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Capitolo 1: Alcune domande fondamentali

Che cos'è la psicologia sociale?

La psicologia sociale è lo studio scientifico del comportamento degli individui in tutti i contesti sociali, in quanto facente parte di una collettività organizzata e procede impiegando metodi di ricerca propri delle scienze empiriche.

Cosa studia la psicologia sociale?

Willelm Doise individua quattro diversi livelli in cui lo studio della psicologia sociale si colloca:

  • Intraindividuale: Riguarda la modalità con cui l’individuo analizza la realtà e costruisce un’immagine del mondo sociale che lo circonda.
  • Intragruppo: Studia le dinamiche interpersonali tra più soggetti che vivono una situazione di interazione.
  • Intergruppo: Studia le relazioni tra gruppi sociali differenti e il modo in cui l’appartenenza ad un gruppo sociale influenza l’immagine che ogni individuo ha di sé stesso e le relazioni che intrattiene con membri di gruppi diversi.
  • Collettivo: Vengono studiati i processi sociali legati al contesto culturale e storico in cui gli individui si trovano ad operare, prendendo in considerazione l’evoluzione degli atteggiamenti e dei comportamenti nel tempo, le differenze culturali, il sistema di credenze condivise.

Con quali modalità procede la psicologia sociale?

Gli psicologi sociali possono essere considerati a tutti gli effetti degli scienziati in quanto si avvalgono del metodo scientifico. Le tappe principali di tale approccio sono: formulazione della teoria, esplicitazione delle ipotesi, raccolta dei dati empirici, analisi dei dati e confronto tra i risultati ottenuti e la teoria.

Uno dei postulati di base dell’approccio scientifico è quello secondo il quale i fatti obbediscono ad un ordine logico. A questo scopo la scienza costruisce la teoria, ossia l’insieme di leggi espresse in una formula sintetica e sistematica che si basano su osservazioni e permangono vere finché non sono smentite da evidenze contrarie.

La caratteristica essenziale di una teoria consiste nella possibilità di essere confutata. Le ipotesi, dal momento che possono essere confrontate con dati empirici, costituiscono dei modelli di esplorazione reale. Ma come fa uno psicologo sociale a verificare le ipotesi? Innanzitutto essa va operazionalizzata, ossia trasformata in un’affermazione empiricamente osservabile. L’ipotesi non può essere testata direttamente, allora il ricercatore dovrà effettuare una trasformazione dei concetti in variabili, cioè entità rilevabili che daranno al ricercatore la possibilità di portare avanti il processo di verifica, con la raccolta dei dati e la loro analisi statistica. L’esito delle analisi comporta una decisione probabilistica sulla verità delle ipotesi formulate.

L'individuo della psicologia sociale

La psicologia sociale ha mantenuto la convinzione diffusa dell’individuo come essere pensante, capace di generare ragionamenti, valutazioni e inferenze. Questa concezione assume comunque, all’interno della disciplina, diverse interpretazioni. Tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta la teoria della dissonanza cognitiva di Festinger e la teoria dell’equilibro di Heider vengono ispirate da una concezione dell’individuo come ricercatore di coerenza motivato a ricercare l’equilibrio fra le credenze che possiede, da una parte, e il proprio sistema di credenze e il comportamento messo in atto, dall’altra.

Secondo questa prospettiva l’individuo che avverte un’incongruenza tra un suo atteggiamento e un suo comportamento avverte una sgradevole attivazione fisiologica che funge da spinta per recuperare l’equilibrio. Il cambiamento di atteggiamento diventa un’opportunità per l’individuo di ristabilire la coerenza cognitiva. Da questa prospettiva si comprende come la realtà sociale dell’individuo sia orchestrata non solo da fattori puramente cognitivi ma anche da fattori motivazionali.

Negli anni settanta la ricerca psicosociale si concentra soprattutto sul modo in cui l’individuo elabora l’informazione che proviene dal suo mondo sociale: sul modo in cui l’individuo percepisce se stesso e gli altri, sui processi di pensiero coinvolti nella categorizzazione della realtà, sulla rappresentazione mentale che ne scaturisce e sul modo in cui queste rappresentazioni influenzano giudizi e comportamenti. In questo periodo vengono elaborate le teorie dell’attribuzione e le teorie implicite di personalità. Le prime si interessano alle modalità con cui gli individui si raffigurano i nessi causali degli eventi sociali e dei comportamenti. Le seconde guidano lo sviluppo e l’elaborazione delle impressioni complesse sugli altri.

