L'affermarsi della pedagogia come scienza dell'educazione
I processi educativi e formativi — come accade in tutte le scienze umane — hanno bisogno di appositi strumenti di analisi, riflessione, proposta e intervento. Il più antico sapere che si è costituito a questo scopo è la pedagogia, termine con cui oggi indichiamo:
- Le conoscenze intorno all’educazione (le teorie elaborate in campo educativo);
- La gestione dell’azione educativa (l’organizzazione degli interventi attraverso cui si svolge il processo educativo).
Nelle considerazioni che seguono presenteremo il lungo e complesso costituirsi della pedagogia in sapere autonomo, con proprie caratteristiche e metodi di indagine fino al costituirsi del paradigma delle scienze dell’educazione.
Dalla “pedagogia” letteraria e filosofica alla pedagogia come sapere specifico
Della parola pedagogia abbiamo testimonianze fin dall’antica Grecia. Una delle prime volte in cui la si trova è in una tragedia di Euripide, ma già nei poemi omerici si parla di Fenice “pedagogo di Achille”. Il “pedagogo” era lo schiavo colto o il liberto incaricato di provvedere al fanciullo (=pais) e di guidarlo (=ago) al di fuori della scuola e della palestra (talvolta nel parlare corrente si confonde il “pedagogo” con il “pedagogista” che è invece, nel linguaggio contemporaneo, lo studioso di pedagogia).
Occorre tuttavia attendere la fine del XVI - inizio del XVII secolo per intravedere gli albori della costituzione in sapere autonomo della pedagogia, sapere che diventa disciplina universitaria (acquisendo in tal modo il riconoscimento della sua dignità scientifica) a partire dagli ultimi decenni del XVIII secolo (le riflessioni di K sulla pedagogia [1803] non sono altro che la sistemazione degli appunti di un corso universitario curata da un allievo). Non si può, dunque, parlare di pedagogia nel senso moderno e corrente del termine, fino alla elaborazione delle varie Rationes studiorum prodotte dal mondo protestante e da quello cattolico all’indomani della Riforma Religiosa (la più celebre Ratio fu quella dei padri gesuiti definita nel 1599) e alle opere di autori come Wolfang Ratke (1571-1635) e Jan Amos Comenio (1592-1671).
Nella cultura occidentale troviamo numerose trattazioni educative ovviamente anche prima della fine del XVI secolo. Anzi, si può dire che nella cultura classica esista un forte paradigma implicitamente pedagogico. Basta pensare, per esempio, a molti Dialoghi e alla Repubblica di Platone, ad Aristotele, a tutta la tradizione retorica da Isocrate a Cicerone e Quintiliano, ad Agostino e alla ricchissima precettistica medievale intorno alle buone maniere, per giungere fino alla tradizione umanistica del XV-XVI secolo e al rilancio dell’umanesimo educativo ispirato, per l’appunto, alla classicità (Guarino Guarini, Vittorino da Feltre, Leon Battista Alberti).
La “pedagogia” (non a caso è posta tra virgolette e forse sarebbe meglio parlare di ideali e di prassi educative) si trova tuttavia frammista alla letteratura (con l’insegnamento, per esempio, trasmesso dai grandi eroi dei poemi classici, dagli exempla poetici e dalle regole e pratiche dell’apprendistato retorico), alla cultura filosofica, politica e religiosa.
Quando Platone nel Menone o nel Simposio affronta tematiche educative non lo fa, infatti, dal punto di vista della pedagogia (in quanto sapere specifico, distinto e autonomo da altri saperi), ma lo fa nell’ottica e con il linguaggio della filosofia e quando disegna il suo progetto educativo lo fa in funzione della sua visione politica e della sua concezione della polis. Quando Agostino nel De doctrina christiana traccia, a sua volta, l’ideale della paideia ispirata ai valori del cristianesimo in grado di sostituirsi alla paideia pagana, ragiona da uomo di fede nutrito di cultura teologica. Questi capolavori del passato appartengono - di volta in volta - alla storia della filosofia, della politica, della teologia, della letteratura. È improprio, in sostanza, pensare a Platone o ad Agostino come a pedagogisti nel senso moderno dell’espressione, anche se nelle loro opere è depositata una grande saggezza educativa.
