Cap. 1 Popolazione, economia, società
Crescita della popolazione, crescita delle città, crescita della domanda di beni
All’aumento della popolazione sono collegabili la crescita della produzione agricola e manifatturiera, le innovazioni tecnologiche, le trasformazioni sociali e perfino quei cambiamenti più lenti e più nascosti che riguardano la sfera delle relazioni familiari, dei rapporti fra sessi e tra le generazioni. I documenti di cui disponiamo consentono comunque di affermare che, dopo circa un secolo di grave declino demografico, dal 1450 al 1600 la popolazione europea riprese finalmente ad aumentare, passando da circa 59 a circa 89 milioni. Grazie a massicce immigrazioni dalla campagne questa crescita interessò in particolar modo i centri urbani.
All’inizio del ‘500 nessuna città europea raggiungeva i 200.000 abitanti. Cento anni dopo, ben tre grosse metropoli, Napoli, Parigi e Costantinopoli avevano largamente superato quella cifra. Nonostante questo, l’Europa rimaneva largamente rurale, circa l’80% della popolazione. Le cause di questo aumento della popolazione tuttora non sono ben note e gli storici devono accontentarsi di congetture. È possibile che dopo decenni di pestilenze, il flagello delle epidemie si sia un po’ attenuato e ciò ha incoraggiato un abbassamento dell’età al primo matrimonio, sia per gli uomini sia per le donne. Sposandosi prima, le coppie avevano la possibilità di mettere al mondo un maggior numero di bambini.
Una popolazione urbana in rapidissima crescita comportava ovviamente un incremento della domanda di generi alimentari e questo spinse i prezzi verso l’alto, soprattutto se le condizioni sociali e tecnologiche non permettevano una crescita della produzione sufficiente a fronteggiare le accresciute richieste dei consumatori. Ed è proprio questo quello che accadde all’Europa del ‘500. Questa ascesa dei prezzi così violenta, fu poi ulteriormente aggravata da un fenomeno che riguardava più direttamente le monete e i metalli preziosi di cui erano fatte. Da un lato, grazie alle miniere americane, l’oro e l’argento diventarono più abbondanti, dall’altro le autorità tendevano a coniare monete con un contenuto sempre più basso di metallo prezioso, provocando un’ulteriore diminuzione del loro potere di acquisto.
Le campagne
La struttura agraria più diffusa in tutta Europa era costituita dalla signoria. La signoria era un insieme organico formato da terre appartenenti direttamente al proprietario terriero, il signore, e da altre terre a disposizione dei contadini. Questi, tuttavia, per utilizzarle, dovevano pagare qualcosa al signore. Tale pagamento poteva avvenire in natura, lavorando gratuitamente i campi oppure cedendogli una parte del raccolto. In molti casi però, il pagamento avveniva in denaro: attraverso il pagamento di un canone annuo.
Il prelievo fiscale esercitato da signori e proprietari terrieri a danno dei contadini poteva essere così pesante da non lasciare loro alcuna risorsa per investimenti capaci di aumentare la produttività della terra. A rendere le cose ancora più difficili intervenivano i meccanismi del mercato. Nelle annate buone, quando il raccolto era abbondante e finalmente i contadini avevano qualcosa da vendere, i prezzi scendevano, e il guadagno si ridimensionava. Nelle annate cattive, al contrario, quando i prezzi erano alti, gli scarsi raccolti bastavano a malapena a soddisfare i bisogni delle famiglie contadine. Il primo obiettivo era quindi, per i contadini l’autosufficienza e solo in un secondo momento i vantaggi economici.
Per liberarsi dei fastidi legati alla gestione delle proprie terre, molti proprietari terrieri tendevano a cederle in blocco a fittavoli, che provenivano dalle fasce più ricche della popolazione rurale; se il contratto d’affitto era di breve durata, l’affittuario tendeva a sfruttare al massimo terra, bestiame e lavoratori, se, al contrario il contratto era di lunga durata, l’inflazione tendeva a erodere le rendite percepite dai proprietari terrieri, che cercavano di scaricare su altri questo loro relativo impoverimento. Tutto questo comportava una radicalizzazione delle differenze interne al mondo rurale.
La produttività della terra restava dunque assai modesta: si è calcolato che ogni chicco di grano seminato non ne produceva in media più di 4 o 5, con grosse variazioni da un anno all’altro e da una regione all’altra.