Le teorie dell’attribuzione e le teorie implicite di personalità poggiano su una concezione dell’individuo inteso come uno scienziato ingenuo, un organismo pensante che se ha tempo e risorse cognitive disponibili, si impegna ad elaborare razionalmente le informazioni e che vuol arrivare ad una definizione della realtà. Ma poiché a volte tende a fidarsi della propria intuizione o a prendere in considerazione fattori secondari trascurando quelli più importanti, l’informazione che lo scienziato ingenuo produce può non essere corretta. Se il bisogno principale del ricercatore di coerenza era quello dell’equilibrio tra le proprie credenze cognitive, il bisogno essenziale dello scienziato ingenuo è quello di poter fare delle previsioni riguardo le situazioni e i comportamenti per giungere ad un controllo sugli eventi. E per fare questo si comporta come uno scienziato che effettua una precisa analisi cognitiva sulle informazioni riguardanti un fenomeno.

Ben presto questo modo di concepire l’individuo mostra i propri limiti. Lo scienziato ingenuo, infatti, non si pone allo stesso modo nei confronti di tutte le informazioni che riguardano un dato evento. Alcune informazioni sono elaborate in modo dettagliato e attento, altre vengono prese in carico dal sistema cognitivo senza un grosso dispendio di risorse. I ricercatori psicosociali intuiscono presto che l’individuo non ha le capacità di elaborare in modo dettagliato tutti i dati, in quanto avendo limitate risorse cognitive, in alcune circostanze deve mettere in atto delle strategie di elaborazione che gli consentono di risparmiare tempo e sforzi, un economizzatore di risorse cognitive che cerca costantemente un compromesso tra un’elaborazione accurata ed esaustiva che però risulta più rapida e offre il vantaggio di lasciare libere parti delle risorse del sistema.

In anni più recenti le ricerche psicosociali hanno messo in evidenza che l’individuo nell’elaborare le informazioni sceglie strategie che preferisce in base alle sue necessità ed ai suoi obiettivi.

Fino a che punto siamo consapevoli dei nostri pensieri?

Dal momento in cui le ricerche hanno focalizzato l’attenzione sul ruolo delle risorse di elaborazione è apparso evidente come non tutta l’attività della mente umana sia di tipo consapevole. Compiti routinari possono essere svolti in maniera automatica. Quando la quantità di attenzione destinata ad un compito non raggiunge un livello soglia l’individuo rimane all’oscuro di quella particolare attività della sua mente. Sin dalla formulazione dei primi modelli dei processi cognitivi di base è stato evidenziato come nel campo della percezione ed in quello della memoria l’elaborazione delle informazioni possa avvenire secondo modalità di cui gli individui non sono consapevoli.

Anche molti comportamenti sociali richiedono la messa in atto di procedure routinarie; pensiamo ad esempio ai processi di categorizzazione o giudizio sociale che vengono attivati nella maggior parte delle nostre interazioni sociali. Nell’elaborazione delle informazioni sociali, una parte consistente dei processi in gioco si svolge in maniera automatica. Quando parliamo di processi automatici ci riferiamo ai processi cognitivi che avvengono al di fuori della consapevolezza, involontari, non intenzionali ed eseguiti senza sforzo cognitivo. Ci riferiamo ai processi “controllati” quando indichiamo i processi cognitivi che sono sotto il controllo flessibile, intenzionale dell’individuo, in questo caso il processo attivato comporta riflessione a carico cognitivo.

Capitolo 2: Percepire e comprendere gli altri

La vita sociale è interazione. Dal primo incontro, dal primo istante di conoscenza, vengono messi in atto processi psicologici (alcuni consapevoli, altri al di fuori della nostra volontà) tesi a costruire una rappresentazione della persona che abbiamo di fronte. Sarà proprio la rappresentazione che abbiamo costruito a fungere da modello per inferire cosa ci si deve aspettare da questa persona, cosa è opportuno dire e cosa invece tacere.