Al costituirsi della pedagogia come sapere autonomo e fornito di caratteristiche proprie contribuirono:
- La crescente importanza attribuita alla scuola nella società del XVII-XVIII secolo;
- Lo sviluppo della scuola popolare;
- La necessità di organizzare l’insegnamento secondo un metodo (una ratio ovvero secondo pratiche didattiche e un’organizzazione scolastica elaborate alla luce di criteri organici e non più affidate all’iniziativa e/o all’improvvisazione del singolo insegnante).
Il XVII secolo critica a fondo il metodo deduttivo, contrapponendogli il metodo induttivo sperimentale. Il nuovo orientamento mentale, con la sua più compiuta espressione nell’opera di Galileo incentrata sulla “sensata esperienza” e sulle dimostrazioni “necessarie” volte non solo a osservare, ma anche a indagare la natura, rappresenta un potente incentivo anche al rinnovamento della riflessione pedagogica, cominciando a sottrarla alla riflessione teologica, alla letteratura o, più semplicemente, alle consuetudini empiriche.
Più complesso appare, invece, il rapporto con la filosofia, con la quale la pedagogia continua (e continuerà a lungo) ad avere interazioni significative, sia sul piano delle concezioni generali dell’uomo e dell’esperienza umana sia, più strettamente, in relazione alle impostazioni etiche e politiche.
La didattica magna di Comenio
La prima opera di pedagogia moderna è generalmente considerata la Didactica magna di Comenio (sottotitolo “Trattato universale d’insegnare tutto a tutti”) che si fonda sul principio dello sviluppo fisico e psicologico e affida alla nuova mentalità naturalistica il compito di delineare un metodo d’insegnamento basato sul diretto contatto con le cose e l’attiva partecipazione all’ambiente sociale e naturale. L’uomo si sviluppa e ha bisogno di essere seguito, aiutato, emendato. L’educazione impegna e interessa genitori, precettori, stato, chiesa e va organizzata a partire dalla prima infanzia. Non esistono persone che non possono essere educate e alle scuole
Tratto da G.C (a cura di), Elementi di pedagogia, La Scuola, Brescia.
- “Devono essere affidati non soltanto i figli dei ricchi e delle persone più importanti, ma tutti alla pari, bambini e bambine, in tutte le città, paesi, villaggi e caseggiati” (cap. IX).
L’importanza storica della Didactica magna scaturisce da due ordini di motivi:
- Essa costituisce uno dei primi esempi di elaborazione e sistemazione di sapere pedagogico: metodo e insieme teoria dell’educazione (i precedenti possono essere individuati nelle già ricordate Rationes studiorum);
- L’opera comeniana parte dal presupposto del diritto/dovere dell’uomo all’educazione (non dall’organizzazione di uno stato perfetto o dai valori immortali della cultura, ecc.).
Le prime scuole di pedagogia, Rousseau ed Herbart
Nel XVIII secolo sorsero le prime scuole di pedagogia (o scuole di metodo) per la preparazione degli insegnanti: si trattò di un passo avanti rispetto alla pura e semplice pratica affidata all’iniziativa del singolo maestro. Le prime esperienze furono avviate in Germania e in Francia per opera, rispettivamente, di August Francke (1663-1727) e di Jean Baptiste de La Salle (1651-1719). Tanto il luterano Francke quanto il cattolico La Salle erano uomini di profonda spiritualità, attenti alle sorti dei ceti popolari, convinti che l’educazione rappresentasse un occasione di progresso materiale e morale e che l’efficacia dell’educazione dipendesse dalla buona qualità non soltanto religiosa e morale degli insegnanti, ma anche dalla loro capacità professionale.
Il Francke aprì nel 1696 un Seminarium praeceptorum (=seminario degli insegnanti) ad Haile dove aveva dato vita a un nuovo e più efficace sistema di scuole dalle elementari all’Università aperto sia ai maestri sia ai professori delle scuole secondarie. Grazie all’influenza dello studioso tedesco, la Prussia assunse nel Settecento un ruolo di primo piano nel campo della formazione degli insegnanti in grado di influenzare anche altri paesi di lingua tedesca. La riforma austriaca delle scuole popolari del 1774 previde, ad esempio, la creazione in ogni provincia di una scuola “normale” (che doveva cioè servire da “norma”, da “regola” alle altre) allo scopo di preparare i maestri e di esaminare quanti chiedevano l'abilitazione all’insegnamento.
