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CAP. 1 - CARATTERI GENERALI
► 1 – : ( . )
I PRODROMI DELLA STORIA LIMITI GEOGRAFICI E CRONOLOGIA 5
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Religioni del mondo antico 1) religioni etniche – l’appartenenza per nascita ad un preciso contesto etnico condizionava
→ la partecipazione alla vita religiosa e questa stessa era garanzia di identità culturale
2) politeistiche – con gli dei organizzati in un sistema
3) senza aspirazioni universalistiche
4) non basate su un “libro” contenente “verità rivelate”
Unica eccezione : Israele, fenomeno relativamente tardo (II ½ del VI millennio a.C.), la necessità di affermare l’unicità di
Dio era un modo per consolidare l’unicità dell’identità di Israele.
I popoli politeisti NON separavano/distinguevano la dimensione religiosa dal complesso delle attività umane. Erano
inoltre soggetti a scambi con altri popoli che davano luogo a fenomeni di transculturazione, senza che tuttavia venissero
meno le specificità culturali (almeno fino a Roma e al cristianesimo).
► 2 – “ ” ( . )
LA RIVOLUZIONE NEOLITICA IN AREA MEDITERRANEA 8
P
Rivoluzione neolitica l’uomo diventa produttore di cibo (agricoltura; allevamento dal X mill.- pecore) e si stanzializza.
→
La storia di queste comunità proto-urbane è ricostruibile esclusivamente sulla base della documentazione archeologica.
► 3 – “ ” : V O ( . )
LA GEOGRAFIA DELLA RIVOLUZIONE NEOLITICA IL ICINO RIENTE 9
P
Quest’area coincideva con l’habitat naturale in cui convivevano gli animali addomesticabili.
► 4 – ( . )
CULTURA E CULTO 9
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La cultura e le forme di culto restano un mistero. Esistono cmq grandi differenze da un sito all’altro.
Anche nel neolitico il fenomeno religioso più macroscopico è la pratica funeraria manifestazione più evidente di una
→
qualche pratica di culto, là dove è possibile individuare un trattamento del cadavere.
► 5 – - “ ” ( . )
IL MONDO EXTRA UMANO E IL MITO SCIENTIFICO DELLA DEA MADRE 10
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La diffusione di un discreto numero di statuine, per lo più di argilla, che riproducono un’immagine femminile, diffuse
ampiamente nei diversi stili neolitici, sino alle grandiose rappresentazioni di Çatal Hüyük, non può autorizzare a parlare
di un culto della “dea madre” e tanto meno di “dea madre” che è piuttosto una sorta di mito scientifico. Trattandosi di
popolazioni dedite all’agricoltura, le immagini femminili possono plausibilmente rinviare al modello storico-religioso
della Terra madre, Essere supremo femminile garante della fertilità, ed anche questo è solo un tipo, un modello euristico,
sprovvisto di consistenza ontologica.
H sull’altipiano anatolico è stato portato alla luce uno dei più grandi insediamenti neolitici conosciuti
Ç →
ATAL ÜYÜK
del Vicino Oriente, compreso tra il 7100 e il 6300 a.C. e collocato all’incrocio di due ambienti naturali: il prato
(allevamento) e i terreni alluvionali (coltivazione).
costituito da case a 2 piani, unite tra di loro, senza porta, a cui si accedeva
E’ dal tetto tramite scale a pioli. Insediamento
con abbondante cibo che permise i primi manufatti, per ora, in senso assoluto: specchi, tessuti, dipinti su pareti
statue, statuine (per lo più femm.,
intonacati… Si distinguono stanze dedicate a qualche funzione sacra per la presenza di
masch.), decorazioni e che dovevano servire più case.
poche Sulle pareti sono state trovati dei rilievi con immagini
femminili, con braccia e gambe levate (posizione della “partoriente”): una di queste partorisce una testa d’ariete. La
presenza di bucrani ha fatto pensare ad un culto della fertilità. Forse è solo il tipo della Terra Madre associato ad una
figura maschile, toro o capro fecondatore che può rinviare ad un Essere supremo celeste tipico delle civiltà di allevatori.
CAP. 2 - AREA MESOPOTAMICA E VICINO-ORIENTALE
► 1 – : ( .
CENNI STORICI IL PROBLEMA DELLA DIFFUSIONE 15)
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La Storia dell’umanità, documentabile e documentata, comincia in Mesopotamica attorno alla ½ del V millennio a.C.
