto l’inclinatio, ma il tramonto dell’impero. E dopo tanto terrore ecco l’impero rinnovato di Carlo Magno e dei Carolingi.
L’ideale del Biondo sarebbe stato la restaurazione della dignità imperiale romana attraverso un’intesa fra gli imperatori d’Oriente e d’Occidente. Storia della Chiesa e storia delle città: questa è la coscienza che il Biondo ha del medioevo; un medioevo che è soprattutto italiano e che sarebbe aperto verso l’avvenire.
Da Bruni a Machiavelli
Dal Bruni, dal Biondo, da Giovanni Villani, deriva Machiavelli. Egli parte dall’impero per giungere all’Italia e a Firenze, incomincia con l’inclinatio e termina col 1434, il ritorno di Cosimo il Vecchio dall’esilio da Padova. La rovina di Roma è spiegata con i consueti motivi: invasioni, trasferimento della capitale, incompetenza dei principi e dei ministri. L’età di cui parla il Machiavelli non risponde a un disegno unitario, è possibile intravedere nel racconto qualche cesura che acquista maggior risalto e nuovo significato nelle sue parole.
C’è un primo periodo miserabile che va dai tempi di Arcadio e di Onorio fino a Teodorico. È il momento delle invasioni, reso più tragico dalla crisi religiosa. Da questo punto, dallo stabilirsi di Teodorico a Ravenna, incomincia l’ingrandimento della Chiesa, che tocca il momento decisivo nel conflitto coi Longobardi, nell’abbandono dell’impero d’Oriente, nel ricorso ai Franchi. Traspare da un lato la coscienza del tramonto definitivo dell’antico impero e dell’affermarsi della Chiesa, dall’altro la coscienza dell’Italia cittadina e papale, quale appariva all’uomo del Cinquecento (cioè al Fiorentino soggetto ai Medici), egli fa seguire alle invasioni (con il 700) un nuovo periodo.
La rinascita italiana e il medioevo
Si è raggiunta la condizione indispensabile perché una nuova età potesse succedere a quella dell’impero di Roma. Essa non ha fin’ora carattere unitario ed organico in coloro che vi cercano l’Italia degli stati municipali e regionali. Si ha più o meno chiara coscienza di una storia occidentale distinta dall’orientale e contrapposta ad essa. I due momenti di Costantino e di Carlo Magno si sono spogliati del carattere religioso, dei motivi pratici, politici, e si sono anch’essi laicizzati, ridotti a semplici fatti del trasferimento della capitale in Oriente, col conseguente abbandono dell’occidente ai barbari, e alla creazione di un nuovo imperatore in occidente.
La prima riflessione sul medioevo coincide con l’incomprensione di esso. Perché il mondo storico si rinnovasse, era necessario togliere di mezzo la donazione di Costantino e la translatio imperii. I motivi dei tre grandi fiorentini ritornano nei cinquecentisti Giambullari e Sigonio.
Le opere di Giambullari e Sigonio
Nelle pagine di “Storia d’Europa” di Giambullari vi sono accenni a Costantino, a Carlo Magno, all’inclinatio e alla rinnovazione dell’impero in Occidente. Inoltre la celebrazione di Leone III (che salva la penisola dalla rovina) e l’esitazione nel considerare l’incoronazione dell’800 come una translatio o come una rinnovazione del titolo imperiale. Infine vi è la condanna del trasferimento della capitale a Costantinopoli.
Le due opere del Sigonio – “L’Impero d’Occidente” e “Il Regno d’Italia” – ripetono grosso modo lo schema del Machiavelli. La prima opera studia la storia dell’impero in Occidente dalla sua costituzione (con Diocleziano) all’ultima riconquista dell’Italia da parte di Bisanzio (con Giustiniano). Da qui inizia il “Regno d’Italia”, cioè da quando l’Italia esce definitivamente dall’unità dell’impero.
Il Sigonio parte da un principio di dissoluzione – la tetrarchia di Diocleziano – per giungere alla restaurazione giustinianea; egli concepisce un Occidente distinto dall’Oriente: solo nella parte orientale si può parlare di impero, mentre nella parte occidentale si può parlare solo di Storia d’Italia.
L'età miserabile e il papato
In questa seconda opera è affrontata per la prima volta l’età miserabile: il vero medio evo del Machiavelli, il periodo delle grandi invasioni (rimane quindi la coscienza del distacco dall’evo antico, accentrato nella divisione e nell’inclinatio imperii). Inoltre viene celebrato il papato come fonte di pace e di benessere e viene esaltata l’Italia per la difesa della libertà e della Chiesa contro il Barbarossa.
Di fronte al Bruni, al Biondo e al Machiavelli, si pongono come rappresentanti della storiografia teologica Sant’Antonino – arcivescovo di Firenze – e il Sabellico.
Nella storia di Sant’Antonino – che è una cronaca universale dalle origini al 1458 – ricompare lo schema delle sei età del mondo, delle quali l’ultima avrà termine con la venuta dell’Anticristo o con la fine del mondo. Egli divide il suo lavoro in tre parti con due cesure a cui è dato scarso risalto: Costantino e Silvestro, Enrico VI e Innocenzo III. Il racconto brulica di miracoli, leggende e superstizioni.