Il sistema manifatturiero
Nelle città aveva luogo la produzione manifatturiera centrata sulle botteghe e le associazioni di mestiere. Il sistema delle corporazioni era nato per riunire tutti gli artigiani che svolgevano una stessa attività e il loro scopo era ostacolare fenomeni di concentrazione della ricchezza in poche mani. Perciò gli statuti delle corporazioni stabilivano le regole per l’accesso al mestiere e spesso fissavano anche quale dovesse essere il numero massimo di lavoranti per ciascuna bottega, quanto dovessero essere pagati e così via.
All’inizio del ‘500 le manifatture tessili erano le più fiorenti ed impiegavano un altissimo numero di uomini e di donne, in particolare per la lavorazione della lana. In questo settore il primato spettava alle città dell’Italia centro-settentrionale, come Firenze, Milano e Bergamo anche se questo tipo di attività era largamente presente anche nei Paesi Bassi e in Inghilterra, dove si affermò la produzione di panni di lana di nuovo tipo, più leggeri e meno costosi, ciò determinò la crisi per le industrie italiane. Dopo la metà del secolo, con il cessare delle guerre che avevano dilaniato il territorio italiano, le industrie tessili italiane si dimostrarono in grado di risollevarsi rapidamente dalla crisi, riconvertendosi nella lavorazione della più pregiata seta e impiegando soprattutto manodopera femminile, più flessibile e più economica.
Città come Firenze, Venezia, Lucca e Genova toccarono le vette della produzione di lusso, come velluti, damaschi e broccati di seta e Milano con la produzione di tessuti “auroserici”, cioè di seta intessuta di fili d’oro. In aggiunta a queste industrie tradizionali sorsero nel XVI secolo nuovi settori che sfruttavano nuove tecnologie, ad esempio l’industria della carta che grazie alla diffusione della stampa a caratteri mobili (messa a punto da Gutenberg) ebbe un forte impulso, e Venezia divenne la capitale della stampa.
A differenza della domanda di grano che non poteva scendere al di sotto di una certa soglia, ed era quindi “rigida”, la domanda di manufatti era invece “elastica” e risentiva dei rialzi dei prezzi agricoli, indebolendo gli artigiani più deboli che finivano per indebitarsi. All’interno del sistema manifatturiero si determinarono quindi forti cambiamenti che fecero perdere alle associazioni di mestiere il loro carattere egualitario. Gli imprenditori più ricchi cominciarono a impiegare nella produzione manodopera femminile più economica e fornendo loro gli attrezzi e la materia prima, determinando la manifattura domestica.
Commercio e finanza
La circolazione delle merci era affidata a mercanti itineranti e il cuore delle città era il mercato settimanale o giornaliero. Da una parte il commercio ambulante entrava in concorrenza con le botteghe dall’altro si integravano con esse vendendo per lo più prodotti non deperibili. Molte delle caratteristiche descritte di ritrovavano nel grande commercio internazionale, quello che muoveva spezie, tessuti preziosi e denaro. Nacquero le prime società private fatte da soci e parenti; a queste società private su base familiare si aggiunsero le compagnie mercantili privilegiate, cioè dotate di privilegi conferiti da un’autorità cittadina o statale che permetteva di esercitare in maniera esclusiva il commercio di un determinato prodotto in una certa area, ad esempio: la Compagnia delle Indie.
I prodotti più costosi non erano tuttavia gli unici a muoversi sulle lunghe distanze. Soprattutto per mare viaggiavano anche il grano, il vino, l’olio, le fibre tessili, il legname da costruzione. Fu anzi proprio nel ‘500 che alcune regioni d’Europa, come la Sicilia, la Polonia o la Castiglia si specializzarono nella produzione di materie prime. I ricchi mercanti cinquecenteschi trafficavano tuttavia in denaro; e anche il denaro si muoveva, gli scambi principali avvenivano in alcune grandi fiere annuali. La finanza europea del ‘500 cresceva soprattutto grazie al rapporto con i sovrani. Il mantenimento delle guerre e la burocrazia faceva sì che i sovrani avessero sempre più bisogno di denaro e non potendo procurarselo abbastanza in fretta attraverso le imposte, essi erano costretti a farselo anticipare da queste compagnie di grandi mercanti – banchieri, che compensavano cedendo loro il diritto esclusivo a sfruttare miniere o a riscuotere le imposte.
Capitava però che i sovrani dichiarassero bancarotta, sospendendo il pagamento dei propri debiti, e questo provocava fallimenti a catena tra le ditte bancarie più esposte e una crisi dell’intero settore.