A Uruk (IV millennio) è stata prodotta la 1° scrittura e si è diffusa tramite scambi culturali. I Sumeri erano già stanziati in
territorio mesopotamico, senza però formare uno stato unitario ma essendo distribuiti sul territorio sul modello delle città-
stato. Se il modello religioso che si diffonde in area mesopotamica fin sulla costa palestinese e nell’Anatolia ittita è
numerico, tuttavia ogni cultura lo ha rielaborato in forma propria e originale unità culturale.
→
G. FILORAMO, Manuale di storia delle religioni (percorso che comprende le religioni del mondo antico : pp. 5-139; 161-287) 1
► 2 – - “ ” ( .
CITTÀ STATO E DISTRIBUZIONE DEGLI DEI 17)
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Uruk alla fine del IV millennio è una città strutturata di ampie dimensioni, dotata di numerosi complessi templari.
Il tempio diventa il centro attorno al quale gravita l’intera vita della città (cfr. civiltà dei Maya). Detto è in numerico e
bīt/bitûm in accadico, è espressamente “la casa del dio” e forse questo valore è esteso all’intera città se in ebraico e
aramaico persistono nomi di città formati da bêth (“casa”, “residenza di”) seguito dal nome di una divinità.
La gestione della vita economica e religiosa passava attraverso il santuario, proprietario dei terreni coltivabili, forse sotto
la giurisdizione di un “signore” en, probabilmente capo religioso e politico insieme. En era però anche l’epiteto con cui si
designava l’essere extra-umano, signore e titolare del tempio. E’ improbabile che sin dall’antichità queste figure si
configurino come divinità. Finché domina la concezione dell’en sembra prevalere una visione settoriale del mondo, reso
utilizzabile attraverso la spartizione delle terre.
In questa fase l’essere extra-umano non trascende nemmeno relativamente l’uomo, è segno di un evidente localismo che
appare superato nella direzione di un relativo trascendimento e universalismo quando da una parte un
lugal (“grande uomo”, il pastore di cui il popolo era il gregge) sostituisce o affianca l’ en umano,
dall’altra all’essere extra-umano si associa la nozione di dingir (“stella”), che diviene il determinativo della divinità e da
quel momento accompagnerà ogni teonimo.
– Il lugal si configura ben presto come un re, che esercita un controllo sulla sfera religiosa e tenta
IL RE E LE NOZZE SACRE
spesso di appropriarsi di prerogative sacerdotali. Alla regalità stessa era attribuita un’origine divina. L’universo divino,
replica di quello umano, esprimeva un potere sovrannaturale che superava la frammentazione politica delle città, rispetto
alle quali appariva unitario, e che aveva la sua sede nella città santa di Nippur.
Ma il re non è un dio (cfr. Egitto) e finché la regalità non diviene ereditaria con l’introduzione del principio dinastico, il
lugal è tale in quanto sposo della dea Inanna / Ištar (“la signora del cielo”). Sono dunque le nozze con la dea che
definiscono il ruolo del re, a sua volta scelto da Inanna. Ma tale “matrimonio sacro” non comporta uno statuto divino per
il sovrano né la sua immortalità.
Il primo sovrano divinizzato è Narām-Sîn (2254-2218 a.C.), che accanto al nome porta il determinativo dingir.
► 3 – ( .
IL PANTHEON E LA MITOLOGIA 21)
P
Per Cicerone è un “presentimento e una conoscenza del futuro”
→
DIVINAZIONE
Trasferiti gli dei dalla terra al cielo, il mondo divino venne organizzato in modo da riflettere l’organizzazione cittadina,
trascendendola e superando la frantumazione delle città-stato. Furono poi sistemati e organizzati dai sacerdoti in “liste
divine”. Inoltre si incontra una organizzazione degli dei in “triadi”, di natura esclusivamente
TRIADE COSMICA E TRIADE ASTRALE
mitologica, senza relazioni con il piano cultuale, ché queste divinità non paiono godere di un culto comune.
