Marx a Parigi: trasformazione ed espulsione
Marx si trasferì a Parigi a fine ottobre del 1843 e vi restò fino all'inizio del '45, quando venne espulso e dovette recarsi a Bruxelles. Avvenne allora in Marx il passaggio dalla critica politica alla critica sociale e il riconoscimento dell'importanza rivoluzionaria del proletariato: avviene in questa fase il passaggio dal democratismo radicale al comunismo.
Attività e studi di Marx
Marx frequentò i circoli socialisti e democratici francesi, le leghe, formate dagli emigranti tedeschi e anche alcune associazioni comuniste. Verso la fine del 1843, è quasi pronto il primo e unico numero degli Annali franco-tedeschi. Marx svolge principalmente due attività:
- Lo studio della Rivoluzione francese
- Lo studio dell'economia politica
Diventa importante indagare sulla struttura economica della società capitalistica e sui problemi che essa comportava. Marx inizia quindi uno studio che continuerà tutta la vita fino al 1883. Scrive i Manoscritti economico-filosofici: procede leggendo i volumi dei maggiori economisti, di cui poi fa la critica (Smith, Ricardo principalmente).
Rottura con Ruge e pubblicazione dei Manoscritti
Nel marzo del '44, lo sviluppo delle idee politiche di Marx portò alla definitiva rottura con Ruge, il finanziatore della rivista, che interruppe così le pubblicazioni. Da aprile ad agosto del '44, Marx completò la stesura dei Manoscritti. I Manoscritti furono pubblicati solo nel 1932. È il libro di Marx su cui si è scritto di più in questo secolo.
Struttura dei Manoscritti
Sono tre manoscritti, di cui il primo dapprima procede su tre colonne che riguardano:
- Il salario dell’operaio
- Il profitto del capitale
- La rendita fondiaria
La seconda parte del primo manoscritto è scritta a tutta pagina e riguarda l'alienazione. Il secondo manoscritto (il rapporto della proprietà privata) è il più breve; il terzo riguarda:
- Proprietà privata e lavoro
- Proprietà privata e comunismo
- Bisogno, produzione e divisione del lavoro
- Denaro
- Critica alla dialettica e in generale della filosofia di Hegel
Critica alla filosofia di Hegel
Questi manoscritti fanno parte di alcuni quaderni, gli editori hanno dato l'idea che ci si trovasse di fronte a un libro unico, in realtà non è così. Nella prefazione, Marx scrive che ha già annunciato la critica della scienza del diritto e dello stato sotto forma di una critica della filosofia del diritto di Hegel. Farà perciò seguire in saggi diversi e indipendenti la critica del diritto, della morale, della politica, ecc.; e infine cercherà di ripresentare in un lavoro particolare sia la connessione dell'insieme, sia il rapporto delle singole parti, e sia, ancora, la critica della elaborazione speculativa di quel materiale.
Fonti e influenze
Marx sposta l'oggetto: dalla filosofia di Hegel ad un'analisi della società, e quindi dell'economia. È interessante a questo punto ciò che Marx dice delle sue fonti: "oltre ai socialisti francesi e inglesi, ho messo a profitto anche lavori socialisti tedeschi (Weitling, Hess, Engels)." Weitling era il più grande esponente del comunismo utopistico di origine operaia. Marx si contrapporrà all'utopismo di Weitling attraverso la critica scientifica dell'economia: solo sulla base di uno studio scientifico del capitale e della provenienza del profitto, si potrà avere una fondazione precisa della teoria socialista.
Critica di Feuerbach e recupero di Hegel
Marx cita poi Feuerbach, l’ispiratore della sua concezione complessiva, il cui umanesimo, fondato su un materialismo dei sensi e dei bisogni concreti degli uomini, è contrapposto all’idealismo hegeliano. Lo spostamento dall’idealismo al naturalismo è opera di Feuerbach, nonostante i suoi limiti. Marx ritiene però che sia importante recuperare Hegel, in particolare la dialettica, il senso di movimento, il divenire, il senso storico; va recuperato il processo dialettico, che nella storia avviene attraverso contrapposizioni. È l’uomo che fa la sua storia, attraverso il suo lavoro, per contraddizioni, attraverso la negazione della negazione. Tutto ciò va recuperato. Vediamo che l’uomo deve costruire la società e la storia dialetticamente. È dunque questo movimento storico, che a Feuerbach manca, che va recuperato. Feuerbach contrappone il proprio materialismo all’idealismo hegeliano, ma tale materialismo resta statico, perché non ha il concetto di lavoro, di industria, di storia.
Primo manoscritto: il salario
Il primo manoscritto, prima colonna: Il Salario. Il metodo di Marx consiste nel partire da testi di economia politica, soprattutto da quelli di Smith ("La ricchezza delle nazioni", 1769), che adopera in una traduzione francese, e di cui fa alcuni estratti.
Il salario è determinato dal conflitto tra capitalista ed operaio. La necessità della vittoria per il capitalista. Il capitalista può vivere senza l’operaio più a lungo che non questi senza quello. Marx mostra come dall’essenza della proprietà privata scaturiscano delle conseguenze che l’economia politica tace. L’economia politica non trae tutte le conseguenze implicite nel suo discorso; bisogna quindi sviluppare le contraddizioni interne all’economia politica stessa. Inoltre bisogna mostrare che la società non è un dato eterno e immutabile, bensì un prodotto umano, e come tale può essere superato.
