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Il concetto di informazione

Gran parte dei problemi che occupano il nostro tempo quotidiano ha a che fare con l'informazione: trovare le informazioni che ci servono, organizzare quelle che già abbiamo, riconoscere le informazioni giuste da quelle sbagliate, tenere riservate le informazioni personali che ci riguardano, etc. Ma quanti di noi sono in grado di definire senza esitazioni la parola informazione?

Vediamo cose dice il dizionario della lingua italiana (Garzanti 2003), alla voce "informazione":

  • L'informare, informarsi.
  • Elemento che consente di avere conoscenza di fatti, situazioni, eventi, etc.
  • Notizia, ragguaglio (dare, prendere, chiedere informazioni).
  • Dato che si affida alla memoria di un computer (informatica).
  • Insieme dei messaggi ereditari contenuti nei geni dei cromosomi di una cellula (informazione genetica).

Nel senso comune tale termine viene utilizzato come sinonimo di dato, evento, notizia, conoscenza. La parola informazione possiede significati che spaziano in ambiti molto diversi tra loro.

Una definizione molto semplice e precisa, ci dice che: l'informazione si può considerare come la "percezione di una differenza". Questa definizione proviene da un grande studioso della comunicazione, Gregory Bateson, che intendeva l'informazione come "una differenza che produce una differenza". Per produrre notizia di una differenza, e quindi informazione, infatti, occorrono due entità (reali o immaginarie) tali che la differenza fra di esse possa essere percepita da una qualche entità elaboratrice di informazioni (un cervello, un sensore, un calcolatore, etc).

In che senso possiamo dire che l'informazione è la "percezione di una differenza"? Pensiamo un attimo ai nostri organi (vista, tatto, udito, etc), non registrano altro che differenze: silenzio con rumore, buio con luce; superficie liscia con superficie rugosa, etc. L'informazione non è semplicemente sinonimo di differenza.

La costruzione delle percezioni è condizionata dal processo che consiste nel cambiare le nostre sensazioni muovendo il nostro corpo e mettendo quei cambiamenti nelle sensazioni in relazione con questi movimenti volontari. Affinché vi sia informazione, la differenza deve anche essere percepita (es. l'albero che cade nella foresta non diventa informazione fino a quando qualcuno non lo vede o lo sente cadere; o le piccole scosse di terremoto che avvengono in molte regioni del pianeta, non diventano informazione dal punto di vista dell'uomo, fino a quando uno strumento, il sismografo, non ne rileva l'esistenza).

Il soggetto che percepisce la differenza non deve essere necessariamente un essere umano (es. animali e macchine). Considerare l'informazione in termini di differenze permette anche di elaborare un sistema per il trattamento quantitativo dell'informazione, misurando la quantità di possibili differenze diverse: si tratta dell'idea di base dell'informatica. Nell'informatica l'unità minima dell'informazione è il bit che rappresenta la quantità di informazioni contenuta in un evento o un oggetto con soli due stadi possibili. Se lancio una moneta il risultato (testa o croce che sia), rappresenta un bit di informazione; così come un contatto elettrico che può essere aperto o chiuso. In un dado da gioco, invece, le facce sono sei e quindi le informazioni contenute in esso sono maggiori (3 bit). Le informazioni contenute nelle lettere latine, sono ancora di più, essendo le lettere 26; ma ancora di più sono le informazioni contenute negli ideogrammi della scrittura cinese (che sono migliaia).

Quindi, si può dire che:

  • La quantità di informazione contenuta in un qualsiasi messaggio è direttamente proporzionale al numero di messaggi possibili.

Quanto abbiamo detto sopra si riferisce a un'informazione "pura". Ma tale informazione, definita come "percezione di una differenza", deve essere associata con qualcosa di diverso: con le aspettative del soggetto che la percepisce e/o con il contesto culturale in cui è inserito. È solo dall'incontro con questi elementi esterni (esseri umani, animali, macchine), che le informazioni diventano per noi qualcosa di importante a cui conferiamo un significato e che possiamo studiare da un punto di vista sociologico. Il problema del significato è fondamentale quando l'informazione è riferita agli esseri umani.