Quanto al La Salle, egli seguì una strada analoga con la creazione di una apposita Congregazione di religiosi specializzati nell’insegnamento nelle scuole elementari (Fratelli delle Scuole Cristiane) mediante la frequenza di apposite scuole e la vita in comunità. Il La Salle elaborò anche una vera e propria ratio della scuola popolare, che fu pubblicata per la prima volta nel 1720 con il titolo La conduite des écoles chrétiennes. Alla vigilia della Rivoluzione francese i Fratelli delle Scuole Cristiane erano diventati una delle più importanti Congregazioni insegnanti con 121 comunità che raccoglievano oltre mille Fratelli. Come tutti gli ordini religiosi subirono l’ostilità dei rivoluzionari (che crearono scuole normali pubbliche per laicizzare l’insegnamento), per essere tuttavia reintegrati nei loro compiti di educatori del popolo da Napoleone.
Con l’Emilio di Rousseau (1762) si compì un ulteriore passo in avanti nel riconoscimento dell’autonomia della pedagogia con l’esplicita dichiarazione che solo una teoria pedagogica poteva autonomamente prospettare l’educazione dell’uomo, liberandolo da tutti i vincoli che una tradizione culturale aveva imposto. Il ritorno alla natura è un espediente per affermare l’esigenza che l’uomo possa crescere in quanto tale: anzitutto in ordine a quel criterio della felicità che consiste nel pieno equilibrio tra bisogni personali ed esigenze sociali, senza ricorrere ad anticipazioni controproducenti, ma anche evitando ritardi, anzi ricercando quel giusto momento onde la generica esperienza si fa esperienza educativa.
Si trattò di una tesi destinata a influenzare in profondità il modo di concepire i rapporti educativi, a valorizzare la soggettività del fanciullo e i suoi sentimenti, a pensare le varie fasi dell’intervento educativo dal punto di vista del minore, come avrebbero dimostrato di lì a poco le esperienze e le riflessioni di autori come Pestalozzi e Fröbel.
Il merito dell’ulteriore progresso nel senso della giustificazione teoretica dell’autonomia della pedagogia non toccò tuttavia a un seguace di Rousseau (come pur sarebbe stato logico aspettarsi), ma a Johann Friedrich Herbart (1776-1841) autore nel 1806 di una fondamentale opera dal titolo Pedagogia generale dedotta dal fine dell’educazione.
In questo scritto Herbart - pur collocando la pedagogia all’interno della riflessione filosofica, senza tuttavia accettare la tesi idealistica che faceva coincidere la pedagogia con la filosofia - riconosce alla pedagogia una sua autonomia in quanto punto centrale di una sfera di ricerche “in grado di elaborare un proprio pensiero indipendente”, avvalendosi di un metodo deduttivo. La pedagogia si configura perciò come scienza pratica e applicata tributaria dell’etica per quanto riguarda i fini e della psicologia per tutto ciò che concerne le condizioni di svolgimento delle varie fasi educative. I motivi sono semplici: è impossibile impostare l’azione educativa senza conoscere la psicologia del soggetto e i modelli di comportamento.
Lo studioso tedesco era persuaso che la pedagogia doveva possedere un metodo con validità oggettiva. L’iniziativa educativa, in altre parole, non poteva essere affidata solo al talento pedagogico e all’intuizione dei singoli educatori. Le doti soggettive avevano certo il loro valore, ma coloro che contavano soltanto su se stessi “sono quasi sempre o dei dilettanti incoscienti o degli ignoranti presuntuosi che attribuiscono una validità assoluta o al proprio intuito, limitato e malsicuro, o all’esperienza personale”. Il vero insegnante era tenuto a operare, invece, secondo un piano preordinato.
Lo stesso Herbart non si fermò all’enunciazione di principi, ma si preoccupò di tradurli in esemplificazioni, in seminari, in pratiche didattiche anche in relazione ai contenuti, alle varie discipline e all’organizzazione delle comunità scolastiche. Conosciuta soltanto negli ambienti accademici, sovrastata dalla fama di Pestalozzi e di Hegel, l’opera di Herbart restò a lungo sconosciuta, prendendosi tuttavia una bella rivincita dopo la morte del suo autore con la notevole diffusione dell’herbartismo in Europa e negli Stati Uniti nell’ultima parte dell’Ottocento.
