Cap. 1
La metamorfosi del mondo romano e la fine dell’impero in Occidente.
Secoli III-V
1.1 L’impero nel III secolo
Verso il 200 l’impero romano si estendeva in una zona che comprendeva i paesi affacciati sul Mediterraneo, l’Europa
occidentale e la Britannia (meno la Scozia) ed a est verso la Mesopotamia. La sua popolazione di 50 milioni di abitanti
era governata da una aristocrazia ristretta e omogenea capace di parlare greco e latino. Questa aristocrazia che da un
secolo combatteva solo guerre difensive, stava perdendo la sua identità militare.
In assenza di crescita economica, le spese furono sostenute soprattutto dal prelievo fiscale nelle province, già nel II
secolo le spese erano superiori alle entrate. Su questa base si innestarono le minacce dall’esterno, le pressioni dei
Barbari che divennero serie attorno alla metà del III secolo. Nel 271 si sentì il bisogno di cingere Roma con le mura
Aureliane, la stessa necessità di difesa spinse a promuovere tra III e IV sec., dall’ultima età dei Severi all’epoca di
Diocleziano e Costantino, riforme che riuscirono non solo a ristabilire la pace alle frontiere ma ebbero grandi effetti
sulla sfera economica, politica e sociale.
1.2 Le riforme del IV secolo
La nuova organizzazione dell’esercito, formato ormai da 600.000 soldati, aumentò i costi del più del doppio. Non
possedendo gli strumenti per una programmazione economica, la risposta all’aumento delle spese fu esclusivamente
politica volta a bloccare i prezzi e a ridistribuire le ricchezze, si allestì in questo modo una macchina statale che non
aveva precedenti. Le nuove necessità belliche condussero, infine, a escludere l’aristocrazia senatoria dai comandi e a
promuovere militari di carriera provenienti dai ceti più bassi o periferici, con effetti di grande importanza per il
ricambio del vertice sociale. Così gli uomini nuovi del IV sec diedero inizio ad una rinascita culturale e artistica
finanziata col denaro delle imposte; queste divennero sempre più gravose cosicché, chiunque poteva cercava di
sottrarvisi.
1.3 La separazione tra Oriente e Occidente
La diminuzione di ricchezza portò alla decadenza dei centri urbani minori e alla crescita di quelli maggiori (come era
accaduto a livello sociale, i ricchi sempre più ricchi perché evadono le tasse e i poveri sempre più poveri).La riduzione
del numero delle città si accompagnò a un processo di “localizzazione” delle aristocrazie accentuato sotto Costantino.
Pesò:
1. L’ingresso di elementi germanici nelle gerarchie militari.
2. La progressiva scomparsa della distinzione tra ordine senatorio ed equestre.
3. Influì il ruolo di raccordo politico che Costantino, primo imperatore cristiano, conferì ai vescovi.
4. Contò il ruolo sempre più importante che le imposte in natura assunsero nell’economia imperiale, rispetto a
quelle in denaro.
L’effetto complessivo fu quello di una società più ancorata alla dimensione locale.
La differenzazione tra Oriente e Occidente, ufficialmente distinti dalla riforma costituzionale con cui Diocleziano
introdusse il decentramento politico, andò maturando in questo clima di esaltazione delle realtà locali a scapito
dell’uniformità. Essa fu accentuata da Costantino che tra 324 e 330 spostò la capitale a Bisanzio, da ora chiamata
Costantinopoli, ma si affermò definitivamente nel V secolo, con il conferimento di pari dignità ai vescovi di Roma e
Costantinopoli stabilito dal concilio di Calcedonia 451, e con la morte di Valentiniano III nel 455, dopo il quale non vi
fu più rapporto di parentela tra i due imperatori.
Nelle province orientali il commercio e la produzione avevano un ruolo più importante nell’economia, per questo le
ricchezze tesero a fluire da Occidente ad Oriente, dove non si verificò quel divario tra ricchi e poveri e città maggiori e
minori che invece accadeva in Occidente. I contadini in Oriente riuscivano a pagare le tasse ricavando anche un
profitto per se stessi, cosa che non accadeva più in Occidente, dove i cittadini per non pagare le tasse si rifugiavano in
campagna dove venivano costretti a lavorare per i grandi proprietari terrieri.