Crisi economiche, pauperismo e nuove politiche sociali
Le guerre, i cattivi raccolti, le epidemie, erano flagelli ricorrenti nell’Europa del ‘500, e man mano che diminuiva il potere d’acquisto delle fasce medio-basse della popolazione, i loro effetti si facevano sempre più gravi. Quando le condizioni economiche peggioravano bruscamente anche gli artigiani e i contadini indipendenti erano prossimi alla soglia critica di povertà. Questi poveri che si definiscono congiunturali, perché le loro condizioni disagiate dipendevano da una congiuntura sfavorevole, si aggiungevano i cosiddetti poveri strutturali, vale a dire coloro che erano in ogni caso inabili a procurarsi il necessario per vivere.
Questo tipo di poveri erano sempre esistiti, ed aiutati dalla Chiesa e dalla carità, ma l’atteggiamento dei buoni cristiani si irrigidì con l’aumento dei mendicanti che si affollavano nelle strade e sui sagrati delle chiese; le crisi economiche violente che colpirono l’Europa occidentale furono in molti casi accompagnate da rivolte e sommosse che costituirono lo spunto per un ripensamento della politica della carità. In alcune città i poveri furono impiegati nei lavori pubblici come manodopera a basso costo, in altri si pensò di vietare il mendicare e la centralizzazione delle elemosine ai soli veri poveri.
La fine dell’espansione economica e il declino della popolazione
Una gravissima carestia seguita da epidemie, colpì gran parte dell’Europa nel 1590. Fu il primo segnale di un cambiamento di lunga durata; la crescita demografica rallentò fino a fermarsi. Questo innescò una serie di reazioni a catena. Il processo di espansione produttiva era fragile e bastarono pochi anni di sovrapproduzione e di conseguente caduta dei prezzi a metterlo in crisi. Alle difficoltà della produzione agricola si aggiunsero quelle del commercio internazionale: il valore delle merci che dall’America meridionale giungevano a Siviglia subì un tracollo.
Questi indicatori negativi portarono gli studiosi a parlare da una parte di crisi malthusiana: la popolazione europea aveva raggiunto il massimo livello che le risorse allora disponibili potevano consentire. Il maggiore sfruttamento delle terre per soddisfare la domanda portò a danneggiarne la fertilità, il pane e gli altri generi alimentari divennero più rari e costosi e il conseguente deterioramento delle condizioni di vita facilitò il diffondersi di epidemie e la diminuzione della popolazione. Altri studiosi hanno però dimostrato che difficilmente una pestilenza è da ricollegarsi alla malnutrizione, piuttosto ciò che accade è una diminuzione dei matrimoni e alla riduzione delle nascite.
Parola chiave: Crescita demografica
Per molto tempo si è guardato alla crescita della popolazione e allo sviluppo delle risorse attraverso la teoria di Malthus (filosofo economista) secondo cui la popolazione tende ad aumentare secondo una progressione geometrica (1,2,4,8,16,32..), le risorse invece crescono con una semplice proporzione aritmetica (1,2,3,4,5..). Nel corso degli anni si apre quindi un crescente divario tra il numero di bocche da sfamare e le disponibilità alimentari, finché non si supera il punto critico che porta alla catastrofe demografica. La ricerca degli ultimi anni ha però sconfessato il modello maltusiano. Gli studi epidemiologici hanno dimostrato che la peste e altre malattie non sono particolarmente sensibili alla malnutrizione, vale a dire che colpiscono ugualmente mal nutriti e ben nutriti.
Cap. 2 Viaggi oceanici e scoperte geografiche
I primi viaggi oceanici
Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo “scoprì” l’America. Il suo viaggio fu preparato da una lunga serie di esplorazioni e scoperte, nelle quali si era distinta la marina portoghese. Il progetto era stato attivamente sostenuto dal Portogallo, e in particolare dal principe Enrico il Navigatore, che all’inizi del ‘400 aveva fondato una scuola di astronomi, cartografi e navigatori. I successi della navigazione portoghesi furono favoriti da alcune innovazioni tecniche, come il timone a ruota e la caravella, un veliero a 3 alberi che poteva viaggiare con poco equipaggio e con più merci e provviste, in grado così di restare a lungo in navigazione. Le spedizioni portoghesi erano sostenute dalla corona, ma anche da investimenti privati, in particolare di mercanti italiani: genovesi, fiorentini e pisani. Costoro erano stati costretti dall’avanzata dei turchi ad abbandonare gli scali del Mediterraneo e andavano spostandosi verso la penisola iberica.