Scienza e scienze dell'educazione
C’è da chiedersi come mai Herbart e l’herbartismo abbiano avuto proprio in coincidenza con la stagione positivistica una così larga diffusione e influenza nella e sulla pedagogia europea e internazionale. Fornaca ha individuato due principali ragioni:
- Ormai la pedagogia tendeva a rompere gli schemi che la legavano o a posizioni limitatamente filosofiche o ad argomentazioni di carattere empirico e intuitivo, per porsi come scienza con un proprio statuto epistemologico, con un proprio oggetto di studio e con un proprio metodo;
- Era perciò necessario dare una impostazione scientifica alle metodologie educative, con uno studio più attento dei processi conoscitivi, dell’intelaiatura logica e linguistica delle discipline, dei rapporti educativi, dei programmi di studio.
Accanto alla riflessione dello Herbart merita un breve cenno anche la posizione di Friedrich Schleiermacher (1768-1834) che si cimentò negli stessi anni, con l’analogo problema di fondare la pedagogia come scienza, appellandosi, tuttavia, al valore normativo della storia (anziché dell’etica). Secondo lo Schleiermacher essa non procede per dialettico sviluppo (come sosteneva Hegel), bensì secondo un itinerario il cui traguardo finale è dato dal Sommo Bene. Di qui la descrizione degli eventi educativi come eventi sociali, il loro inserimento nella dinamica della storia e la storicizzazione dell’ideale.
La diffusione dell’herbartismo coincise in tutta l’Europa con la convinzione — tipica della mentalità positivista — che, una volta conosciute le regole della scienza, fosse possibile aggiornare e rinnovare le scienze umane alla luce dei criteri che governavano le scienze fisiche e sperimentali. L’opera del medico francese Claude Bernard Introduzione allo studio della medicina sperimentale (1865) ebbe importanza incalcolabile sul piano della diffusione della coscienza sperimentale. Di fronte non solo alla medicina, ma alle scienze umane in genere, si aprirono le possibilità offerte dalle nuove procedure dell’osservazione, della formulazione dell’ipotesi, della sperimentazione. La psicologia, la sociologia, l’antropologia si costituirono in quanto “scienze” fornite di un loro metodo e di una loro specifica autonomia.
L’autonomia della pedagogia si rafforzò con gli sforzi di costituirla come “scienza” sperimentale. L’elemento decisamente nuovo era costituito dalla tesi che tutti i fattori che concorrono alla produzione dei processi educativi possono e devono essere studiati secondo una mentalità e un metodo sperimentale, senza concessioni ed atteggiamenti spiritualistici e convinzioni religiose. Si trattò di uno snodo storico fondamentale rispetto alla prevalente tradizione filosofica e religiosa che, in genere, aveva affrontato le tematiche educative attribuendo il carattere “educativo” soprattutto al nucleo degli aspetti spirituali.
Alcuni autori cominciarono a impiegare l’espressione “scienza dell’educazione” al posto di “pedagogia” proprio per marcarne i caratteri del tutto nuovi che avrebbero dovuto sia distinguerla dalla filosofia e sia, soprattutto, costituirla come metodologia in grado di fornire strumenti scientifici agli insegnanti per sconfiggere ogni forma di empiria e per porre sotto controllo ogni aspetto del fatto educativo. Nel 1879 apparvero due libri che fin dal titolo rendevano conto delle nuove prospettive nell’indagine pedagogica: in Francia, Alexander Bain pubblicava il saggio La science de l’éducation, mentre in Italia allo stesso titolo (La scienza dell’educazione) si affidava Pietro Siciliani con l’esplicito sottotitolo “come antitesi alla pedagogia ortodossa” (la pedagogia spiritualistica di metà secolo).
Nei decenni che seguirono e, con forza agli inizi del Novecento, si verificò il passaggio dall’uso singolare “scienza” all’uso plurale delle “scienze dell’educazione”. Importanti indicazioni in tal senso giunsero dalla riflessione di John Dewey per il quale, come noto, i processi educativi sono considerati in primo luogo nella loro realtà sociale e vanno sostenuti dagli apporti di una pluralità di scienze (soprattutto psicologia e sociologia). Nel 1929 pubblicò un saggio intitolato Le fonti di una scienza dell’educazione nel quale, nonostante l’uso singolare, si raccoglievano ipotesi di lavoro da una molteplicità di scienze umane.
Dewey pensava, in sostanza, alla pedagogia come a un sapere interdisciplinare nel quale convergono apporti diversi, da quelli della filosofia dell’educazione a quelli metodologici, da quelli psicologici a quelli socio-antropologici. Si trattava di un modello che, almeno sul piano della struttura formale, oltrepassava nettamente tanto lo schema herbartiano quanto quello positivista, in direzione di un’autonomia che affidava al momento pedag