L’ultima fase si aprì in occasione di una nuova serie di movimenti di popolazioni di cui il sacco di Roma perpetrato dai
Visigoti nel 410 costituì l’evento più drammatico. Le élites dell’Oriente e dell’Occidente si divisero sulla soluzione da
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dare al problema della presenza barbarica nell’esercito, divenuta sempre più intensa. La sostanziale tenuta delle
istituzioni romane in Oriente, portò all’epurazione degli elementi germanici nelle truppe. In Occidente l’ascesa alle più
alte cariche militari degli elementi germanici e la chiusura delle élites romane in un rigido patriottismo portò allo
scollamento tra il potere politico e militare e alla sempre più frequente concessione alle popolazioni barbariche della
possibilità di stanziarsi entro i confini dell’impero.
Si arriva così al 476 data simbolo della fine dell’impero romano, quando lo sciro Odoacre depone l’ultimo imperatore
Romolo Augustolo pur non prendendo per sé il titolo imperiale ma creando un regno romano-barbarico. In tal modo
egli dimostra una capacità politica di alto livello, nella quale non c’è la volontà di farsi assimilare ma quella di costituire
una nuova identità patriottica e cristiana.
1.4 Interpretazioni del cambiamento
Sin dal Rinascimento il periodo finale dell’impero romano è stato visto dagli storici come un’epoca di cambiamento
per eccellenza. Sia coloro che, come sosteneva Momigliano, lo hanno letto come cambiamento in negativo e dunque
come archetipo di ogni decadenza, sia coloro che al contrario lo hanno letto come un periodo di cambiamento
necessario e positivo (soprattutto nel Novecento). Per Gibbon, che scriveva nella seconda metà del Settecento vi era
una affinità tra la sua epoca e il II secolo d.C., momenti di massimo splendore della civiltà moderna e di quella classica,
simili per Gibbon, erano anche, i processi che avevano condotto al declino e alla caduta dell’una e dell’altra. La nuova
consapevolezza storica dell’Ottocento contribuì infine, a puntualizzare le diversità tra le due epoche, ma non a
cancellare la convinzione che la trasformazione fosse stata negativa.
Lo sviluppo delle scienze economiche e sociali portò gli storici a spiegare il cambiamento anche attraverso valutazioni
di tale natura, oltre che politiche.
L’influenza di Karl Marx si evidenziò nelle tesi che identificavano le ragioni della caduta dell’impero romano nella
trasformazione di una struttura sociale e produttiva prima basata sulla schiavitù, in una fondata sul servaggio e sui
rapporti feudali.
Solo negli anni Sessanta e Settanta del Novecento gli storici hanno iniziato a parlare di tardo antico per intendere un
periodo autonomo fatto di cambiamenti non necessariamente negativi, ma fatto anche di importanti permanenze.
Cap. 2
Le chiese episcopali e il monachesimo delle origini.
Secoli IV-VI
2.1 Cristianesimo e Europa
“Cristianizzazione” è il termine che definisce il processo che condusse a una fede comune, si trattò di un processo che
seguì due strade:
Una via istituzionale: incentrata sulle chiese urbane, intorno alle quali si riunirono i cittadini e che fu
promotrice di una evangelizzazione delle campagne incentrata attorno a chiese battesimali, le pievi,
direttamente dipendenti dal vescovo.
Una via individuale: la scelta monastica, che venne recuperata alla società attraverso l’organizzazione di una
vita comune nei cenobi o monasteri. I monaci furono protagonisti primari dell’evangelizzazione delle
popolazioni rurali lontane dalle città e dei cosiddetti “barbari”.
L’attività missionaria e di catechesi va dunque intesa come un processo di acculturazione, ossia di integrazione
profonda e reciproca fra le nuove etnie che si stanziarono nel territorio europeo e la popolazione che
tradizionalmente vi risiedeva.
2.2 Chiesa, città, diocesi
Nelle città dell’impero fra I e III secolo si organizzarono le prime comunità cristiane. Al loro interno, già alla fine del I
secolo i laici apparivano separati dai sacerdoti; il gruppo sacerdotale era strutturato gerarchicamente in diaconi e preti
e aveva a capo un vescovo. Dal IV secolo il cristianesimo diventò religione di stato: nel 313 l’imperatore Costantino
con l’editto di Milano concesse ai cristiani libertà di culto; nel 380 l’imperatore Teodosio con l’editto di Tessalonica
impose a tutti i cittadini dell’impero la religione cristiana.
L’adesione al cristianesimo era stata soprattutto nei primi tempi una scelta aristocratica, di quella aristocrazia urbana
che lontana dalle armi e dal lavoro manuale, viveva di rendita e si dedicava alla politica e alla filosofia. Tale originario
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sostrato sociale del cristianesimo aveva conferito grande autorevolezza alle gerarchie ecclesiastiche che svolgevano
anche una sorta di supplenza dei poteri pubblici in città.
