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Corpi territoriali e autorità negli stati regionali dell'Italia centro-settentrionale

Gli argomenti trattati sono: la posizione e il ruolo che assumono, negli stati regionali dell'Italia centro-settentrionale, alcuni corpi territoriali (città, comunità rurali, borghi, signorie feudali) e i loro rapporti con l'autorità del principe o della città dominante. Questi corpi locali non vanno intesi né come tentativi di contrapposizione e di resistenza all'azione dello Stato, né come zone periferiche inerti o passive: essi sono collegati in un rapporto di interdipendenza e di interazione con il principe e le altre strutture statali, grazie ai poteri che esercitano localmente e alle capacità che posseggono di influenzare la struttura governante.

I contadi alla fine del Medioevo

In questo primo saggio, l'attenzione è focalizzata sul rapporto tra città e territorio nelle diverse aree italiane e sulle diverse caratteristiche che esso assunse nei numerosi stati regionali. La situazione centrosettentrionale era assai diversa da quella dell'Italia meridionale (a causa della limitata crescita urbana dopo il Mille e della profonda crisi dell'urbanesimo antico, che fu causa della perdita di molte vecchie città), ma diversità marcate esistevano anche tra le varie regioni del Centro-Nord: diversità che vedevano un nucleo centrale lombardo, estremamente urbanizzato, delineato da una periferia (Veneto/Piemonte) che lo contorna, dove non si sviluppa un impianto di forti e vasti territori urbani. Si passa insomma da un grado massimo di controllo territoriale delle forti strutture degli stati cittadini padani, ai vari gradi intermedi di città con una presa più debole sulle campagne sino al grado "zero" dei "territori senza città", ossia privi di forti preminenze urbane.

La diversa configurazione dei territori urbani in età comunale

  • L'area padano-veneto-toscana: Nella Lombardia comunale (comprendente anche la fascia orientale del Piemonte, l'Emilia e il Veneto occidentale) la città si dimostra capace di dar vita a territori urbani estesi e compatti, affermando allo stesso tempo su di essi la propria sovranità. In quest'area padana, in mancanza di principi e sovrani, si afferma senza ostacoli il contado, ossia quella particolare organizzazione del territorio fondata su un sistema di vasti stati cittadini. Troviamo un reticolo di contadi anche in Toscana, anche se qui, rispetto alla Lombardia, vi è meno sistematicità e confini più labili: alcuni centri, come Fiesole, non si evolvono in "stati cittadini", mentre altri, come Lucca, non riescono a mantenere la struttura di contadi comunali. Tale processo non è sicuramente facilitato dalla storia politica della regione, caratterizzata da un'antica instabilità negli assetti istituzionali.
  • Le periferie settentrionali e l'area pontificia: Ai confini della Padania, la situazione è ben diversa. Nel settentrione la ripresa urbana in età comunale, anche se abbastanza vivace, è stata disciplinata e controllata dall'azione dei principi territoriali: la rinascita delle città non è avvenuta, lasciando il posto all'affermarsi di nuovi centri. Questa condizione è evidente nelle Venezie nord-orientali, Vicenza, Padova e Treviso: numerosi sono i centri che non riescono a diventare grandi comuni urbani, incapaci quindi di estendere il loro controllo territoriale sui distretti antichi, ecclesiastici o civili (ad esempio Aquileia, Grado, la città romana di Concordia o Asolo). Discorso in parte simile si può fare per il Piemonte occidentale dove le città, prive di energia, inserite all'interno di strutture territoriali più vaste di quelle padane, che le obbligavano ad entrare a far parte di stati principeschi e a perdere quindi ogni tipo di indipendenza, non mostrano alcun accenno di espansione territoriale. Trovano spazio invece centri nuovi, talvolta anche più grandi delle vecchie città, vitali dal punto di vista economico e urbano. Tracce di contadi sono rintracciabili anche nelle regioni dell'Italia centrale comprese nello Stato pontificio. Qui, già dal periodo romano, il reticolo urbano era caratterizzato da un numero maggiore di città; adesso, nonostante la nascita dei comuni, esso persisteva con la continua formazione di città più piccole, le diocesi, meno capaci di costruzione di grandi contadi o di assetti urbani. Il governo pontificio era ben attento a frenare espansioni territoriali troppo vaste e a sostenere, viceversa, minori autonomie, al fine di controllare pericolose forze locali.

La tenuta dei contadi negli stati regionali dell'area padana

L'affermazione dei contadi in area lombarda, la loro forte capacità di tenuta fu presto seguita dalla cosiddetta "conquista del contado" da parte dei cittadini: essa aveva portato a un controllo assai ampio, a scapito di eventuali diritti signorili o di comunità minori, all'eliminazione di forme mediate o indirette di governo e alla creazione di un sistema di distretti minori, presidiati da cittadini nella veste di officiali. Questo provocò conseguenze diverse nelle varie realtà regionali del settentrione:

  • Dal punto di vista dei confini geografici, l'egemonia di Milano e dei Visconti portò a profondi mutamenti che resero instabile il confine politico del dominio per oltre 150 anni (acquisti di territori, perdite, divisioni tra i membri della famiglia);
  • Gli ordinamenti interni, nella Padania lombardo-veneta, iniziarono ad assumere una struttura precisa: i vecchi stati cittadini sottomessi dai principi si sono trasformati nelle province dei nuovi stati regionali, i centri urbani che li dominavano ne sono diventati i capoluoghi provinciali e gli antichi contadi restano loro soggetti.

