Psicologia della memoria
Sintesi del volume di Maria Antonella Brandimonte
Indice
- Parte prima: Cosa ricordiamo
- Parte seconda: Misure e paradigmi della memoria
- Parte terza: Perché ricordiamo
Parte prima: Cosa ricordiamo
1. Passato e presente
La memoria non è semplicemente elaborazione di idee, sentimenti ed emozioni passate, nonostante il senso comune la consideri così. Anche essere consci di sé è un atto di memoria. La capacità di integrare nuove informazioni o combinare diversamente informazioni note richiede una forma di memoria legata alla coscienza di ciò che è qui e ora. Tutti i compiti che svolgiamo quotidianamente richiedono la presenza di atti di memoria – “presente consapevolezza” (nella definizione di Baddeley e Wilkins 1984 e di Meacham e Leiman 1982). Ricordare un numero di telefono o suonare il violino richiedono processi mnestici diversi, rispettivamente espliciti e impliciti, che però richiedono un’integrazione di passato e presente.
1.1 Ricordare un numero di telefono
Perché ci sia ricordo deve essersi verificata una qualche forma di apprendimento. L’informazione deve essere acquisita (codifica), conservata (ritenzione) e reperita per il suo utilizzo (recupero). Queste tre fasi non sono necessariamente sequenziali ma rappresentano lo schema di funzionamento del processo di memoria. La strategia più comune per immagazzinare l’informazione è la sua reiterazione (reharsal). La codifica si riferisce all’elaborazione dell’informazione per il suo successivo inserimento in memoria (es. suddividere un numero di telefono in gruppi di numeri cui è possibile attribuire un significato) ed è diversa per ciascun individuo.
Lo stesso contenuto, inoltre, può essere registrato in memoria tramite un codice (visivo, fonologico, semantico, motorio…) oppure tramite più codici (codifica multidimensionale). Il codice è un insieme di regole e operazioni tramite le quali la mente dà all’informazione in una forma che può essere conservata in memoria. La decodifica è il processo inverso, tramite il quale la mente recupera l’informazione dalla memoria.
Gli studiosi affermano l’esistenza di due livelli di codifica: superficiale e profonda, secondo la quantità di elaborazione cui lo stimolo è sottoposto (Crack, Lockhart 1972). Più profonda è l’elaborazione, più probabile è la ritenzione a lungo termine. Ad esempio è più probabile qualcosa che sia stato elaborato tramite connessione ad altri elementi con significato. Queste connessioni saranno cruciali per il recupero dell’informazione.
Nel 1940 Katona riteneva che la chiave di tutto il processo fosse l’organizzazione, processo inseparabile dalla memoria, tramite la quale item diversi vengono organizzati, secondo determinate caratteristiche, in categorie di ordine superiore dette anche unità concettuali (Lockhart) o percettive (Wertheimer).
Nel 1956 Miller ha coniato la definizione di chunk per definire le unità di base di informazione di memoria. Il processo di chunking consiste nella suddivisione del materiale da ricordare in unità di significato più ampio. Il chunk, in quanto unità di base di informazione, può essere una sola lettera o un gruppo di lettere dotate di significato. Il chunking facilita i processi di codifica e recupero dell’informazione poiché riduce la quantità di materiale da elaborare; in generale tutti i processi di organizzazione sono più efficaci a questo scopo.
È stato dimostrato che l’apprendimento è più facile se gli item da ricordare vengono presentati in blocchi della stessa categoria (Ellis, Hunt) ma che si tende spontaneamente a far ricorso a chunking anche con item che apparentemente non hanno nulla in comune (Tulving – organizzazione soggettiva).
La capacità di ricordare organizzando il materiale in unità con significato si sviluppa con l’età. Si suppone che i bambini non facciano uso di strategie mnestiche. Le prime strategie di ripetizione (reharsal) compaiono verso 7 anni di età e sono di tipo non cumulativo (ossia i bambini ripetono una parola alla volta), mentre le strategie di ripetizione degli adulti sono di tipo cumulativo (si tende a ripetere gruppi di parole).
La forma di memoria che permette di ricordare un item giusto per il tempo del suo immediato utilizzo è nota come memoria a breve termine, contrapposta alla memoria a lungo termine, quella forma che ci permette di trattenere un’informazione anche per tutta la vita. Questa definizione non tiene tuttavia conto di altri elementi, quali il sistema coinvolto nel ricordo, la natura della rappresentazione, il meccanismo sottostante al ricordo. Anche in compiti di memoria a breve termine infatti si utilizzano elementi appartenenti alla memoria a lungo termine.