2.3 Vescovi cittadini e pievi rurali
Dal V secolo partì dalle città un’opera di evangelizzazione delle campagne attraverso la fondazione di chiese
battesimali, le pievi, controllate dal clero cittadino e dall’episcopio. L’ambito di espansione di tali fondazioni fu la
diocesi, cioè il territorio sottoposto all’autorità di ciascun vescovo, che corrispondeva a grandi linee, al territorio
soggetto alla città nell’organizzazione amministrativa di età imperiale.
L’opera di evangelizzazione è stata interpretata (Tabacco) come un processo di ACCULTURAZIONE in senso
antropologico, ossia di reciproco scambio tra culture diverse. Il processo infatti non funzionò in senso unico: i culti
tradizionali delle campagne incisero a loro volta sulla definizione dottrinale del cristianesimo, determinando per
esempio l’affermarsi di aspetti della religiosità vicini alla sensibilità popolare, come il culto dei santi e delle reliquie.
Nella parte centro meridionale della penisola italiana la presenza di una fitta rete di città, provocò il moltiplicarsi di
sedi episcopali, che non ebbero la possibilità di estendere la propria influenza molto al di fuori della cinta urbana.
Nell’Italia centro settentrionale, la minore presenza di centri urbani favorì lo sviluppo di circoscrizioni ecclesiastiche
ampie.
I vescovi delle diocesi che facevano capo alle grandi metropoli del mondo romano – Costantinopoli, Antiochia,
Alessandria, Roma, Ravenna, Aquileia e Milano – ottennero in breve tempo una sorta di supremazia sui vescovi delle
città vicine. Tali diocesi furono dette metropolite.
Un prestigio particolare era connesso alla sede episcopale romana, non solo per il ruolo della città, ma anche per una
preminenza di fatto riconosciuta al vescovo di Roma come successore dell’apostolo Pietro.
2.4 I monasteri e le campagne
Il monachesimo è un fenomeno che si sviluppa in epoca successiva all’evangelizzazione delle città: solo dal III secolo in
avanti ne sono attestate le prime manifestazioni nelle aree orientali dell’impero. Essa si presenta come una scelta
strettamente individuale che prevede per un verso un radicale rifiuto del mondo e dall’altro la ricerca di una
redenzione attraverso il sacrificio e l’ascesi. Nelle sue forme originarie la ricerca di solitudine si espresse in forme
estreme e clamorose: Antonio, che fu eremita in Egitto, visse a lungo in una tomba vuota di una necropoli. Atri eremiti
vennero detti dendriti ( dal greco dendron, albero) perché vivevano in cima agli alberi; gli stiliti (dal greco stylon,
colonna) trascorrevano la loro vita in cima alle colonne.
In Occidente invece la tendenza fu quella di condannare l’eccesso di individualismo e l’esibizionismo, introducendo
regole di vita comune. In Oriente con Pacomio si diffuse la pratica del cenobitismo, ossia della vita in comune dei
monaci sulla base di regole condivise che riguardavano ogni aspetto della vita quotidiana, la preghiera e il lavoro ma
anche l’abbigliamento e l’alimentazione.
In Occidente i primi gruppi monastici si formarono nella Gallia occidentale per opera di Martino, vescovo di Tours. Nel
corso del V secolo i monasteri proliferarono in Gallia. In Italia le prime esperienze monastiche coinvolsero
l’aristocrazia romana, decisiva fu in questo senso l’azione di Girolamo: originario della Dalmazia e appartenente alla
classe senatoria, dopo aver studiato a Roma si convertì al cristianesimo e visse a lungo come eremita nel deserto
siriano; tornò a Roma dove divenne il referente spirituale di molti aristocratici. Nei secoli V e VI il fenomeno dilagò e
culminò con la fondazione del monastero di Montecassino a opera di Benedetto da Norcia. La comunità venne
organizzata in base alla Regola redatta dallo stesso Benedetto attorno al 540. Essa prevedeva la coesistenza nella vita
dei monaci di ore dedicate alla preghiera e al lavoro; nonostante l’accento posto sul valore penitenziale del lavoro
nella vita comunitaria, la regola di Benedetto non condannava la scelta eremitica.