In questa prospettiva al vertice del pantheon appare collocata la triade cosmica formata da:
An dio del cielo astrale; la sua sede è Uruk; il suo tempio è E-an-na, “la casa di An”; ha una sposa An-tu (femminile
di An); è poco attivo, quasi un deus otiosus; è all’origine del potere regale e garante dell’autorità, fondatore della
dinastia divina e padre del re En-Lil
En-Lil signore del cielo meteorico; la sua sede è Nippur; il suo tempio è Ekur, “la casa della montagna”; ha una sposa
Nin-Lil (femminile di En-Lil); si colloca a ½ tra il cielo astrale e la terra; nelle sue mani si trova l’esercizio della
stessa autorità regia; ordina e punisce e per questo è il “signore dei destini (Me); dio severo, da lui la decisione di
punire gli uomini con il diluvio
En-ki signore della terra; la sua sede è l’antichissima città di Eridu; lo affiancano figure femminili come Dam-ki-an-n
(“signora/sposa della terra e del cielo”) Mah (“l’altissima”) e Nin-ki (“la signora della terra sotterranea”); è il
signore del sottosuolo, esercita la sua signoria sull’Apsû (acque dolci che risalgono dalle profondità della terra);
celebrato come protettore dei riti e dei sacerdoti, sapiente, astuto e abile affianca En-Lil nell’esercizio del potere.
Insieme queste tre divinità esprimono la realtà cosmica e le forme per controllarle e nello stesso tempo riproducono lo
schema politico su cui si reggeva il mondo mesopotamico.
La seconda triade o triade astrale è formata da :
Nanna-Su’en dio luna; figlio di En-Lil e Nin-Lil; la sua principale sede di culto era Ur; sua compagna era Nin-Gal (la
“grande signora”); governava il ciclo mensile e fissava i destini, pertanto l’eclissi lunare era interpretata
come un funesto presagio funesto, segno dell’ira del dio
Utu dio sole; è spesso considerato figlio di Nanna-Su’en; aveva due principali centri di culto, a Larsa ed a
Sippar; il suo tempio era Ebabbar, la “casa splendente”; Aja, la sua compagna, venne successivamente
assimilata a Ištar; per i Sumeri era considerato un dio della guerra, per gli Accadi era in particolare la luce
solare diurna e il giorno inteso quale spazio temporale; poteva vedere ogni cosa, era in grado di
distinguere il bene e il male e dunque era figura della giustizia e della legge, che puniva i colpevoli
Inanna “stella del mattino”; è forse la figura divina meglio definita del pantheon mesopotamico, dotata di una
personalità complessa e autonoma; a volte figlia di An, a volte di Nanna-Su’en, Signora del cielo, Signora
G. FILORAMO, Manuale di storia delle religioni (percorso che comprende le religioni del mondo antico : pp. 5-139; 161-287) 2
del mattino, Signora della sera, Signora degli uomini, Signora della battaglia… contemporaneamente
divinità guerriera e della vita sessuale.
Queste due triadi orientano ed esprimono le forme dell’universo entro il quale si snoda l’esistenza delle genti
mesopotamiche. Sono le divinità principali, che però non escludono altre figure divine, tra cui: Nergal, nella città di
Kuthu, Signore degli Inferi, sposo di Ereškigal, sorella di Inanna e a sua volta Signora degli Inferi; Ninurta, dio artigiano
e guerriero; Nabû, l’”annunciatore”, con sede a Ninive, considerato estensore e scriba delle “Tavolette dei destini”
detenute da En-Lil. Appare così un pantheon organico e funzionale, dove il controllo di una sfera o di una forza naturale
non è lasciato al dominio di una esclusiva figura divina.
Con la fase babilonese e assira emergono poi divinità nazionali come Marduk, protagonista dell’Enūma eliš, che
conquista il regno dopo aver sconfitto il mostro Tiāmat, le acque salate primordiali, e Assur, dio nazionale assiro, che ha
dato nome al popolo degli Assiri e al loro territorio.
Attorno a queste divinità è fiorita una ricca mitologia a carattere prevalentemente
MITOLOGIA E ANTROPOGONIA
cosmogonico e antropogonico, dalla quale emerge anche il fondamento stesso dell’esercizio del potere.
Nell’ Enūma eliš l’origine del mondo dalle membra sparse di Tiāmat e la creazione dell’uomo plasmato da En-ki per
suggerimento di Marduk, sono associate alla conquista del potere da parte dello stesso Marduk. Nei racconti mitici
compare una limitazione del potere degli dei che possono essere ingannati (cfr. En-lil derubato delle “Tavolette dei
destini”).
Dell’antropogonia si conoscono numerose redazioni. Nella redazione numerica di Enki e Ninmah En-ki escogita la
creazione dell’uomo per liberare gli dei dalle pene del lavoro; mentre in quella antico-babilonese di Atrahasīs, l’uomo
salvato dal diluvio, En-ki (Ea) crea l’uomo attraverso il sacrificio di un dio, il cui sangue concorre a vivificare l’argilla
mescolata dalla dea Nintu, da cui scaturisce il genere umano. Nell’ Enūma eliš, dove domina la figura di Marduk, a
quest’ultimo compete l’ideazione dell’uomo, ma è sempre En-ki a plasmarlo.