All'inizio Marx nota come il salario sia determinato dalla lotta tra il capitalista e il lavoratore. Più in generale mostra come l'economia politica si basi sempre su rapporti di ostilità. Nella lotta per il salario il capitalista è enormemente avvantaggiato.
Marx passa poi ad esaminare i tre momenti principali in cui può trovarsi la produzione: crisi (il momento più negativo per l’operaio); sviluppo (più favorevole all’operaio, ma in cui tuttavia si manifesta un sopra-lavoro e altri problemi come la crescita del capitale, quindi si mostra negatività per l’operaio); e infine il punto in cui la produzione è al culmine (non ci può essere ulteriore occupazione, i nuovi arrivati non trovano posto). Dopo il culmine ci si avvia comunque verso la fase negativa, una discesa.
Quindi i problemi ci sono sempre e Marx sintetizza – fine pag. 16 – “siccome una società, secondo Smith, non è felice dove la maggioranza soffre, e siccome lo stadio di maggior ricchezza della società conduce a questo sofferenza della maggioranza e l’economia politica (in generale la società fondata sull’interesse privato) conduce a questo stadio di maggiore ricchezza, bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica”. Ovvero l’infelicità della maggior parte della società, tranne i pochi ricchi e privilegiati, è lo scopo dell’economia politica, fondata sulla proprietà privata, sulla lotta tra capitalista e operaio.
Contraddizioni dell'economia politica
L’economia politica non considera l’operaio come uomo, ma solo come individuo che produce profitto. L’economia politica considera l’operaio come una parte del capitale e il salario che gli viene dato ha lo stesso valore di quello che si spende per la manutenzione di una macchina. Questa contraddizione si esplica in altre che vengono tutte dal fatto che l’economia politica non considera l’autorealizzazione degli uomini, ma soltanto il guadagno e il guadagno di pochi.
Quindi – metà di pag. 17 – l’economista (Smith per esempio) “ci dice che originariamente e teoricamente l’intero prodotto del lavoro appartiene all’operaio. Ma ci dice nello stesso tempo che di fatto giunge all’operaio la parte più piccola e più indispensabile del prodotto; solo quel tanto che è necessario affinché l’operaio viva, non come uomo ma come operaio, e propaghi non l’umanità, ma quella classe di schiavi, che è la classe operaia”. Prima contraddizione.
“L’economista ci dice che col lavoro ogni cosa si può comprare e il capitale non è altro che lavoro accumulato; ma ci dice nello stesso tempo che l’operaio ben lontano dal poter comprare ogni cosa, deve vendere se stesso e la sua umanità. [...] Mentre secondo l’economista il lavoro è l’unico mezzo con cui l’uomo ingrandisce il valore dei prodotti naturali, mentre il lavoro è la proprietà attiva dell’uomo, (l’attività con cui dovrebbe realizzarsi), il proprietario fondiario e il capitalista, che sono semplicemente divinità oziose, hanno la preminenza sull’operaio. [...] Mentre la divisione del lavoro aumenta la forza produttiva del lavoro [...] impoverisce l’operaio fino a ridurlo ad una macchina, (che soffre la concorrenza delle altre macchine)”. (E conclude che il lavoro come puro e semplice guadagno, profitto, sia dannoso e disastroso in queste condizioni, e risulta, senza che l’economista lo sappia, dalle sue stesse analisi).
(Verso la metà di pag. 19) c’è un altro punto: dice Marx, si intende che l’economia capitalistica considera il proletario, colui che senza rendita vive unicamente del lavoro, solo come lavoratore. Essa può sostenere il principio che egli, al pari di un cavallo, deve guadagnare lo stretto necessario per poter lavorare. Quel tanto che gli basti per vivere lui e per procreare degli altri operai. Non lo considera come uomo nelle ore non dedicate al lavoro, ma affida questa considerazione alla giustizia criminale, ai medici, alla religione, alle tabelle statistiche, alla politica e alla polizia. (Questo perché in questi operai, dopo le ore di lavoro di quell’epoca (14, 16 anche 18 ore), al di fuori del lavoro potevano spesso figurare per i medici, era diffuso il cercare di tirarsi su con l’oppio, oppure per la giustizia criminale).
Dice Marx, cerchiamo ora di rispondere a due domande. 1) Nello sviluppo dell’umanità che senso ha questa riduzione della maggior parte di essa a lavoro astratto (e alienato)? 2) Quali errori commettono i riformatori al dettaglio, che vogliono o elevare il salario o considerano l’uguaglianza del salario (come Proudhon) come il fine della rivoluzione sociale?
A questa seconda domanda Marx risponde subito in modo chiaro e preciso. Il problema è che non si tratta semplicemente di aumentare il salario, ma di abolire il sistema della proprietà privata e dei mezzi di produzione. Perché innalzare di poco il salario è solo una miglior paga degli schiavi. Non è alzare il salario che risolve, ma abolire questa struttura che gli uomini hanno prodotto.
Il profitto del capitale
Per quanto riguarda la parte sul profitto del capitale, è interessante il tema della concorrenza tra i capitalisti e della tendenza alla centralizzazione, cioè il fatto che nel capitalismo il pesce grosso mangia il pesce piccolo. Questo fenomeno è importante ai fini della rivoluzione, perché da un lato abbiamo un numero sempre minore di capitalisti ricchissimi, dall’altro masse sempre maggiori di proletari sfruttati.
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Marx, Manoscritti Economico Filosofici del 1844
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