L’altra area europea in cui il monachesimo si affermò assai precocemente fu l’Irlanda. L’isola non era mai stata
assoggettata all’impero romano e non aveva conosciuto fenomeni di urbanizzazione: era organizzata in tribù a capo
delle quali si trovavano sacerdoti del culto celtico, noti come druidi. Grazie a tale conformazione sociale, in Irlanda il
modello monastico del cristianesimo si affermò con maggiore facilità rispetto all’organizzazione episcopale, al punto
che i grandi abati svolgevano funzioni che altrove erano svolte dai vescovi. I monaci irlandesi si riversarono in Europa e
presero a fondare, dapprima in Gallia e nell’Europa centrale, e poi anche in Italia, monasteri sottoposti a una regola
assai più rigida di quella benedettina, che conobbe grande successo presso le aristocrazie franche e longobarde. 4
2.5 La conversione dei Barbari:
Un processo di acculturazione
Uno degli aspetti più significativi dell’attività missionaria dei monaci fu l’opera di conversione dei Barbari. Mediante
una deliberata strategia, la conversione iniziava dalle aristocrazie politico-militari: se il re si convertiva veniva meno
per la popolazione il riferimento principale dei culti tradizionali e di conseguenza era più facile l’affermarsi della nuova
fede.
Anche le popolazioni barbariche, si dimostrarono estremamente sensibili al messaggio salvifico del cristianesimo, le
aristocrazie di quei popoli, compresero quanto potessero essere proficuo, per rafforzare la loro preminenza sociale ed
economica, intraprendere carriere ecclesiastiche che conducevano all’episcopato e all’abbaziato.
Intraprendere una carriera ecclesiastica comportava come diretta conseguenza un’assimilazione della cultura latina e
della tradizione classica da parte dei nuovi arrivati. I processi di acculturazione si svolgono sempre in duplice direzione:
in questo caso, la penetrazione delle nuove aristocrazie militari nelle gerarchie ecclesiastiche e religiose comportò
l’introduzione di valori tradizionali germanici, come la violenza e la forza, nel cristianesimo. Tali nuovi valori tesero ad
esaltare il lato eroico e combattivo della religione (martiri): anche all’interno dei monasteri, i luoghi dove l’adesione
alla vita cristiana comportava un rifiuto della violenza, si diffuse una terminologia militaresca in base alla quale il
monaco era definito miles Dei (soldato di Dio) e la sua vita classificata come militia Christi.
Nella seconda metà del IV secolo gran parte delle popolazioni germaniche furono convertite al culto cristiano secondo
la forma ariana. L’arianesimo prende il nome dal sacerdote di Alessandria Ario, il quale sosteneva che Gesù Cristo non
aveva lo stesso grado di divinità di Dio padre, ma era a lui sottoposto.
La dottrina fu condannata al concilio di Nicea (325) da tutti e trecento vescovi. Nonostante ciò l’arianesimo ebbe
grande diffusione perché era professato dai monaci che per primi convertirono le popolazioni germaniche. In
particolare fu importante l’opera di evangelizzazione di un vescovo, di origine visigota ma di formazione culturale
greco-orientale, che provvide a tradurre il testo biblico in lingua gota. L’arianesimo divenne pertanto un simbolo di
identità etnica più che teologica.
Per molto tempo si è pensato che il successo dell’arianesimo fosse dovuto a una maggiore semplicità dottrinale, più
consona cioè a popolazioni prive di tradizioni speculative. La critica storica tende oggi invece a leggere la prevalenza
dell’arianesimo come conseguenza del modo in cui si verificò la loro prima conversione.
2.6 Questioni dottrinali
Agli inizi del cristianesimo esisteva una grande varietà di interpretazioni dottrinali: ne nacquero forti divergenze
dogmatiche, dietro le quali si manifestava anche lo volontà delle singole comunità cittadine di distinguersi, di
salvaguardare la propria identità.
Il problema centrale fu quello posto dalla Trinità: la molteplicità delle persone divine era in contrasto con la tradizione
filosofica classica che concepiva l’Essere come Uno per definizione. Il dibattito dottrinale si accentrò pertanto sulla
necessità di definire la natura della figura storica di Cristo.
Il primo contrasto si risolse a Nicea quando venne definito il credo e condannato in via definitiva l’arianesimo. Il
concilio fu anche importante perché per la prima volta un’assemblea di vescovi veniva convocata dall’imperatore,
Costantino, preannunciando quella compenetrazione tra cristianesimo e potere politico che è stata definita
“ortodossia politica”. L’episcopato investiva l’imperatore del co
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