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Capitolo 1: Introduzione

Molte persone sono convinte che la teoria sia qualcosa di astratto che non ha relazione con il mondo reale; in realtà la teoria è parte della vita quotidiana. Le teorie possono essere semplici o complesse secondo il numero di relazioni che esprimono (la teoria di Einstein per ex. è astratta, come anche quelle che analizzano gli effetti della criminalità sulla struttura sociale).

L'aspetto più importante delle teorie è che ne abbiamo bisogno per vivere; esse rappresentano un certo tipo di generalizzazione, spiegano cioè in che modo due o più eventi sono in relazione tra loro e in quali condizioni il fenomeno avviene. La generalizzazione dipende dal grado di conoscenza che usiamo in un dato momento, a sua volta essa è acquisita attraverso l'esperienza, l'intuizione, il senso comune o la conoscenza scientifica.

Così per esempio tutti conoscono le cause della criminalità: condizione familiare irregolare, mancanza di fede, frequentazione di cattive compagnie, la povertà e così via; queste spiegazioni sono in realtà delle teorie anche se non valide perché molto semplicistiche, infatti, non è vero che le persone in queste situazioni possono essere dei criminali, del resto le teorie implicano anche situazioni contrarie ovvero persone provenienti da ambienti familiari regolari, religiose e con buone frequentazioni siano immuni dal commettere reati.

Le teorie di tutti i giorni presentano il problema di essere spesso illogiche o il prodotto di osservazioni selettive e ci inducono in errore proprio perché il comportamento umano è complesso, ancora più complesse sono le teorie riguardanti la criminalità giacché devono spiegare comportamenti molto dissimili.

In che cosa consiste una buona teoria?

Si ritiene buona una teoria se è possibile sottoporla a verifica e se è congrua con i risultati della ricerca empirica. La scienza sociale condivide con quella naturale gli stessi criteri nel valutare la qualità di una teoria, la difficoltà esiste solo nella misurazione di alcune variabili (classi sociali) che non possono essere misurate nello stesso modo e con la stessa accuratezza di variabili quali il tempo o la distanza.

Pertanto una teoria è cattiva finché non saremo capaci di produrre risultati empirici e per questo avremo sempre bisogno di ulteriori verifiche e riesami. I migliori sistemi di verifica sono proprio le tecniche di misurazione multiple che ci consentono una validazione quantitativa. Si può procedere anche ad un approccio di tipo qualitativo che ci permette di risolvere i problemi legati al carattere contingente dei risultati empirici. I criteri qualitativi consistono nella:

  • Coerenza logica, significa che la teoria non deve proporre relazioni illogiche e che sia internamente coerente (il problema più diffuso è l'ordine temporale per questo si assume che un evento verificatosi dopo un altro ne sia stato la causa);
  • Capacità di dare valore a posizioni divergenti, significa che quando i risultati empirici indicano che ci sono due o più fatti opposti, piuttosto che avere una teoria che li spieghi singolarmente è meglio averne una in grado di conciliarli (teoria dell'associazione differenziale);
  • Capacità di sensibilizzazione, ovvero la capacità di suggerire nuovi ambiti di ricerca o nuove interpretazioni;
  • Notorietà, ovvero se una teoria diviene famosa presso i criminologi allora sembra essere una buona teoria.

Una buona teoria sarà dunque strutturata logicamente, confermata da risultati empirici e sostenuta da ricerche ripetute. Inoltre rende plausibili fatti diversi e ci rende consapevoli degli effetti che la situazione ha sul fenomeno che cerca di spiegare.

Tipi di teorie

Vi sono due tipi generali di teorie:

  • Teorie specifiche che mettono in risalto un problema particolare e formulano enunciazioni verificabili;
  • Le metateorie ovvero le teorie delle teorie, esse discutono dei tipi di concetti che dovrebbero essere usati, dell'approccio generale a ognuno di essi e del modo in cui le teorie specifiche dovrebbero essere costruite.

Classificare le teorie è abbastanza complicato, ma la classificazione è indispensabile poiché cerca di far luce sulle similitudini e sulle differenze tra esse.