Formarsi un’impressione delle persone con cui entriamo in contatto costituisce quindi il nodo fondamentale dell’interazione sociale, un adempimento senza il quale risulta impossibile anticipare comportamenti di chi ci sta intorno e regolare il nostro comportamento in funzione di chi abbiamo di fronte. L’insieme dei sistemi che ci portano alla costruzione di questa rappresentazione viene identificato con il termine percezione sociale.

La percezione sociale deve comportarsi come un sistema estremamente efficace: in molte situazioni il modo in cui ci comportiamo di fronte agli altri è di importanza cruciale per il nostro benessere o per il nostro successo, pertanto abbiamo bisogno di un insieme di procedure sufficientemente affidabile. In secondo luogo il sistema di formazione di impressioni di personalità deve operare in modo euristico, vale a dire che deve fornirci delle risposte anche in assenza di informazioni complete. Per fare questo è necessario andare oltre il lato immediato, dobbiamo necessariamente trarre inferenze da ciò che vediamo e utilizzarle per formarci il più velocemente possibile un sistema di aspettative che ci permettano di pianificare il nostro comportamento nei confronti della persona che abbiamo di fronte. Infine la percezione sociale deve essere flessibile: deve cioè essere in grado di valutare uomini e donne, bambini e persone anziane, persone simili a noi e persone molto diverse. Deve tener conto delle caratteristiche della situazione in cui avviene l’interazione sociale e deve essere in grado di riconoscere quando sta costruendo rappresentazioni inadatte a spiegare e ad anticipare il comportamento di chi ha davanti, deve saper correggere l’eventuale impressione iniziale erronea.

Probabilmente il modo più proficuo di procedere consiste nel definire la formazione di impressioni di personalità come un processo sequenziale che chiama in causa meccanismi cognitivi diversi ad ogni stadio. Il modello sequenziale di Gilbert descrive tre stadi sequenziali di elaborazione delle informazioni nella formazione di impressioni di personalità:

  • Categorizzazione: In cui vengono prese in considerazione le caratteristiche percettive dell’individuo e il suo comportamento.
  • Caratterizzazione: In cui vengono inferite le caratteristiche disposizionali capaci di elicitare il comportamento osservato.
  • Correzione: In cui vengono prese in esame le caratteristiche della situazione in cui il comportamento si è manifestato e si valuta la possibilità che la persona abbia manifestato tale comportamento spinta da vincoli situazionali piuttosto che disposizioni interne.

Sempre secondo Gilbert l’ultimo stadio del processo descritto è meno automatico, è necessario destinare a questo processo una discreta quantità di risorse cognitive. La tendenza a inferire tratti corrispondenti ai comportamenti osservati prende il nome di errore fondamentale di attribuzione.

Il processo di categorizzazione

Gilbert parla esplicitamente di categorizzazione intendendo con questo termine l’inclusione del dato percettivo in una più ampia categoria astratta di giudizio, si tratta di interpretare ciò che osserviamo alla luce delle conoscenze che ciascuno di noi possiede sul proprio mondo. Per alcuni si tratta di inclusione di un individuo in un gruppo noto di cui si possiede una qualche forma di conoscenza astratta.

Dagli indizi percettivi alla percezione di una persona

Il panorama delle ricerche sulla formazione di impressioni è stato dominato a lungo dalla contrapposizione fra due filoni di ricerca molto diversi. Il primo approccio è quello di Salomon Asch. L’impostazione gestaltista di questo autore lo portò a concepire il funzionamento dei meccanismi della percezione sociale in modo analogo a quanto avviene nella percezione visiva in cui i singoli componenti di una figura complessa si integrano fra loro in base ad un principio di buona forma, chiamata appunto Gestalt in tedesco. In base a questo principio il risultato di un processo percettivo è qualcosa di diverso dalla somma delle sue componenti, è un’esperienza nuova che non può essere ricondotta ai singoli elementi di informazione che l’hanno generata. Ogni persona che incontriamo viene vista come una unità, un insieme inestricabile di caratteristiche che interagendo fra di loro danno luogo ad un percetto complesso.

Di diverso avviso è Anderson, il quale definisce il risultato del processo di percezione sociale come l’integrazione algebrica dei singoli elementi di informazione di cui veniamo in possesso. In questo senso l’impressione di personalità che una persona ci restituisce è esattamente la somma del valore associato ai tratti che riconosciamo in lei.