Il Rinascimento e la teologia
Sant’Antonino crede alla donazione di Costantino, l’imperatore avrebbe davvero lasciato l’Occidente alla Santa Sede in segno di riverenza. La dottrina dell’impero risente della lunga polemica del Tre-Quattrocento. Dall’incoronazione di Carlo Magno cessa la serie degli imperatori d’oriente; è quindi ammessa la translatio prima ai Franchi e poi ai Germani. È essenziale, per l’elevazione all’impero, la fedeltà, la devozione e l’aiuto prestato alla Chiesa; e proprio l’infedeltà dei Greci verso il Santo Ufficio è il motivo della loro decadenza.
Inoltre essenziale al conferimento della dignità temporale è anche l’acclamazione dei Romani e la consacrazione del Papa. Da Carlo Mango ad Ottone III la successione è ereditaria, ma è stata più di una volta imperfetta per la mancata incoronazione da parte del pontefice. (Così dopo Carlo il Grosso la serie degli imperatori prosegue in Arnolfo di Carinzia, Ludovico, Corrado, Enrico I – gli ultimi tre non incoronati – prima di giungere a Ottone I; e i re d’Italia sono considerati come tiranni, da cui era dovere dell’impero difendere la Chiesa).
Dal 1003 – da Enrico II – cessa la successione ereditaria e la corona diventa elettiva nei sette principi tedeschi.
Anche il Sabellico effettua una storia universale dalla creazione del mondo all’età dell’autore. Qui egli si richiama ai sei giorni della creazione, alle sei età. E il Rinascimento – a dispetto della caduta dell’impero e della desolazione di Roma e dell’Italia – viene celebrato come un nuovo periodo, come l’età della luce e della salvezza, della santità e dei miracoli.
Universo storico di Sabellico
La prima parte della sua opera giunge sino alla morte di Arcadio; la seconda parte inizia con l’inclinatio imperii, e dopo l’età tragica delle invasioni si sofferma sul periodo successivo alla instaurazione carolingia, soprattutto grazie all’opera dei Papi. L’introduzione a questa seconda parte ricorda insieme con le quattro monarchie anche Ateniesi, Spartani, Tebani, Cartaginesi. Si ha quindi una storia universale di vecchio tipo con qualche infiltrazione più moderna.
C’è un distacco di natura teologica con la nascita di Cristo, o un distacco di natura civile con l’inclinatio, e una cesura all’età di Carlo Magno; ma non vi è la coscienza di un periodo concluso tra l’antichità e l’evo moderno. Quindi in conclusione – anche con lo schema delle sei età e delle quattro monarchie – il medioevo non appare come un periodo organico.
C’è da scrittore a scrittore una certa incertezza, incerti sono infatti i limiti spaziali e cronologici, incerto è il significato e il contenuto di questo periodo. I punti in comune sono la nuova religione, la rovina dell’impero, l’importanza di Carlo Magno; sul resto non vi è una coscienza comune. Concezioni come quella della nuova vita che germoglia tra le barbarie non dominano le varie opere, ma hanno un carattere occasionale. Il medio evo viene ora assorbito e annientato nella storia universale e si rimpicciolisce a storia italiana e locale.
Sentimento patrio e medio evo nella storiografia tedesca
A diradare le tenebre del medioevo, ad accertarne date, uomini, fatti e a correggerne errori, superstizioni e leggende, intervenne il moto erudito dei secoli XVI, XVII e XVIII che vanta i nomi del Mansi, dell’Ughelli, del Muratori, del Leibniz ecc. Durante questo periodo furono raccolti numerosi documenti, pubblicate cronache, vite di santi, scritti letterari, trattati polemici; si studiarono gli usi, i costumi e le istituzioni; ci si avvicinò alla lingua barbarica. Una parte di questa produzione è la manifestazione della grande polemica religiosa di questo periodo (riforma protestante).
Le due opere antagonistiche più significative sono le “Centurie” di Magdeburgo e gli “Annali” del Baronio. Questo rinnovato spirito teologico con cui i protestanti e i cattolici della controriforma riaffrontarono il medio evo – che l’umanesimo aveva laicizzato – venne considerato come un gravissimo danno al progresso degli studi. La Riforma tuttavia contribuì a raccogliere in uno gli elementi dispersi, a dar vita – nella prospettiva storica – a un medioevo concluso ed organico, a rivelarne la struttura. “Centurie” ed “Annali” accentrarono, per la prima volta, tutto l’interesse della ricerca nell’elemento fondamentale del medioevo: la religione.
Sentimento imperiale e nazionale
Il sentimento imperiale e nazionale che anima gli storici tedeschi immediatamente anteriori alla Riforma, si riflette sulla visione del medioevo. Nell’opera dello Schedel vi è una compilazione caotica, nella quale si succedono le serie dinastiche, i grandi fatti storici, descrizioni di città, uomini illustri, delitti, miracoli, eclissi, terremoti ecc. L’impalcatura generale dell’opera è il vecchio schema delle età del mondo: la sesta età è quella che ha avuto inizio con la nascita di Cristo e terminerà con la venuta dell’Anticristo. Qui compare anche la settima età, dove compare l’Anticristo, il giudizio finale e la fine del mondo.
