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1-FARE L’ITALIA: 1770-1871

1.Che cos’è il Risorgimento? Definizione di una categoria della storia italiana

Come per la Francia la Rivoluzione del 1789, il Risorgimento segna la nascita dell’Italia contemporanea.

Le grandi tappe:

- 1850: dopo le rivoluzioni del 1848 e la prima guerra di indipendenza l’Italia è ancora quella del

Congresso di Vienna del 1815 (otto stati, fondati al Nord e al centro sul principio di legittimità

dinastica contraddistinto dalla presenza dell’Austria);

- 1861: dopo la seconda guerra di indipendenza e la conquista del Regno delle Due Sicilie, il Regno

d’Italia è ufficialmente proclamato con capitale Torino, e come sovrano il rappresentante di casa

Savoia Vittorio Emanuele II;

- 1866: la terza guerra di indipendenza permette la conquista del Veneto;

- 1870: Roma e il Lazio cessano di essere domini temporali del papa;

- 1871: Roma è ufficialmente proclamata capitale e Vittorio Emanuele II regna su tutta l’Italia a parte

Trentino e Alto Adige austriaci.

Si sovrappongono quindi due periodi, quello dell’unificazione territoriale che termina nel 1870 e quello

dell’unificazione politica e amministrativa che inizia nel 1861 sulla base della generalizzazione degli usi e delle

normative piemontesi.

Il sostantivo ‘Risorgimento’ si è imposto come equivalente di risurrezione nazionale.

La tradizione vede nell’opera di padre Bettinelli ‘Il Risorgimento dell’Italia dopo il Mille’ del 1775 il primo

documento in cui il termine è stato esplicitamente applicato alla storia italiana.

Alla fine del Settecento Vittorio Alfieri lo utilizza nel senso di ‘rinascimento nazionale’ e di liberazione del

suolo italiano dalla presenza straniera.

L’inserimento ufficiale del termine nella sfera pubblica data al 17 novembre 1847 con la pubblicazione, a

Torino, del primo numero del giornale di Cesare Balbo e Camillo Benso di Cavour ‘Il Risorgimento’, il cui

programma mette sullo stesso piano l’indipendenza italiana e l’unione politica ed economica di tutti gli stati

della penisola.

Sono possibili due ripartizioni cronologiche del Rinascimento:

- una che va dal Congresso di Vienna (1815) e si concluderebbe o nel 1861 con l’esordio del Regno

d’Italia o nel 1871 con la conquista e la proclamazione a capitale di Roma;

- una che va dal 1848 al 1870 escludendo il periodo della Restaurazione evidenziando le tre guerre di

indipendenza e la conquista del Lazio.

Secondo un’accezione più vasta del termine, la portata storica del Risorgimento non si limita all’unificazione

politica e territoriale dell’Italia, ma indica anche un vasto movimento culturale e ideologico che avrebbe le sue

radici nel Settecento e supererebbe di gran lunga il termine cronologico della costruzione territoriale del

paese.

Quando comincia il Risorgimento?

Il 1815 e il 1848 sono delimitazioni cronologiche di comodo, aderenti a una visione politico-militare del

processo di unificazione.

In senso più ampio la seconda metà del Settecento, con l’apogeo delle riforme negli stati della penisola, è

generalmente considerata l’inizio del Risorgimento, per quanto riguarda le origini intellettuali dell’unità, legate

da una parte all’esperienza del dispotismo illuminato, dall’altra alla contestazione dell’ancien règime.

Anche il 1796 e il triennio di occupazione francese (1797-1799) e l’Italia Napoleonica sono punti di partenza

per il Risorgimento oggi privilegiati dagli storici.

Quando termina?

Bisogna distinguere tra la dimensione territoriale e l’unificazione in senso sociale, economico, culturale e

mentale.

La questione territoriale è definita già nel 1871, nonostante il problema delle regioni del nord-est. Queste terre

saranno in parte recuperate dopo la prima guerra mondiale, quindi alcuni storici sostengono che solo il 1919

col trattato di Saint-Germain-en-Laye segni la conclusione del Risorgimento. Da cui l’affermazione secondo la

quale non ci sarebbero state tre guerre di indipendenza ma quattro, di cui la grande guerra è l’ultima delle

guerre dell’unità.

Dal punto di vista culturale per alcuni i valori del Risorgimento si sono già esauriti nel 1870, per altri alla

vigilia della prima guerra mondiale. Uno dei grandi protagonisti dell’unità, prima ministro e poi Presidente del

Consiglio alla fine dell’Ottocento, Francesco Crispi, ripeteva che il Risorgimento non poteva essersi di certo

concluso a quell’epoca.

