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Capitolo 1 – Le italiane all'alba del XX secolo

A fine '800 è particolarmente sentito il culto mariano e sempre più donne vengono dichiarate sante, avvicinando le donne al cattolicesimo. Le madri erano chiamate a svolgere un ruolo attivo nell'educazione religiosa dei figli, contro la corruzione della società moderna.

La posizione giuridica delle donne era determinata dal codice Pisanelli (1865), di cui gran parte rimase in vigore fino agli anni '70. Basato sul codice napoleonico, assegnava alle donne un ruolo subalterno all'interno della famiglia.

Nelle città il matrimonio, pur sottoponendo la donna a vincoli giuridici, la liberava dai vincoli paterni, ed era quindi visto come una liberazione. Al contrario, per le donne contadine il matrimonio era spesso un peggioramento delle condizioni di vita e un inasprimento dell'autorità a cui sottostare (la famiglia del marito, spesso la suocera).

Il mito della “mamma italiana” è un'invenzione del dopoguerra (D'Amelia).

L'istruzione elementare ai bambini di entrambi i sessi è garantita dalla legge Casati (1859). Per gli istituti superiori, c'era un'incertezza legislativa che fu risolta nel 1883. La Chiesa ostacolava con forza l'istruzione universitaria femminile.

Capitolo 2 – La torre di Babele: l'emancipazionismo a cavallo del secolo

Nel 1880 viene fondata a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili da Anna Maria Mozzoni e Paolina Schiff: il femminismo italiano si trasforma in movimento politico. In ogni caso, il ruolo principale della donna – per quanto paritario – doveva rimanere in seno alla famiglia. Il terreno d'azione era la previdenza e l'assistenza sociale, in particolare la tutela della maternità.

Mozzoni fu la più importante pensatrice femminista di fine '800, e dalla rivista “La donna” esponeva principi liberali ed egualitari.

L'orientamento politico delle Leghe era vario, ma una rivista funzionava per coordinarle: “Vita femminile”. Le Leghe vennero represse dopo i “fatti di maggio” (1898) e ben presto apparvero nuove organizzazioni di coordinamento nazionale, prima tra tutte l'Associazione per la donna. Il Partito socialista era ufficialmente a favore dell'emancipazione femminile e reclutava attivamente donne, ma dava poi un sostegno altalenante su questioni come il suffragio: la classe era comunque più importante del genere.

La figura di Anna Kuliscioff è ed è stata molto dibattuta: si trovò in minoranza all'interno del PSI per aver detto che la questione della donna non era un problema solo economico, ma anche e soprattutto culturale. Fu poi criticata da molte (Mozzoni in primis) per l'appoggio alla nuova legislazione sociale del 1902 sul lavoro femminile, che secondo alcuni mirava ad espellere il lavoro femminile dal mercato del lavoro.

Nel 1905 viene fondata l'Unione femminile nazionale, improntata a un femminismo pratico: assistenza di donne in difficoltà. Provò a gettare le fondamenta di uno stato sociale con gli Uffici indicazioni e assistenza, che ebbero un notevole successo, sebbene spesso i toni delle donne (borghesi) che vi prestavano servizio erano moraleggianti nei confronti delle assistite. Sono molte le voci critiche nei confronti dell'Ufn, ma Buttafuoco ha individuato nell'Unione i prodromi del femminismo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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