Secondo il livello di astrazione distinguiamo:

  • Macroteorie (teoria dell'anomia e teoria del conflitto) che tracciano un quadro generale sul funzionamento del mondo (struttura sociale) e si concentrano sui tassi di criminalità, non parlano mai del comportamento individuale;
  • Microteorie (teoria del controllo sociale e teoria dell'apprendimento sociale) che spiegano come le persone diventano criminali (eziologia), focalizzandosi su individui o gruppi specifici;
  • Teorie ponte (teoria della subcultura e teoria delle opportunità differenziali) che tentano di spiegare sia il modo in cui la struttura sociale funziona (macroteoria) sia come le persone diventano criminali (microteorie).

Queste tre categorie possono essere esaminate anche sulla base dei punti focali oggetto della loro spiegazione, il livello di spiegazione di una teoria è proprio ciò che essa tenta di spiegare.

Secondo altri schemi classificatori troviamo la dicotomia tra:

  • Teorie classiche che focalizzano le loro analisi sugli ordinamenti legali, le istituzioni dello Stato e i diritti umani;
  • Teorie positiviste che si concentrano sul carattere patologico del comportamento criminale, sul trattamento e sulla correzione dell'individuo, adottando un metodo scientifico per lo studio dei fenomeni.

Possiamo suddividere ancora le teorie in:

  • Strutturali, analizzano l'organizzazione sociale e i suoi effetti sul comportamento (teorie della tensione);
  • Procedurali, tentano di spiegare come le persone diventano criminali.

Infine abbiamo ancora:

  • Teorie del consenso che si basano sull'assunto che tra gli individui di una società esista un certo grado di consenso (condivisione di valori comuni);
  • Teorie del conflitto che partono dal concetto che la società sia poco concorde e che le persone sono portatrici di conflitto (spiegano la criminalità partendo dai conflitti di classe).

Contesto sociale

Un ulteriore modo per comprendere le teorie consiste nel considerare la loro storia sociale poiché non è possibile comprendere una teoria senza conoscere il contesto in cui è nata. In ogni contesto si possono distinguere due aspetti principali: quello sociale ovvero il mondo attorno a noi e quello intellettuale che si riferisce all'influenza personale di docenti, amici, familiari e anche a volte di persone con cui lo studioso non ha avuto mai contatto.

Capitolo 2: La scuola classica (18° secolo)

La Scuola classica sviluppò diverse interpretazioni della criminalità e della giustizia penale: i maggiori esponenti di tale scuola sono Cesare Beccaria e Bentham, i quali sostenevano che le leggi e l'amministrazione giudiziaria dovevano basarsi sulla razionalità e sui diritti umani, e non sull'arbitrarietà, come si era fatto fino ad allora.

Contesto sociale

Il diciottesimo secolo conobbe grandi cambiamenti, la vecchia aristocrazia è messa in discussione e nasce una nuova classe sociale - la borghesia; si afferma anche l'etica protestante che legittima le aspettative delle persone di ottenere il successo attraverso il lavoro. La Chiesa e l'Aristocrazia si sentono minacciate da questi processi. Questo periodo fu caratterizzato anche da un alto livello di riflessioni teoriche e di espressioni artistiche e da due rivoluzioni quella americana e quella francese.

Anche il sistema giudiziario fu segnato da profondi cambiamenti, finora non vi erano leggi scritte ed erano applicate soprattutto ai ceti non aristocratici; la stessa inquisizione spagnola e romana utilizza le leggi solo per difendere la chiesa e lo stato.

Contesto intellettuale

Nel 1700 prevalsero le idee riformatrici, il naturalismo sosteneva che l'esperienza e l'osservazione potevano ampliare la comprensione del mondo specialmente se si usava la ragione. L'etica, la morale e la responsabilità divennero i principali temi di discussione e la teoria edonista tentava di spiegare il comportamento umano; secondo questa teoria l'individuo agisce automaticamente per massimizzare il piacere e minimizzare il dolore.

Secondo Bentham, la cui teoria divenne la base del concetto di deterrenza, il valore di tutti i piaceri e dolori era determinato dalla loro intensità, durata e certezza. Secondo la filosofia sono fondamentali i diritti naturali (vita, libertà e proprietà), lo Stato esisteva in base ad un contratto sociale con cui i cittadini accettavano di trasferire all'autorità statale solo la quantità di libertà necessaria a garantire la protezione dei loro diritti. Chiaramente questo contratto sociale tra popolo e Stato serviva agli interessi della borghesia che vedeva nello Stato l'erogatore ideale dei servizi quali porti, strade ecc.. Infine questo periodo fu contraddistinto dall'enfasi posta sul concetto di dignità umana proveniente dall'illuminismo.