Le spedizioni d’altronde avevano un esito positivo: dall’Africa giungevano oro, pepe e avorio e infine gli schiavi. Il Portogallo grazie alla conquista di Madera e delle isole Azzorre dove si coltivava la canna da zucchero, divenne il primo esportatore di zucchero, spezie, oro in Europa, garantendosi la ricchezza. La Spagna che aveva unificato i suoi due regni di Castiglia e di Aragona, grazie al matrimonio dei due eredi al trono Isabella e Ferdinando, decise anch’essa di gettarsi nelle spedizioni d’oltremare. Nel 1492 i sovrani accolsero quindi con favore la proposta di spedizione navale avanzata da Colombo, sottoscrivendo le Capitolazioni di Santa Fé, con le quali lo nominavano viceré, ammiraglio e governatore delle terre che avrebbe scoperto.
L’idea che la Terra fosse sferica e le Indie si potessero raggiungere navigando verso occidente circolava da tempo tra i geografi e i cartografi. Inoltre a Firenze era stata tradotta in latino dal greco un’opera di Tolomeo che calcolava la circonferenza della Terra, sottostimandola di un buon 30%. Basandosi su questi calcoli, il cosmografo Toscanelli era stato il primo a lanciare l’idea che si potesse arrivare nelle Indie più agevolmente facendo rotta verso occidente piuttosto che doppiando il Capo di Buona Speranza. Colombo in contatto con lui ne condivideva le opinioni; egli si recò prima in Portogallo per far finanziare la sua impresa e poi ai sovrani di Spagna che acconsentirono alla sua richiesta.
La scoperta dell’America
La spedizione di Colombo si componeva di tre caravelle: la Niña, la Pinta e la Santa Maria, e partì da Palos nel 1492. Il 12 ottobre giunse a una terra che chiamò San Salvador, non era il Giappone e nemmeno la Cina, bensì un’isola dell’arcipelago delle Bahamas, che lasciò dopo pochi giorni per continuare con le esplorazioni e scoprire Cuba e Santo Domingo. Tornato in Spagna con molti monili d’oro donategli dagli indigeni, Colombo fu accolto dall’entusiasmo della comunità mercantile e della stessa regina, tanto che pochi mesi dopo era già pronto a ripartire. Nel frattempo Isabella si era rivolta al papa Alessandro VI, chiedendogli di stabilire chi fossero i legittimi possessori delle nuove terre scoperte, si arrivò alla stipulazione del trattato di Tordesillas con il Portogallo: l’Oceano Atlantico venne diviso da una linea longitudinale, tutte le terre ad est di tale linea sarebbero state di dominio portoghese; quelle a ovest di dominio spagnolo.
La seconda spedizione di Colombo non fu un successo, non trovò nessuna merce preziosa, così la terza spedizione fu ridotta nel numero di navi, questa volta tuttavia Colombo giunse in Venezuela dove esistevano grandi quantitativi di oro e perle, ma anche qui la sua cattiva amministrazione provocò rivolte e fu costretto a tornare in Spagna. La quarta ed ultima spedizione fu un insuccesso per cui quando morì era povero e dimenticato da tutti.
Intanto nel corso di diversi viaggi compiuti tra il 1501 e il 1507, il fiorentino Amerigo Vespucci era giunto alla conclusione che le terre scoperte da Colombo non fossero propaggini dell’Asia, bensì un nuovo continente, che da lui prese il nome di America. La spedizione più grande del periodo fu quella di Ferdinando Magellano (1480-1521). Persuaso dell’esistenza di un passaggio che avrebbe permesso di raggiungere le Indie, questi riuscì a convincere Carlo V a finanziare l’impresa e nel 1520 doppiò l’estrema punta meridionale dell’America, attraversando lo stretto che da lui prese il nome. Da lì si inoltrò in un grande oceano sconosciuto agli occidentali, che per tutti i tre mesi di navigazione rimase calmo e fu perciò battezzato come Oceano Pacifico. Raggiunse le Filippine dove venne ucciso dagli indigeni; la spedizione continuò ma il prezzo umano fu altissimo, solo una nave delle cinque partite tornò in patria.
I viaggi in Oriente
Nel 1500 il navigatore portoghese Cabral scoprì il Brasile, non trovandovi subito oro e argento, tale scoperta passò in secondo piano, ciò che attraeva erano le ricchezze delle Indie.
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