Le geografie instabili delle periferie

Molto più instabile era la situazione delle aree del Settentrione marginali e delle aree romagnole, marchigiane e umbre dello Stato pontificio, dove alle città (anche forti, ma prive di capacità di espansione territoriale) si opponevano le comunità "non urbane", provocando una grave frammentazione e instabilità, che influenzò sia la formazione di nuovi stati che la definizione degli assetti amministrativi degli stati regionali.

Città e stati regionali

In questo secondo saggio viene descritto il sistema di stati regionali che caratterizzava l'Italia del XV secolo, nato dal superamento del particolarismo che aveva segnato l'Europa medievale, e in particolare il rapporto tra stato-città nell'Italia centro-settentrionale: esso presenta numerosi aspetti diversi rispetto al resto d'Europa, cause dell'affermazione dei caratteri originali che contraddistinguono la città comunale italiana.

Il rapporto con il territorio

A differenza delle città d'oltralpe che, qualunque fosse la base giuridica del loro autogoverno, non si resero mai del tutto indipendenti dai loro signori, i comuni cittadini italiani raggiunsero prestissimo una condizione di piena autonomia nei confronti delle autorità superiori: i principati territoriali erano stati frenati dal proliferare di nuove signorie e di centri urbani, il regnum non possedeva una struttura sufficientemente robusta e l'impero stesso non era in grado di esercitare un'efficace azione politica. Furono quindi le città le uniche protagoniste della scena politica e territoriale dell'Italia del Nord e del Centro. Si trattava di città che avevano inglobato, al loro interno, funzioni civili e funzioni ecclesiastiche, diventando luoghi di incontro per ceti e interessi non soltanto mercantili o artigiani, ma anche signorili e feudali. Da questa pluralità di gruppi sociali (urbani e rurali) ne deriva una forte simbiosi con la realtà circostante.

Ecco la prima differenza rispetto alle zone d'oltralpe: mentre in Europa la signoria rurale continuava a rappresentare la struttura dominante dell'organizzazione territoriale, in Italia si spezzò definitivamente il legame necessario tra possesso terriero ed esercizio del potere; le aristocrazie locali del territorio e le chiese non furono più detentrici di diritti pubblici, rimasero soltanto prerogative territoriali. Quel complesso di diritti e poteri passò nelle mani dei comuni cittadini, i quali diventarono i nuovi nuclei primari dell'organizzazione territoriale. Si costituì quindi il sistema di stati cittadini, che vedeva le signorie rurali ormai disperse, relegate ai margini dei distretti urbani; si trattava di un sistema estremamente stabile: mentre in Europa si assiste ad un proliferare di città, nell'Italia centro-settentrionale il numero delle civitates resta invariato e limitato. Ad ogni città spettava un contado e il titolo di capitale di un distretto ecclesiastico, la diocesi.

Difficile trovare, fuori dai confini italiani, un corrispettivo del contado del comune: esisteva una varietà di piccoli territori sui quali le città estere esercitavano diritti fiscali o di giustizia, altri territori su cui possedevano diritti minori, altri ancora poco influenzati dalle città, poiché controllati da signorie e o enti ecclesiastici urbani; più pieno è invece in Italia il controllo del contado da parte dei grandi comuni cittadini centro-settentrionali. Erano state infatti eliminate tutte le altre forme mediate ed indirette di governo, attraverso la creazione di distretti minori presidiati da officiali cittadini: la città era il capo, le campagne le sue membra. Disponevano inoltre di un forte controllo economico, che tutelava soprattutto le proprietà fondiarie dei cives, largamente diffuse nelle campagne.

Dal comune al principato

A differenza dell'Europa, segnata dalla contrapposizione tra città – sovrani, principi territoriali, nell'Italia centro-settentrionale i protagonisti principali delle lotte politiche sono i centri urbani stessi: forze politiche di altra natura sono assenti o hanno un ruolo marginale. Le leghe cittadine vedono contrapporsi comuni cittadini con altri comuni cittadini, piuttosto che città a principi. Il quadro dell'area padana fra Duecento e Trecento appare quindi come un susseguirsi di lotte interminabili tra singole città o gruppi di città, con il continuo formarsi di aggregati territoriali pluricittadini, dalla durata estremamente breve. Risulta difficile costruire saldamente nuovi assetti, soprattutto a causa dell'assenza di regolatori esterni.

Si affermano così nelle città forme monocratiche di governo e figure istituzionali (podestà, capitano del popolo), che restano sconosciute al mondo cittadino europeo, come la signoria. L'avvento dei signori e dei tiranni costituisce il "tramonto delle libertà cittadine": le forze rurali che il comune aveva subordinato (aristocrazie nobiliari) trovano spazio di affermazione tra le maggiori signorie urbane, le quali pian piano si aggregarono, dando vita a signorie pluricittadine e stati regionali. È importante tenere presente, però, che il signore cittadino, nonostante abbia origini aristocratiche, non somiglia ai principi europei: nato dall'evoluzione del mondo urbano, egli si pone come capo del comune per guidare la città nella tempesta, come forma nuova di governo per difendere ceti e interessi antichi.

La condizione delle città suddite

Nel XV secolo, il quadro geografico italiano era cambiato, caratterizzato dal cosiddetto "equilibrio italiano": la penisola non si presentava più come un sistema di stati-città, bensì come un insieme di grosse formazioni statali, più ampie.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher soscuola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Chittolini Giorgio.
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