Entro il grande quadro delle sei età del mondo si svolge la teoria delle quattro monarchie, ma la serie Assiri-Persiani-Macedoni-Roma è sostituita – sulle orme di Orosio – dalla serie Assiri-Alessandro Magno-Cartagine-Roma, quindi assegna un primato anche all’Africa. Una simile concezione sembra escludere una vera e propria storia del medioevo: qui si ha una storia dell’impero, soprattutto dell’impero germanico (la dottrina imperiale domina il racconto).
Storia del medioevo e dottrina monarchica
La dottrina monarchica è qui arricchita da una lunga esperienza storica. La storia del medioevo è qui una lunga serie di papi e imperatori. Lo Schedel continuerà la serie dinastica orientale sino all’elezione di Carlo Magno, ma si occuperà poco delle effettive vicende dell’impero d’oriente, accennando rapidamente alla caduta di Costantinopoli nel 1453 (l’Impero d’Oriente sarà per lungo tempo il grande scoglio di questa storiografia universale e monarchica). Di Giustiniano è celebrata l’opera civile e militare; ma avendo poi i Greci trascurato l’occidente, la corona imperiale fu conferita a Carlo Magno – re dei Franchi, di nazione germanica – che aveva difeso le città e i luoghi sacri dagli assalti dei nemici. Viene così celebrata la magnificenza, la bontà e la liberalità con la quale – per i successivi 110 anni – lui e i suoi successori ristorano l’Italia afflitta.
A questo periodo felice si contrappongono i 60 anni del Regno Italico: e qui il disegno s’intorbida con notizie confuse e non veritiere (lo Schedel costituisce dopo Arnolfo una serie di imperatori che non giungono alla coronazione imperiale: Ludovico III, Corrado I ed Enrico I). Nel racconto compaiono anche gli Ottoni e la costituzione dell’impero elettorale tedesco (dopo Ottone III).
Lo Schedel non vede che la christiana respublica non esiste più. Un vago sentore della nuova età è soltanto nella coscienza umanistica. Importante è il dolore per la caduta di Costantinopoli, fonte di tutta la civiltà. Nota lo Schedel che la città non aveva mai viste distrutte le sue basiliche e incendiate le sue biblioteca; essa era rimasta fino allora il centro della cultura (nessuno poteva dirsi dotto senza esser stato a Costantinopoli, da lì erano venuti in occidente tutti i classici).
Nauclero e la storia delle invasioni
Il sentimento imperiale germanico è presente anche nei “Chronica” di Giovanni Verge, detto Nauclero. L’opera presenta un medioevo di cui sono protagonisti i Germani distruttori dell’impero romano, i Cesari tedeschi e i pontefici; il tutto con il peso incombente della Riforma protestante, ormai alle porte. Il titolo imposto dall’autore alla sua opera è “Liber generationum Jesus Christi”. Rifacendosi alla tradizione biblica ed estendendola all’era cristiana, egli pone a base della sua storia il succedersi delle generazioni: carnali e di varia durata quelle da Adamo alla nascita di Cristo; spirituali e della durata di trent’anni ciascuna quelle da Cristo in avanti (30 anni in riferimento a Cristo). Questa sistemazione risponde alla vecchia mentalità della storiografia teologica (qui l’impero di Augusto dà inizio alla quarta monarchia e si inseriscono nello schema le sei età del mondo).
Sebbene Nauclero abbia continuato la lista degli imperatori bizantini fino a Costantino XII, il suo interesse per l’impero di Bisanzio viene via via scemando dopo Carlo Magno. Si occupa dell’Oriente solo in riferimento alle Crociate e agli insediamenti latini in Terra Santa. È impossibile cercare in queste pagine una cesura tra il mondo antico e l’età successiva. Anche se compare il consenso a Costantino da parte di Papa Silvestro per il trasferimento dell’impero a Costantinopoli, per consentire al Santo Pontefice di esercitare più liberamente a Roma il suo divino ministero. Ma l’autore non mostra alcuna coscienza del mutamento compiuto. Man mano che ci si allontana dalla prima metà del Trecento, quindi da Ludovico il Bavaro, la storia si indebolisce fino a terminare pacatamente nel 1501.
La sola grande passione di Nauclero si manifesta nei tempi remoti. La grande innovazione del Liber Generationum è la parte cospicua che vi occupa la storia – o la leggenda – delle primitive genti germaniche e lo studio delle invasioni e degli stanziamenti barbarici. Mostra disinteresse per la fine dell’impero; più sentito è invece il compiacimento per quei Longobardi, Angli, Franchi e Germani che hanno portato al crollo dell’impero. Anche se – al contatto con i vinti – i vincitori hanno perso la loro lingua e i loro costumi, è rimasto almeno nei nomi di Lombardia, di Francia, d’Inghilterra e di Germania il ricordo delle vittorie germaniche sugli italiani, sui galli e sui britanni.
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