Nel modello di Asch l’interazione dinamica fra i tratti fa emergere le caratteristiche centrali delle personalità e attorno a queste si organizzano tutte le altre informazioni che via via si rendono disponibili. Il risultato di questo processo è un percetto unitario in cui non sono più riconoscibili i singoli frammenti che hanno contribuito alla costruzione. Uno dei risultati più suggestivi a tal proposito è l’effetto che produce l’ordine in cui vengono fornite le informazioni. Gli esperimenti di Asch dimostrano che nel primo caso tendiamo sistematicamente a formarci un’impressione più positiva che nel secondo. In prima istanza un risultato come questo è difficilmente compatibile con un modello algebrico di integrazione delle informazioni in cui, come sappiamo, modificando l’ordine degli addendi l’esito dell’operazione non cambia.

Anderson afferma che la variabile cruciale riguarda il giudizio sul valore di ogni singolo tratto che i soggetti forniscono prima che i tratti vengano utilizzati per descrivere una persona. Egli dimostra come il giudizio complessivo lungo una dimensione favore-sfavore di una persona, di cui sono note alcune caratteristiche, possa essere stimato con precisione a partire dalla conoscenza del valore attribuito da ciascun soggetto ai singoli tratti. Effetti di interazione tra tratti sarebbero pertanto frutto di un’errata valutazione dei soggetti sul modo in cui sono giunti a formarsi un’impressione di personalità. Nel modello di Anderson infatti, l’integrazione delle informazioni avviene in modo automatico e inconsapevole.

La diatriba fra le due distinte visioni del processo di percezione di persone che abbiamo descritto non può essere risolta a favore dell’uno o dell’altro modello.

Il modello del continuum di Fiske e Neuberg

Il modello del continuum prevede che non vi sia un’unica modalità per formulare un giudizio sulle persone che incontriamo; piuttosto la valutazione viene costruita utilizzando strategie diversificate. Si va da un estremo del continuum in cui il giudizio è basato sull’integrazione delle informazioni individuali fino ad un estremo in cui queste vengono completamente tralasciate in favore di conoscenze stereotipate. Il processo fondamentale di impressione di personalità viene descritto nel modello come una sequenza di fasi.

Innanzitutto la persona che incontriamo viene in modo automatico caratterizzata sulla base di tratti percettivi evidenti quali capelli, occhiali, colore della pelle, accessori di abbigliamento. Questa operazione è del tutto automatica e inevitabile. A questo punto vi è una biforcazione nel percorso che può prendere l’elaborazione: se la persona che abbiamo di fronte ha in qualche modo suscitato il nostro interesse approfondiremo il processo di elaborazione. Se invece si tratta di un contatto occasionale, il processo può arrestarsi a questo punto. Nel caso si arresti, ciò che otteniamo è un giudizio superficiale. Se invece la persona che abbiamo di fronte ha suscitato in noi qualche interesse il sistema cognitivo alloca una certa quota di risorse destinate ad un analisi più raffinata delle caratteristiche della persona da giudicare. Queste risorse vengono utilizzate per l’attivazione di categorie di giudizio specifiche con le quali il soggetto da valutare viene confrontato. Se le categorie risultano adatte a descriverlo il processo può arrestarsi. Se le caratteristiche non combaciano a sufficienza con le categorie di giudizio attivate è possibile formulare il giudizio basandolo sulle caratteristiche individuali che vengono integrate fra loro fino a formulare un’immagine coerente della persona che abbiamo di fronte ma questo processo può avvenire solo al prezzo di un’ulteriore allocazione di risorse di elaborazione.

Giudizi formulati con largo impiego di informazioni stereotipate avvengono in modo molto simile a quanto Asch immaginava accadere. Giudizi individualizzati sono invece ottenuti aggregando fra loro le informazioni specifiche di un singolo individuo in modo analogo al modello di Anderson. In sostanza il modello prevede che, maggiore è la motivazione ad avere una rappresentazione dettagliata di una persona, più elevata sarà la quantità di risorse che il sistema cognitivo è disposto a dedicare.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tobi93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e metodi della psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università Maria SS.Assunta - (LUMSA) di Roma o del prof Scopelliti Massimiliano.
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