Riteniamo utile infine, qualche considerazione sui geroglifici egizi: questi "segni", per lungo tempo hanno costituito un esempio di informazione "pura", cioè di differenze percepite (i singoli segni impressi su papiro o su pietra, sicuramente non dovuti al caso), alle quali non si riusciva ad associare alcun significato, fino al 1799, anno della scoperta della stele di Rosetta. Questa ha permesso di identificare una struttura nella lingua dei geroglifici, tale da permettere l'interpretazione degli stessi, fino ad allora totalmente incomprensibili per archeologi e linguisti.

La teoria "matematica" della comunicazione

La parola "comunicazione" deriva da un'antichissima radice sanscrita "com" (mettere in comune), successivamente evoluta nel latino "communis" (comune) composto dall'unione di "cum" (insieme) e "munis" (obbligazione, debito, dono). In questa parola vi è un elemento che richiama la reciprocità, il vincolo collettivo; si tratta della stessa radice della parola "comunità". Studiare la comunicazione umana significa anche, in un modo o nell'altro, studiare la società: è questo ciò che giustifica l'esistenza di una "sociologia della comunicazione".

Partiamo, anche qui, dal significato della parola "comunicazione" riportato sul dizionario:

  • Il comunicare, ciò che si comunica (notizie, idee).
  • Contatto che permette di comunicare.
  • Insieme di strutture, impianti, mezzi, che permettono la comunicazione (comunicazioni terrestri, marittime, aeree, mezzi di comunicazione).
  • Trasmissione di informazioni mediante messaggi, da un emittente a un ricevente.
  • Comunicazione giudiziaria.

Il dizionario è un punto di partenza; per andare oltre, verso una comprensione più articolata del termine "comunicazione", diremo che va considerata come una "trasmissione di informazione". Questa visione, estremamente semplice e diffusa, è stata sistematizzata scientificamente nel secolo scorso, in quella che ancora oggi è conosciuta con la generica denominazione di "teoria matematica della comunicazione" o, più semplicemente, come "teoria dell'informazione".

Tale teoria scompone il processo comunicativo nei suoi elementi fondamentali, ovvero:

  • Una sorgente, in grado di elaborare un messaggio;
  • Un apparato trasmittente, che trasforma il messaggio codificandolo in modo appropriato in base al mezzo di comunicazione prescelto;
  • Un mezzo o canale di comunicazione, attraverso il quale il messaggio viene fatto viaggiare;
  • Una fonte di rumore, che può modificare, distorcere o deteriorare il messaggio;
  • Un apparato ricevente, che trasforma il messaggio ricevuto utilizzando le stesse regole di codifica dell'apparato trasmittente;
  • Un destinatario, che riceve infine il messaggio così decodificato.

Possiamo riscontrare gli elementi fondamentali del processo comunicativo in una conversazione telefonica, dove uno dei due interlocutori rappresenta la sorgente, il microfono del telefono converte i suoni delle parole in impulsi elettrici, che vengono inviati lungo l'infrastruttura telefonica fino all'altoparlante della cornetta all'altro capo del filo, che a sua volta converte nuovamente gli impulsi elettrici in suoni udibili dall'orecchio del destinatario.

Lo scopo della teoria matematica della comunicazione è quello di studiare le strategie migliori affinché il messaggio si trasmetta integro dalla sorgente al destinatario anche in presenza di rumore. Il modello di Shannon (principale autore di questa teoria), si applica non solo alle conversazioni telefoniche, ma anche alle conversazioni faccia a faccia così come ai processi di comunicazione tra uomo e macchina o tra macchina e macchina (es. 2 PC collegati fra di loro).

Si tratta complessivamente di una concezione che vede informazione e comunicazione alla stregua di oggetti fisici, confezionati, spediti e ricevuti come pacchi postali che viaggiano da un luogo a un altro (da qui deriva il nome di modello del pacco postale). Le strategie elaborate dalla teoria matematica della comunicazione per aumentare l'efficacia di una situazione comunicativa vanno nella direzione di:

  • Scegliere il canale di comunicazione meno soggetto a rumore e con maggiore larghezza di banda (intendendo come larghezza di banda la quantità di informazione, misurata in bit, che un certo canale è in grado di veicolare nell'unità di tempo; si tratta di una misura simile alla portata d'acqua di un fiume);
  • Scegliere un codice che sia il più possibile condiviso e robusto;
  • Codificare il messaggio in forma ridondante, per mantenere il messaggio integro anche in presenza di rumore.