Prospettiva teorica

La Scuola classica era, infatti, caratterizzata dall'importanza data agli esseri umani di essere persone razionali in grado di esprimere una libera scelta e che agissero secondo il principio dell'edonismo, ricercando il piacere e allontanando il dolore.

Secondo tale scuola, lo scopo principale della legge era quello di essere un deterrente al comportamento criminale: in pratica, il cittadino (essendo una persona razionale) doveva essere in grado di valutare le conseguenze del suo comportamento prima di agire, e quindi valutare che il piacere dell'azione illegale poteva portarlo ad una punizione da parte della legge.

La Scuola classica distingueva 2 tipi di deterrenza:

  • Una di carattere individuale, che doveva essere applicata all'individuo che avesse commesso un reato per infliggergli un dolore proporzionato al piacere ottenuto dalla commissione del reato;
  • Una di carattere generale, che servisse a scoraggiare i possibili reati, mostrando che un individuo punito non traeva guadagno dal suo reato.

Inoltre, secondo tale scuola, la legge doveva intanto rispettare i diritti di ogni persona e poi doveva essere uguale per tutti: si cercò, così, di sistematizzare le procedure legali (dividendo i reati in classi e tipi, distinguendo tra offese pubbliche e private, crimini contro la persona e contro la proprietà) e soprattutto riducendo al minimo l'arbitrarietà delle decisioni prese dai giudici (due process of law).

Beccaria denunciò la durezza e gli eccessi del diritto penale, in particolare della pena di morte e della tortura, invocando la necessità di proporzionare la pena al delitto: egli sosteneva, infatti, che nessun cittadino aveva diritto di togliersi la vita, per cui anche lo stato non poteva avere questa facoltà. La sua opera Dei delitti e delle pene ebbe un'importante funzione di stimolo e guida per la riforma dei codici penali di molti paesi europei e degli Stati Uniti d'America: infatti sia la rivoluzione francese che quella americana proclamarono le libertà fondamentali dell'individuo, in particolar modo il diritto alla vita, alla felicità, alla libertà (di pensiero, di parola e di stampa), l'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza distinzioni di ceto e dei principi democratici (divisione dei poteri, sovranità popolare, diritto all'istruzione).

Classificazione della teoria

La scuola classica può essere classificata come strutturale perché mette in risalto l'effetto delle istituzioni sociali sulle persone e come gli Stati emanano le leggi e in che modo la vita dei cittadini ne è influenzata. L'orientamento della scuola classica è dunque macroteorico anche se si possono ritrovare alcuni aspetti procedurali e microteorici.

Sviluppi attuali e implicazioni politiche

Oggi molti paesi si rifanno ai princìpi della Scuola classica, come i diritti individuali e il due process of law. Ma si rifanno anche:

  • Alla deterrenza, adottato soprattutto nei casi di pena di morte, guida in stato di ebbrezza e uso di stupefacenti in cui, però, ha scarso successo;
  • Alla razionalità, troviamo il concetto di "criminale razionale" ciò permette di far ricadere sul reo tutti gli aspetti del crimine, senza dividere le colpe con la società; questo evita i problemi legati alla rieducazione e alla riabilitazione con conseguente risparmio economico.

Capitolo 3: La scuola positiva (19°-20° secolo)

Il positivismo è un indirizzo filosofico fondato sulla posizione privilegiata della conoscenza scientifica e sperimentale, concepita come l'unica forma legittima di conoscenza della realtà. La parola "positivismo" fu utilizzata per indicare la caratteristica propria del sapere scientifico, inteso come un sapere "positivo", cioè rivolto alla realtà effettiva (in contrapposizione alle vuote astrazioni della metafisica), e pertanto valido perché verificabile sperimentalmente. La caratteristica comune tra coloro che studiavano la criminalità da una prospettiva positiva era soprattutto l'uso di tecniche di ricerca scientifica (come la raccolta dei dati per descrivere e spiegare tipi diversi di individui).