La stessa distinzione tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine fa riferimento anche a strutture neuroanatomiche. Esiste inoltre una memoria di lavoro, che mantiene ed elabora le informazioni durante i compiti cognitivi; rappresenta quindi il nostro presente. Inoltre, ci aiuta a trasformare il passato in presente e a integrare il vecchio con il nuovo. Ha capacità limitate e trattiene il ricordo solo per tempi brevissimi.
1.2 Ricordare immagini
La memoria ha la straordinaria capacità di “rivedere” nella mente immagini che non sono più davanti agli occhi. L’immaginazione produce una rappresentazione fondata sulla percezione ma distinta da essa. I contenuti dell’attività immaginativa sono determinati dai processi percettivi che li precedono sempre. Quindi anche le singole parti di un’immagine mentale sono (o meglio sono state) percetti.
Ma immaginazione e percezione sono due processi distinti. Uno fa riferimento all’assenza di stimoli esterni (immaginazione) e le immagini sono instabili: permangono per breve tempo a meno che non vengano costantemente rigenerate; l’altra è subordinata alla presenza di stimoli esterni ed è stabile: i percetti tendono a permanere finché permane lo stimolo esterno. Inoltre, i percetti non sono alterabili a piacimento mentre le immagini mentali lo sono. La percezione, infine, funziona continuamente ed indipendentemente dalla volontà, a differenza dell’immaginazione.
Si definisce immagine mentale un tipo di rappresentazione. Si è lungamente ritenuto che le immagini mentali fossero troppo soggettive per divenire oggetto di studio, ma l’avvento del cognitivismo ha posto notevole interesse in quest’area di ricerca. Allan Pavio fu il primo a teorizzare l’esistenza di due sistemi distinti per il ricordo di parole e di immagini (teoria del doppio codice). Unanimemente oggi si concorda che l’immagine mentale, presente alla coscienza, sia diversa dal concetto di rappresentazione immaginativa, ossia le informazioni presenti in memoria a lungo termine e necessarie per formare l’immagine.
Si suppone che la memoria a lungo termine contenga anche le “istruzioni”, o regole di costruzione, formatesi in esperienze passate, per la costruzione dell’immagine nella memoria attiva.
1.3 Ricordare esperienze della propria vita
Il concetto di “memoria autobiografica” si riferisce al ricordo di “informazioni legate al sé”. È da tenere presente che la memoria vera e propria è un insieme di “pezzi” di esperienza e delle loro ricostruzioni. Esistono tre livelli di memoria autobiografica:
- Livello dei periodi di vita lunghi: si riferisce ad estesi periodi della vita dell’individuo e rappresenta un livello astratto della conoscenza autobiografica che incorpora conoscenze di persone, di stati d’animo, etc.
- Livello degli eventi generali: è più specifico e si riferisce ad episodi ampi ed eterogenei misurati in periodi relativamente brevi (vacanze, malattie, etc.)
- Livello della conoscenza di eventi specifici: rappresenta la conoscenza percettiva e sensoriale che dura da qualche secondo ad alcune ore (fatti temporanei).
Lo studio della memoria autobiografica risale a Sir Francis Dalton, che sviluppò la tecnica della parola-cue (o metodo di Crovitz, lo studioso che lo ha affinato). Presentando parole ad alcuni soggetti, veniva chiesto di associarle ad un ricordo e di datare il ricordo stesso. I soggetti mostrarono di ricordare maggiormente episodi più recenti. Ciononostante, alcuni “agganci” (cues) presenti in certe circostanze permettevano di recuperare ricordi anche remoti.
Nella memoria autobiografica, inoltre, i ricordi possono essere distorti, inaccessibili o persino falsi. Rabbitt e Winthorpe (1988) criticano il metodo sostenendo che produce un bias nel tipo di ricordi che vengono recuperati. Se presentate parole-cue, i soggetti tendono a ricordare cose meno personali, contrariamente a quanto avviene se viene chiesto ai soggetti di ricordare semplicemente qualcosa del passato.