Molto importante quindi risulta il codice, concepito dalla teoria matematica di comunicazione come un insieme di regole di corrispondenza tra i valori di un insieme A e quelli di un secondo insieme B; un esempio è il codice Morse.

Un'idea complessa della comunicazione

I segni che compongono un codice e le loro combinazioni possono essere studiati da almeno tre punti di vista diversi, conosciuti nelle scienze del linguaggio come:

  • Sintassi, che è lo studio dei singoli elementi di un codice e delle loro possibili combinazioni valide;
  • Semantica, che è lo studio delle relazioni tra il codice e gli oggetti che indica;
  • Pragmatica, che è lo studio delle relazioni tra il codice, coloro che lo usano e il loro comportamento conseguente a questo uso.

Questa distinzione può essere applicata anche a situazioni quotidiane, come ad esempio il codice della strada a proposito dei semafori.

La cibernetica

La cibernetica è la scienza che studia i meccanismi con cui gli animali, gli umani e le macchine comunicano con l'ambiente esterno e provano a controllarlo. Gli sviluppi della cibernetica spingono a favore di una visione che oggi chiameremmo olistica, ovvero centrata sull'intero sistema e sulla reciprocità delle relazioni tra i suoi elementi. I concetti chiave per capire la cibernetica sono:

  • Feedback.
  • Omeostasi.
  • Entropia.

I concetti semiotici concepiscono la comunicazione come un processo di trasformazione piuttosto che come un processo di trasferimento di informazione. L'accento è posto in questo caso sulla complessità e sui "misteri" dell'interpretazione. Nei modelli semiotici i problemi comunicativi (equivoci, incomprensioni, difformità interpretative), non sono viste come un'eventualità patologica dovuta a una codifica in accurata o a disturbi esterni al sistema, bensì come una possibilità insita in ogni comunicazione che, proprio in quanto trasformazione, è sempre in qualche modo imperfetta e imprevedibile.

L'apporto della "cibernetica" inserisce nella comunicazione un elemento di circolarità attraverso la nozione di "feedback" (ritorno, retroazione), che dà al destinatario della comunicazione un ruolo "attivo" nel processo di interpretazione. Con il richiamo alle radici etimologiche della parola, la sociologia riesce a concepire un ruolo completamente diverso di pensare alla comunicazione: essa deriva da un'antichissima radice sanscrita (com, con il senso di mettere in comune), successivamente evoluta nel latino communis (comune) composto dall'unione cum (insieme) e munis (obbligazione, debito, dono). Vi è dunque in questa parola un elemento che richiama alla reciprocità, al vincolo collettivo; in ultima analisi il sentimento fondante del vivere sociale: si nota subito che si tratta della stessa radice della parola "comunità".

Comunicare significa quindi anche condividere e la comunicazione può essere considerata perfino come uno dei collanti della società. Ora si apre una questione: quella dell'intenzionalità. Dobbiamo considerare come comunicative solo quelle situazioni nelle quali è presente un'intenzione esplicita e consapevole di condividere un significato, oppure tale intenzione è solo una componente accessoria?

Sulla risposta a questa domanda vi è discordanza fra scuole diverse, che confonde ancora, non solo gli studenti, ma anche gli stessi studiosi.

La scuola di Palo Alto

L'influente Scuola di Palo Alto (primi anni '60), equipara semplicemente la comunicazione al comportamento e "nega" così il requisito dell'intenzionalità. Secondo questa Scuola, qualsiasi comportamento in una situazione di interazione è comunicazione, anche nei casi in cui ci si sforza di non comunicare. Chiaramente anche nelle circostanze in cui vogliamo comunicare, il nostro comportamento parlerà per noi più di quanto vorremmo: un rossore del viso, una postura tesa, un sospiro, sono tutte forme di comunicazione. Da qui deriva il primo assioma della Scuola di Palo Alto: è impossibile non comunicare.