Le posizioni sull’incompiutezza del Risorgimento italiano rimandano anche a una serie di stereotipi

sull’incapacità del popolo italiano a organizzarsi, a causa delle debolezze strutturali e delle caratteristiche degli

abitanti. Questa concezione si ripete in ogni momento di crisi, come all’epoca della grande mobilitazione

antimafia in seguito all’assassinio del giudice Falcone nel 1992: lo Stato, vecchio più di un secolo, non riesce a

garantire la sicurezza dei suoi cittadini su tutto il territorio e non ha ancora adempiuto alla sua missine di

diffondere capillarmente i principi e le strutture della costruzione nazionale.

Sembra che il termine ‘Risorgimento’ si sia diffuso alla fine dell’Ottocento per designare l’idea unitaria, la sua

realizzazione militare e politica, nonché la rappresentazione ideologica che lo stato unificato opera in quel

periodo del proprio passato culturale dal Settecento in poi. In un certo senso è la cultura ad aver creato

l’Italia.

2.Il Risorgimento nella tradizione storica e nel dibattito ideologico

tra il 1850 e il 1870 i primi lavori di analisi e interpretazione storica prendono come oggetto il risveglio del

movimento nazionale italiano e le sue conseguenze politiche e diplomatiche.

Esiste un approccio ufficiale della storiografia italiana dedicato alla consacrazione di casa Savoia, che getta le

basi per una storia dinastica del Risorgimento, secondo la quale il regno di Sardegna ha sempre agito al meglio

nell’interesse della penisola e pone al centro del Risorgimento personaggi come Massimo D’Azeglio, il re

Carlo Alberto e Cavour.

Un altro tipo di approccio è lo sviluppo di una storia democratica e socialista del Risorgimento.

- Carlo Pisacane analizza la disfatta della prima guerra (1848-1849) in termini non solo strategici

militari, ma anche politici: rimprovera al governo piemontese di aver diffidato delle masse e di aver

voluto rimpiazzare la dominazione straniera con un altro potere. Il Risorgimento, se non vuole essere

sconfitto, deve essere accompagnato da una rivoluzione sociale in grado di condurre il popolo in armi

alla piena realizzazione del governo democratico.

- Giuseppe Ferrari, considerato con Pisacane esponente del ‘socialismo risorgimentale’, sostiene

l’impossibilità del realizzarsi sotto i piemontesi di una democrazia socialista, e auspica come male

minore l’instaurarsi di una repubblica federale democratica. Pensa ad un’unificazione che rispetti la

singolarità di ciascuna popolazione della penisola permettendo così allo spirito democratico di uscire

dalle piazze e dai giornali per penetrare nell’amministrazione e nel potere.

- Gateano Salvemini evidenzia l’importanza della corrente repubblicana mazziniana come vettore del

socialismo e rivaluta il ruolo sociale dello stato. In quest’ottica, la completa realizzazione del

Risorgimento passa attraverso la presa di coscienza delle condizioni socio economiche che interessano

il Mezzogiorno.

- Antonio Gramsci, dirigente comunista, sostiene che il Risorgimento deve ridiventare un vero e

proprio oggetto storico esaminato secondo una nuova prospettiva, quella marxista. Nel suo pensiero

la Francia occupa un ruolo centrale per l’influsso della sua esperienza democratica, ma evidenzia

anche le difficoltà di un suo diretto trasferimento in Italia. Da una parte infatti manca in Italia un

giacobinismo alla francese, come struttura di politicizzazione della borghesia e come conquista di

massa, dall’altra l’inesistenza di qualsiasi riforma o rivoluzione agraria.

Nell’ambito della storiografia liberale dell’epoca fascista troviamo il filosofo e storico della filosofia Benedetto

Croce. Croce distingue l’Italia del Rinascimento fatta di promesse e entusiasmo e l’Italia posteriore all’unità,

lasciata in mano alla destra moderata, la cosiddetta Destra storica. Croce vuole evidenziare l’importanza del

periodo successivo all’unificazione nazionale, fase di omogeneizzazione politica e culturale. Per Croce è la

frattura causata dalla prima guerra mondiale a spiegare l’avvento del fascismo.

Si crea tra gli storici del Novecento un’analisi del Risorgimento imperniata su tre temi:

- il ruolo dei Savoia e del Piemonte;

- la volontà di dimostrare che Cavour e Vittorio Emanuele da una parte e Mazzini e Garibaldi dall’altra

sono le due facce di uno stesso contesto;

- la relazione tra un Risorgimento imposto dall’alto e le aspirazioni del popolo.