I ricordi inoltre sono soggetti a numerose distorsioni. Spesso sono i dettagli ad essere ricordati con meno precisione; le persone tendono naturalmente a “riempire” le falle del ricordo con dettagli inferenziali, spesso derivati da episodi simili (repisodic memory – Neisser 1981). Esiste infine l’amnesia infantile, ossia la difficoltà o incapacità di ricordare eventi dei primi due/tre anni di vita e la conseguente ricostruzione di questi ricordi sulla base dei racconti di altri.
1.4 Ricordare emozioni
Le emozioni rivestono enorme importanza per il ricordo o per l’oblio. Eventi di grande peso emotivo sono ricordati con più vividezza e la stima della vividezza del ricordo ha forte correlazione positiva con la stima della forza emozionale dell’evento. Ma vividezza non significa necessariamente accuratezza. Per gli studiosi non è sempre possibile risalire alla veridicità dell’accaduto e quindi misurare l’accuratezza del ricordo. Brown e Kulik (1977) definirono flashbulb memories i ricordi correlati ad un evento particolarmente importante (es. dove erano, con chi erano e che cosa facevano i soggetti sperimentali nel momento in cui avevano appreso della morte di Kennedy).
Le flashbulb memories sono ricche di dettagli e si ritenne che fossero dovute ad un meccanismo neuronale, definito now print, che “stampa” nella memoria a lungo termine un incredibile numero di dettagli in seguito ad un evento particolarmente importante. Il “peso” dell’evento “carica” il meccanismo e scatta l’istantanea.
Neisser e Harsch (1992) hanno confutato questo studio comparandolo con i ricordi di alcuni soggetti a distanza di molto tempo sullo stesso evento. I risultati furono che le flashbulb memories erano labili e soggette ad oblio. Tuttavia alcune flashbulb memories sono davvero accurate e persistenti ma queste caratteristiche dipendono dal significato che l’evento ha per ciascun soggetto (McCloskey, Wiblo, Cohen 1988; Neisser 1996) e dalla ripetizione dell’evento nel tempo.
1.5 Ricordare procedure
È facilmente dimostrabile il ricordo di “come si fa” qualcosa solo dimostrando di saperlo fare. Gli studiosi parlano di memoria procedurale, per distinguerla dalla memoria dichiarativa che si riferisce invece alla conoscenza di fatti direttamente accessibili alla coscienza (Cohen, Squire). La memoria procedurale è relativa ad abilità non solo motorie ma anche di altro tipo, come la soluzione di problemi, che richiedono forme di “apprendimento senza ricordo” sul “come si fa qualcosa”. Questo tipo di memoria è implicito, non consapevole e automatico.
1.6 Il lato oscuro della memoria: falsi ricordi e oblio
Nel 1992 nacque la “False Memory Syndrome Foundation”, dedita allo studio delle ragioni della presenza in alcuni soggetti di ricordi traumatici di eventi mai effettivamente verificatisi. La sindrome da falsi ricordi è in realtà solo una piccola parte dei fallimenti mnestici cui la nostra memoria va incontro, con conseguenze più o meno gravi.
Schachter (2002) ha suggerito di dividere i diversi fallimenti mnestici in sette tipologie, a loro volta appartenenti a tre categorie diverse:
- Fenomeni di oblio: transitorietà, distrazione, blocco mentale
- Fenomeni di distorsione: erronea attribuzione, suggestionabilità, bias
- Ricordi patologici: persistenza
I fenomeni di oblio riflettono la riduzione dell’accessibilità al ricordo, l’inattenzione o un’elaborazione superficiale che determina oblio (vuoti di memoria) e la temporanea inaccessibilità ad informazioni della memoria a lungo termine (blocco).
Ebbinghaus, il padre della ricerca sperimentale sulla memoria, studiò su sé stesso le capacità di ritenzione e oblio, arrivando a definire la “curva dell’oblio”, utilizzando i “punteggi di risparmio” (il tempo necessario per giungere, tramite successive reiterazioni, alla “completa padronanza” del materiale). Il decremento della percentuale di risparmio non è costante bensì maggiore nel brevissimo periodo e più lento nel lungo periodo.
Benché l’esperimento di Ebbinghaus fosse limitato ad un solo soggetto (lui stesso) e per questo sia stato criticato, altri studi hanno mostrato che le curve dell’oblio rilevate in test successivi sono più accurate.
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Psicologia dell'apprendimento della memoria
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