Al contrario, il sociologo canadese Goffman distingue tra l'espressione assunta intenzionalmente e l'espressione lasciata trasparire. Per Goffman va intesa come comunicazione in senso stretto solo la comunicazione intenzionale; tuttavia egli concentra la sua attenzione proprio sulle espressioni lasciate trasparire che sono quelle che offrono un terreno di studio eccezionalmente interessante e sicuramente correlato al tema della comunicazione.

Una definizione precisa della parola comunicazione è quella proposta dallo psicologo Luigi Anolli, che dice: la comunicazione è uno scambio interattivo osservabile tra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione.

In questa definizione, la comunicazione è anzitutto considerata come una forma specifica di interazione, ovvero di relazione nella quale ogni partecipante orienta la propria azione sulla base dei comportamenti, delle azioni o delle intenzioni osservate o attribuite ai propri interlocutori. I partecipanti (non si parla necessariamente di esseri umani), devono essere due o più, prefigurando l'esistenza di un contesto in cui la comunicazione prende forma. Ci deve essere l'intenzione e la consapevolezza. Il significato è condiviso (e non semplicemente trasmesso) grazie a sistemi simbolici che prendono la forma di codici e di linguaggi più o meno articolati.

Secondo Anolli, quindi, la presenza dell'intenzionalità distingue lo scambio comunicativo da un semplice scambio informativo. Tuttavia, su questo tema, gli studiosi sono ben lontani da un accordo; a complicare le cose, c'è il fatto che "l'intenzione" non è una grandezza discreta ("voglio o non voglio comunicare"), bensì un continuum ricco di sfumature non sempre facilmente riconoscibili nemmeno da parte dei diretti interessati, per non parlare di un osservatore esterno. Non solo: l'intenzione può assumere una direzione negativa, per esempio decidendo di non salutare una determinata persona che si incontra per strada o di non rispondere a una certa domanda.

Definire la comunicazione si rivela un'impresa molto difficile. Ai fini pratici possiamo tuttavia considerare la comunicazione come un processo di costruzione collettiva e condivisa del significato, processo dotato di livelli diversi di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità. Per quanto sopra, a ben vedere, la comunicazione si rivela un'impresa molto difficile. Chi ha provato a censire i molti modi di intendere la comunicazione, si è trovato di fronte a più di cento definizioni diverse (Dance e Larson 1976). Ai fini pratici, tuttavia, diciamo che possiamo considerare informalmente la comunicazione, come un processo di costruzione collettiva e condivisa del significato, processo dotato di livelli diversi di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità.

Comunicazione umana e comunicazione animale

Il soggetto della comunicazione può essere di volta in volta un essere umano, un gruppo, un'istituzione, ma anche un animale, una pianta. Gli animali comunicano tra di loro a tutti gli effetti; storicamente l'atteggiamento nei confronti della comunicazione animale è oscillato tra antropocentrismo e antropomorfismo.

Nel primo caso si tende a considerare l'uomo come unico depositario del "dono" della comunicazione, nel secondo caso, al contrario, si tende a "umanizzare" gli animali attribuendo a loro le stesse caratteristiche e dinamiche comunicative tipiche della nostra specie. Darwin, dimostrando la continuità filogenetica che lega Homo sapiens e scimmie antropomorfe, ha dato un duro colpo alle posizioni più rigidamente antropocentriche (come quelle sostenute per secoli dalla chiesa cattolica).

L'antropomorfismo è invece, una tendenza ancora molto diffusa a livello di senso comune: si manifesta, per esempio, ogni volta che guardiamo un cane ben addestrato, commentiamo: "gli manca solo la parola". Gli etologi risponderebbero che, se un cane ricevesse improvvisamente il dono della parola, probabilmente non saprebbe cosa farsene. La comunicazione animale viaggia infatti di solito su un piano completamente diverso da quello a cui siamo abituati. Le parole non servono, quando la comunicazione non si riferisce a dati fattuali (eventi accaduti, oggetti vicini).

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fabio.dipi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Paccagnella Luciano.
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