All’origine dell’interesse britannico per la storia del risorgimento italiano c’è la simpatia politica nei confronti

della causa italiana. Si aggiunga a ciò l’opinione che il Risorgimento rappresenta la fine di un sistema di

oppressione individuale e politica, come quello del Borbone nelle Due Sicilie e quello dello Stato Pontificio.

Uno dei più celebri rappresentanti della storiografia britannica è Bolton King, il quale evidenzia prima di tutto

che l’unità rappresenta per gli italiani un progresso della civiltà e una tappa in vista dell’equilibrio europeo.

Secondo King questo non è potuto avvenire se non grazie all’unione delle forze nazionali, tutte egualmente

ostili al papato. Inoltre egli è convinto che sarebbe auspicabile ricementare l’amicizia anglo-italiana. Il suo è un

lavoro, tutto sommato, rispettoso dei fatti oggettivi.

L’interesse degli storici francesi invece è meno spontaneo e precoce. Vi sono tre soggetti che interessano ai

francesi:

- le guerre e la diplomazia napoleoniche;

- i grandi protagonisti dell’unificazione;

- il destino del papato nel nuovo stato.

C’è una sinistra liberale e moderata che dà il benvenuto al nuovo stato e ne fornisce analisi più rigorosamente

storiche, ma il resto della storiografia francese è interessata soprattutto al ruolo militare e diplomatico assunto

dalla Francia dal 1848 al 1871.

Georges Bourgin abbozza tre questioni principali:

- la definizione dei limiti cronologici del Risorgimento;

- i rapporti tra l’unità politica e territoriale e le forze internazionali europee;

- la necessità di abbandonare una visione dell’unità che si coaguli intorno ai sovrani di casa Savoia e agli

eroi ufficiali del Risorgimento.

Gli storici francesi, più desiderosi di studiare il ruolo svolto dalla Francia e dai due Bonaparte, si riallacciano

alla tradizione storiografica dell’unificazione secondo un’ottica più legata alle relazioni internazionali.

Per quanto riguarda la storiografia più attuale, dopo la seconda guerra mondiale, alcuni storici e filosofi, in

nome della lotta antifascista, hanno sostenuto la necessità di fare del Risorgimento un oggetto distaccato,

lontano. Quindi occorreva rifiutare il recupero fascista del Risorgimento, che aveva sostenuto il risveglio

culturale e intellettuale italiano dell’Italia come processo endogeno, indipendente da ogni influsso,

specialmente francese, e che quindi l’Italia mussoliniana fosse l’erede dell’Italia del Settecento. Era però

altrettanto necessario evitare di condannare un periodo di storia nazionale in nome del suo recupero

ideologico da parte degli storiografi fascisti e nazionalisti, anche perché la condanna del Rinascimento da

parte di antifascisti, democratici e comunisti utilizza la stessa logica applicata dai fascisti in senso opposto.

Nel settembre 1991 il quotidiano ‘La Repubblica’ lancia una serie di fascicoli storici settimanali dal titolo

‘come è nata l’Italia?’, accompagnata da una serie di vignette di Forattini rappresentanti i grandi protagonisti

del Risorgimento: Cavour, Garibaldi e il re Vittorio Emanuele con evidenti ferite e il testo: ‘Perché l’Italia va

male? Chiediamolo al Risorgimento.’

La fine degli anni Ottanta è per l’Italia un periodo di crisi morale e di continui riaggiusta menti degli assetti

politici: richieste di riforme costituzionali e istituzionali, opposizione al potere presidenziale di Francesco

Cossiga, contestazione dell’unità da parte delle leghe regionali del Nord. Nella sua opposizione al

Mezzogiorno la Lega lombarda di Umberto Bossi biasimava il ruolo svolto da Garibaldi, artefice della

conquista della Sicilia e delle regioni meridionali. I teorici della lega propongono la tripartizione dell’Italia. Il

Risorgimento territoriale viene così negato nei suoi principi dal progetto di giustapporre tre entità territoriali e

amministrative distinte. Anche se queste posizioni si basano su una serie di mistificazioni storiche il

riferimento al Risorgimento è imposto dai fatti e dalla situazione del dibattito politico contemporaneo.

L’assimilazione avvenuta tra Risorgimento e Stato-nazione soffre dell’operato del fascismo: il periodo

dell’unificazione viene considerato come gravato a posteriori dall’ipoteca fascista che pesa su tutto quanto

alluda a un discorso etico o nazionale. La stessa memoria storica accademica non sfugge alla regola, rafforzata

dal fatto che è stato proprio il regime fascista a dare legittimità al periodo in esame, creando nel 1936 le prime

tre cattedre di storia del Risorgimento.