La creazione dell’uomo non implica solo un’originaria limitazione del mondo divino, ma esprime e sottolinea il principio
di sudditanza dell’uomo stesso, che è voluto dagli dei quale loro sostituto nelle attività produttive ed è pertanto al loro
“servizio”. Ma la crescita demografica degli uomini favorisce la ribellione, che si ripete ben tre volte e che gli dei
soffocano con epidemie, siccità e carestie. Alla quarta ribellione, En-lil decide di sterminali tutti attraverso il diluvio e ciò
sarebbe avvenuto se En-ki non fosse intervenuto per salvarne almeno uno con la sua famiglia, Atrahasīs espressione
→
dell’ineluttabilità e del principio della sudditanza umana di fronte al potere regale rappresentato dalla corte divina su cui
domina En-lil, a sua volta forma e fondamento della regalità umana.
La potenza divina non è solo coercitiva e punitiva, ché proprio dagli dei gli uomini hanno ricevuto tutti gli elementi della
civiltà. Cfr. mito tardo in greco: gli uomini sarebbero stati sottratti allo stato di bruta ferinità in cui vivevano da una sorta
di eroe culturale, Oannes, ½ uomo e ½ pesce, che separa progressivamente gli esseri umani dallo stato di natura per
introdurli nella dimensione della cultura.
Š “Colui che vide ogni cosa ai confini della terra”, per 2/3 dio e per 1/3 uomo, è il protagonista di un lungo
GILGAME
poema trasmesso in più redazioni, dove questa sorta di eroe percorre il mondo alla ricerca della pianta dell’immortalità.
Gilgameš non presenta tuttavia i tratti tipici dell’eroe culturale, se non nel riconoscimento dell’ineluttabilità della morte e
dell’irriducibile distanza che separa uomini e dei. E’ figura del sovrano in quanto re di Uruk, in grado di opporsi agli dei
senza essere immortale, ma è anche figura del potere che si esprime brutalmente. Ma l’eroe non conquista l’immortalità,
che rimane un segreto degli dei, e deve rassegnarsi alla condizione umana: il re, vicario degli dei in terra, resta un mortale
e come tale non può sfuggire al destino di tutti gli uomini. Tale epopea è un mito di fondazione dell’ineluttabilità della
morte e nello stesso tempo del limite e della misura della regalità nel mondo umano.
► 4 – ( .
IL CULTO 28)
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Se l’uomo era stato plasmato per lavorare al posto degli dei e servirli, le pratiche del culto traducevano concretamente
questa funzione. Il primo compito rituale era la celebrazione del culto giornaliero, uguale per ogni divinità, che prevedeva
la vestizione mattutina della statua del dio, la recitazione di preghiere e il canto di inni, la preparazione di due o quattro
pasti quotidiani a seconda della città.
, , , Oltre al culto giornaliero nel corso dell’anno vi erano giorni fissi durante i quali erano
FESTE CERIMONIE RITI SACRIFICI
previste precise cerimonie rituali (purificazioni, lavacri, processioni…). Inoltre il sistema cultuale era poi scandito da un
ciclo festivo annuale fondato sul corso lunare: ogni mese e ogni giorno avevano una divinità tutelare alla quale erano
dedicati visione e rappresentazione ciclica del tempo, periodicamente rinnovato dalla festa di Capodanno che
→
produceva una momentanea destorificazione del presente per rinnovarlo e rifondarlo. In tale celebrazione il re stesso,
specchio delle divinità, veniva provvisoriamente privato delle sue insegne e obbligato ad una confessione pubblica delle
sue colpe dal sacerdote, per essere poi reintegrato nel suo ruolo e nelle sue funzioni.
Al vertice della piramide sacerdotale era situato l’en umano, assunto successivamente da
GLI SPECIALISTI DEL CULTO
Accadi, Babilonesi e Assiri con forme e denominazioni proprie.
Al di sotto di questo si incontra tutta una serie di specialisti, le cui funzioni e articolazioni, diverse nelle singole città, si
sono trasformate e dilatate nel tempo. Esistevano gli addetti al culto, governati dal “sommo sacerdote”, al quale era
subordinato il sanga, termine che a partire dal II millennio divenne dominante e al quale si associò una gerarchia al cui
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