Contesto sociale

Negli ultimi anni del XIX secolo, grazie alle numerose invenzioni e scoperte la scienza divenne uno strumento importante per gli studiosi e il mondo conobbe una vera rivoluzione nel campo della conoscenza favorita dal progresso delle comunicazioni che riuscì ad avvicinare culture lontane. La scienza fu applicata ai problemi quotidiani e ciò creò l'aspettativa che lo studio scientifico potesse aiutare l'umanità.

Contesto intellettuale

L'estensione dell'uso della scienza nell'epoca positivista come possibilità per sviluppare e verificare la propria conoscenza era già stata affermata nella scuola classica; in questo contesto troviamo l'affermazione della filosofia positiva che sottolinea l'importanza dell'esperienza rispetto alla metafisica, il concetto di evoluzione (ancora prima delle teorie di Darwin) e l'emergere dell'antropologia.

Prospettiva teorica

Il lavoro di Comte promosse lo studio scientifico del comportamento sociale umano, dando importanza alla formulazione di ipotesi verificabili, all'uso di metodi comparativi, alla classificazione accurata delle società e allo studio dell'anormalità per comprendere la normalità. Il primo lavoro di criminologia di impronta positivista fu opera di Quetelet, uno statistico che applicò la teoria della probabilità alle scienze sociali studiando l'uomo in quanto unità di un gruppo sociale, estendendo lo studio ai tassi di criminalità e trovando variazioni nei tassi a seconda del clima e della stagione e rispetto al sesso e all'età.

Gli inizi del positivismo criminologico italiano vengono fatti risalire a Lombroso, Ferri e Garofalo: secondo il loro pensiero, dietro ogni delitto vi è un uomo, una persona che è importante studiare per risalire alle cause del delitto e, a partire da quelle cause, impostare programmi riabilitativi e preventivi. Infatti, la risposta all'azione reato si configura in termini di cura e difesa sociale: la pena è rieducativa. Lombroso ebbe un grande influsso sugli sviluppi della criminologia. Le sue opere, notevolmente influenzate da Charles Darwin, lo portarono a conclusioni radicali: il criminale è un selvaggio primitivo, rimasto a uno stadio precedente del processo evolutivo che ha portato all'uomo, e pertanto non in grado di comprendere il significato di leggi penali promulgate per individui a uno stadio di sviluppo più avanzato.

Egli diede un'identificazione clinica dei diversi tipi di criminale; distinse, in particolare, i delinquenti alienati, quelli abituali, quelli occasionali, quelli per motivi passionali e i delinquenti nati. Si interessò soprattutto a questi ultimi, caratterizzati, a suo vedere, da anormalità fisiche e psicologiche come la mancanza di moralità, nonché l'uso di espressioni gergali e di tatuaggi. Ferri, oltre a definire il delinquente nato, individuò altri fattori causali: fisici (razza, geografia, temperatura e clima), antropologici (età, sesso, psiche) e sociali (costumi, religione, economia).

Garofalo era scettico in merito alle cause biologiche della criminalità e riteneva che certe persone fossero meno sviluppate moralmente di altre. Seguendo i lavori di questi positivisti italiani, vennero compiuti vari lavori in campo biologico: furono esaminati i precedenti familiari dei criminali per individuarne l'ereditarietà, esaminando anche i gemelli per vedere se vi fosse una correlazione. Furono esaminate anche le caratteristiche fisiche in quanto si pensava fossero fondamentali per la predisposizione a commettere crimini, per ex. Sheldon distinse 3 somatotipi: l'ectomorfo, il mesomorfo e l'endomorfo (quest'ultimo aveva le caratteristiche del delinquente tipo).

Inoltre, si sostenne che il comportamento criminale potesse essere imitato, ragion per cui si diffonderebbe l'uso di tecniche omicide nuove e insolite.

Il positivismo del XX secolo

In campo biologico furono esaminati i precedenti familiari dei criminali per individuare un'ereditarietà che fu confermata dagli studi di Dugdale. Lo stesso Binet mise a punto dei test di intelligenza allo scopo di spiegare la criminalità attraverso il concetto di labilità mentale. Per le teorie della tipologia fisica vi sono det

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marilu1312 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Dino Alessandra.
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