Il concetto di nazione, trascurato a lungo per allontanare i fanatismi del totalitarismo, ha trovato di nuovo un

senso per respingere le nuove minacce della demagogia secessionistica e federalistica delle leghe.

Così, le eterne difficoltà incontrate dagli storici nella delimitazione cronologica del Risorgimento e nel

delinearne i contenuti appartengono alla storia ideologica e culturale dell’Italia contemporanea.

La causa del processo portato avanti nei confronti del Risorgimento è il non aver saputo imporre uno stato

capace di creare una nazione. Come se ci fossero due livelli, quello degli ideali e quello delle realizzazioni e dei

fallimenti.

Questa dialettica è centrale nella storia dell’Italia contemporanea.

2-IL PROBLEMA DELLE ORIGINI DEL RISORGIMENTO: DAI LUMI A NAPOLEONE

BONAPARTE (1770-1815)

1.Sulle origini endogene del Rinascimento

Ci sono due interpretazioni della specificità del Settecento italiano:

- l’idea che la cultura illuministica italiana sia inseparabile da una certa dimensione concreta e

funzionale, che traspare dalle grandi realizzazioni riformatrici nel campo delle istituzioni, a livello

giuridico ed economico, e specialmente nel settore dei rapporti commerciali e dell’agricoltura;

- l’affermazione secondo la quale le riforme sono un momento capitale nella storia dell’Illuminismo, in

cui si opera la sua incarnazione nella politica, con il postulato che i Lumi sono il principio di ogni

possibile cambiamento, l’elemento motore.

Tradizionalmente si fa cominciare l’epoca delle grandi riforme nel 1748, data del trattato di Aquisgrana. I

rapporti tra i Lumi e le riforme sono fissati secondo la seguente cronologia:

- prima, un periodo di intensa collaborazione fra i cervelli dell’Illuminismo e il potere politico: è la fase

riformatrice del dispotismo illuminato italiano, che dura fino alla metà degli anni Settanta del

Settecento;

- poi, un periodo di crisi nei rapporti tra principi e illuministi che segna una fase di declino, considerata

come il tramonto dell’epoca dei Lumi.

Dalla fine dell’Ottocento, diversi storici e pensatori si sono impegnati a nazionalizzare l’Illuminismo italiano al

fine di riaccostarlo al grande movimento di risurrezione nazionale. Ci sono due correnti:

- il Risorgimento attingerebbe le proprie origini a un movimento culturale che non è in alcun modo

debitore nei confronti dell’Illuminismo europeo e dell’enciclopedismo francese; le riforme sarebbero il

riflesso delle tradizioni regionali degli stati che all’epoca si spartivano la penisola senza aver preso

nulla in prestito dalle utopie dei filosofi (francesi). Si tralascia che quelle riforme sono nate in paesi

controllati da potenze straniere. Così si crea un’argomentazione idealistica basata su una tradizione

culturale profonda e millenaria della nazione italiana. In quest’ottica i Lumi e le riforme non sarebbero

altro che il risveglio del genio nazionale italiano le cui tappe sono state l’antichità romana, il primo

rinascimento umanistico, seguito da una decadenza profonda corrispondente alla dominazione

straniera e alle guerre incessanti, da sacco di Roma (1527) fino al trattato di Aquisgrana (1748), dopo

quindi due secoli di decadenza seguirebbe il risveglio della civiltà, e l’unità territoriale sarebbe l’ultima

tappa di questo percorso.

- Questa visione autoctona fa parte però di un preciso processo di confisca del Risorgimento spirituale

e culturale in favore di quello territoriale e statico a dominio piemontese, la tesi cosiddetta

sabaudistica. I Lumi, al contrario, devono essere studiati in sé e non semplicemente come germogli del

Risorgimento.

Nell’Italia della seconda metà del Settecento, i diversi stati della penisola non sono toccati allo stesso modo

dall’Illuminismo e dallo spirito riformistico, vengono anzi stabiliti due blocchi contrapposti e cioè il Piemonte

con Genova e Venezia da una parte e i centri di intensa diffusione riformistica costituiti principalmente dalle

regioni controllate dagli austriaci (Lombardia e Toscana) e dal Regno di Napoli dall’altra.

Quanto allo Stato Pontificio, si distingue per una politica di lotta alle idee nuove in materia di religione e

filosofia, beneficiando però di innovazioni e progetti di riforma nell’ambito econ

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Risorgimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Betri Maria Luisa.
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