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Società, Istituzioni e cultura politica nei comuni italiani - Appunti

Appunti di Società, Istituzioni e cultura politica nei comuni italiani, in cui sono analizzati i seguenti argomenti trattati: dall'Impero ai poteri locali, la ruralizzazione dei funzionari pubblici cittadini, il potere dei vescovi e i suoi limiti fino alla fine del X secolo.

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Società, Istituzioni e cultura politica nei comuni italiani - Appunti
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I COMUNI ITALIANI Milani LA NASCITA DEI COMUNI La grande trasformazione: dall’impero ai poteri locali Nei secoli centrali del medioevo (X-XII) avviene una delle grandi trasformazioni fautrici dell’assetto politico europero. Fino al X secolo circa, l’impero continuò ad amministrare per mezzo dei suoi funzionari le circoscrizioni in cui era suddiviso: regni, comitati e marche. A partire dal X secolo però l’imperò entrò in crisi,e tra metà X e metà XII in questo vuoto, tutti i soggetti politici che avevano abbastanza potere, cominciarono a costruire dal basso nuovi poli di potere. Così i signori laici ed ecclesiastici che possedevano un congruo patrimonio fondiario organizzarono intorno a sé clientele militari e si appropriarono di diritti pubblici (amministrazione della giustizia, riscossione imposte, organizzazione difesa militare) che erano prerogativa dell’impero. Questa stagione è detta ordine signorile, e la presenza dell’impero non scomparve, infatti in alcuni momenti (fine X, metà XI, metà XII) i successori degli imperatori si imposero con più forza contro i poteri usurpati dai signori locali per restaurare la propria sovranità. Così la carta politica d’Europa divenne mosaicata. I comuni dell’Italia centro settentrionale, presero parte a queste evoluzioni, con caratteri propri e particolari, i comuni erano una forma di potere locale, molto diversa però dai poteri signorili del resto d’Europa. Ottone vescovo di Frisinga, nella spedizione del 1157 di Federico I nota che il mondo in Italia era alla rovescia: i nobili, che altrove costringevano all’obbedienza i sudditi, qui erano costretti a seguire ordini dai consoli delle città. La ruralizzazione dei funzionari pubblici cittadini Nei secoli precedenti la nascita dei comuni entrò in crisi la struttura di controllo imperiale nel regno d’Italia. In Italia vi erano i comitati, delle circoscrizioni designate dai sovrani carolingi, dopo aver sottratto l’Italia ai longobardi (774). comitati, erano più o meno estesi e governati da un conte (comes) che quasi sempre risiedeva in città, ed era nominato dal re al quale era legato da un rapporto feudale. Il radicamento di alcune famiglie franche nel ruolo di funzionari, fece sì che anche quando la dinastia carolingia si esaurì e in Italia si aprì una lotta tra gli aspiranti alla corona (fine IX) il potere dei conti nei comitati non venne meno. Progressivamente si osservò uno spostamento verso zone esterne alla città degli interessi politici dei conti, dei marchesi, e delle loro dinastie, su cui il regno, indebolito dalle lotte , andava perdendo le capacità di controllo. (ad esempio le cause si spostarono dal palazzo del conte alle tenute della nobiltà urbana). Comune all’area ex carolingia fu la tendenza degli ufficiali a sganciarsi dall’autorità del regno in dissoluzione mediante la dinastizzazione, accumulando possessi fondiari e costruendo una rete clientelare fondata sui vincoli feudali, per costruire signorie e farsele eventualmente riconoscere dal re. In Italia queste vie furono tentate tra il X e XI secolo, ma non ebbero quasi mai successo duraturo. Ci furono stirpi come gli Arduinici, i Canossa che provarono ad organizzare dominazioni, ma la difficoltà maggiore stava nel controllare ed imporsi sulla società urbana italiana, che era ricca organizzata rispetto alle popolazioni rurali più mansuete. Perciò in Italia le stirpi comitali e marchionali concentrarono i loro interessi nelle campagne abbandonando l’esercizio di potere nelle città. Quindi ci fu una ruEspandi »ralizzazione dei conti. Il potere dei vescovi e i suoi limiti fino alla fine del X secolo Per le società urbane la ruralizzazione dei conti costituì in un primo momento una fase di crisi, ma di questa ruralizzazione ne approfittarono i vescovi che acquisirono sempre più potere. Con lo spegnersi e la scomparsa della presenza imperiale in Italia tra metà IX e metà X secolo, i vescovi continuarono ad esercitare i poteri che già avevano nell’ordinamento pubblico dei carolingi. I sovrani franchi li avevano resi dei missi dominici, cioè supervisori e controllori di poteri pubblici, dal quale erano immuni probabilmente per evitare la corruzione. Dopo la fine dell’impero carolingio i re d’Italia, non più interessati al controllo centralizzato del territorio italiano, si prodigano a favore dei vescovi, accettando le loro richieste di innalzare fortificazioni e concedendo loro i diplomi di districtio (costrizione, consistente nel diritto di costringere la popolazione a pagare li imposte). Per mezzo di queste concessioni i vescovi acquisivano dal re potere di costruire castelli o di fortificare proprietà sulle terre che già possedevano, oppure su terre regie che il re donava loro in allodio (totale e piena proprietà); così facendo il re rinunciava ad una prerogativa del potere regio fondamentale, quella della protezione militare. Durante il X secolo le concessioni dei re d’Italia ai vescovi proseguirono, e aumentarono diventando molto significative, donando grandi quantità di terra pubblica e allargando la districtio su un territorio coincidenti con zone molto ampie, città, diocesi o addirittura comitati. Anche quando i vescovi acquisirono tutti questi diritti, essi non divennero mai conti, il progredire della loro organizzazione signorile, fondandosi su una condizione di immunità, non rientrò mai nella gerarchia funzionale che faceva capo all’imperatore. Quindi il potere dei vescovi va inteso come una supplenza del potere pubblico. Le città nella proliferazione signorile La ruralizzazione dei conti e il rafforzamento del potere vescovile mediante l’acquisizione di beni e diritti regi avevano lo stesso intento: costruire domini signorili approfittando dell’indebolimento del re. Il rafforzamento signorile di conti marchesi e vescovi sollecitava però una ridistribuzione delle terre anche ad altri, per creare rapporti feudali. Nelle città ad esempio i vescovi concessero la maggior parte dei beni ad aristocratici locali, anche come concessioni temporanee di terra per lunghi periodi in cambio di un canone o di alcuni obblighi. La generale moltiplicazione di potenziali signori ebbe 2 importanti conseguenze: 1) a livello sociale essa favorì la crescita e la definizione di un nuovo ceto, i milites, i clienti dei signori capaci di divenire signori a loro volta; 2) a livello economico, la necessità dei beni di lusso per mantenere una corte che si andava formando intorno ai signori, incrementò la produzione di beni oltre i livelli di sussistenza, e aumentò anche il commercio. Attorno al Mille i vescovi d’Italia centro settentrionale erano divenuti i maggiori detentori di terre della città, titolari di diritti di pedaggio, tasse sugli scambi, della giustizia, di riscuotere le multe. L’estendersi dei diritti signorili dei vescovi però li fece entrare in collisione con altri individui e gruppi: i grandi proprietari laici ed ecclesiastici che in campagna ed in città andavano costruendo dominazioni, ma in contrasto con la cittadinanza stessa che tentava di sottrarsi ai pagamenti (come a Cremona dove già nell’851 si entrò in contrasto tra cittadini e vescovo « Comprimi
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