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Capitolo 1 – La tomba

George Henry Riviere definisce il museo come machine à collectioner, dove il termine machine allude a una costruzione razionale della forma e, letto in chiave strutturalista, potrebbe essere tradotto come struttura, ma anche come insieme e sistema. Il termine collectioner dovrebbe implicare quindi non una precisa attenzione progettuale da parte di chi realizza il museo, ma una reazione da parte di chi lo visita. Va inteso come la somma di capacità di percezione che consentono il godimento percettivo e intellettuale della collezione.

Lo stesso Riviere sottolinea l'attitudine a collezionare e quindi a godere esteticamente, intellettualmente, e come semplice senso di possesso, di categorie di oggetti raccolti in insiemi significativi. L'atteggiamento di collezionare non è prerogativa dell'uomo ma si estende anche a molti animali, che manifestano tendenze a raccogliere oggetti e conservarli secondo determinate e precise collocazioni, legate alla costruzione della tana o alla salvaguardia dei piccoli.

L'uomo di Neanderthal raccoglieva ossa e crani secondo un certo criterio, forse cerimoniale o simbolico, e sembra che i neandertaliani provvedessero all'organizzazione di corredi funebri per i defunti. La qualità estetica è una delle proprietà caratterizzanti del collezionismo. Il fatto che gli oggetti siano in qualche modo privi di funzione utilitaria è una delle caratteristiche peculiari della collezione, secondo Krzysztof Pomian, che sottolinea come la stessa attitudine ad usare ornamenti, tinture, decorazioni sia già un presupposto da collezionismo.

Nel Paleolitico superiore, in piena epoca glaciale, il gusto estetico si manifesta in forme mature, con la fioritura delle pitture e incisioni parietali, e una cura nella decorazione e realizzazione di piccoli oggetti come punteruoli e spilloni. Si manifestano anche le prime forme di autentico collezionismo. Nella grotta di Iena si scoprirono oggetti quali una conchiglia a spirale di un mollusco d'era secondaria, blocchi di pirite, oggetti che non avevano relazione con la stratigrafia del luogo.

Le sepolture comprendono un vasto corredo di ornamenti, probabilmente appartenuti al morto, che implicano il piacere di raccogliere e ordinare oggetti in senso estetico e di auto-ornamentazione. Che, venuto a mancare il defunto, i suoi oggetti cari venissero riconosciuti come tali dai parenti e considerati degni da entrare a far parte di un rituale, ci dice che la raccolta personale non aveva un valore solo privato ma anche collettivo.

Attraverso le primitive forme di sepoltura è possibile ricostruire anche parte delle primitive forme di classificazione, e questa rientra nella collezione come suo supporto. L'atto di classificare animali e cose attraverso il nome è ricordato nella Bibbia come il primo gesto di Adamo, quando viene mandato nel museo en plein air dell'Eden, e Noè con la sua capacità di classificare il mondo zoologico, crea il primo zoo della storia umana.

La ricca varietà tipologica delle sepolture neolitiche conferma come la scelta degli oggetti, la loro posizione e relazione con il ruolo sociale del defunto siano state attentamente studiate. Le tombe neolitiche sono caratterizzate spesso da ricchi corredi resi vari anche dagli scambi (es. ossidiana dall'Armenia). Tutta la storia delle religioni si può impostare come tentativo di classificazione dell'universo a partire dalle singole categorie di cose, categorie ierofaniche, manifestazioni del sacro.

La mitologia si sviluppa insieme alla mitografia, così come la scrittura si modella insieme alla storia, che ha una componente estetica, e le prime forme di museologia si sono sviluppate in contemporanea alle prime forme di archeologia, nel connubio fra la ricerca di un'origine e un'identità e il desiderio di conservarne le tracce.

A tal riguardo è citata l'attitudine archeologica dei re di Babilonia che realizzarono campagne di scavo e programmi di ricostruzione di antiche città sumeriche e accadiche e collezioni archeologiche, e Nabuccodonosor e Nabonedo scavarono e restaurarono Ur, e la figlia di quest'ultimo, En-nigaldi-Nanna, aveva una stanza apposita per la sua collezione di antichità locali che mostrava ai visitatori del palazzo.

L'ordine è virtù della donna, gran parte dei culti mortuari è legata al simbolismo materno della terra, ed è la stessa dea madre Don o Dan ad aver sovrinteso alle classificazioni di natura vegetale implicite nelle consonanti dell'alfabeto.

Capitolo 2 – Il tempio

Nel timore della dispersione l'uomo ha sempre tentato di relazionarsi con le cose, vive in esse, e ad esse attribuisce un senso che va oltre la natura stessa degli oggetti, godendo di possederli ma anche di ordinarli in modi e posti precisi. Il museo è una macchina che funziona quando diviene una struttura logica e semiologica, cioè quando il rapporto di un insieme ordinato di spazi, con un insieme ordinato di concetti e oggetti, consegue quel surplus che è prerogativa dell'insieme in quanto struttura, ed è in quel surplus di natura comunicativa che sta l'essenzialità garantita appunto dall'ordinamento.

L'operazione museale è destinata a rendere interiore l'esteriorità degli oggetti e a garantire la sfera etnica della propria memoria collettiva, conservazione e identità. Florenskij parla dell'accanimento a sottrarre le cose al legittimo uso e all'originale sito, (es. alle chiese), per affidarlo alla museografia, e anche Eco allude al museo come a una tomba. La tematica è quella del salvataggio della memoria, garante di una sopravvivenza eterna.

Alle collezioni vanno accostate altre collezioni a carattere sacro e religioso, che assolvono alla stessa funzione rivolgendosi al godimento degli dei e alla memoria collettiva dei fedeli. L'uomo immortale è tale grazie alla presenza di una tomba, una dimora eterna che garantisce i mezzi fisici alla sopravvivenza. Data l'originaria somiglianza come per le tombe anche per i luoghi di culto si instaura la necessità di uno spazio di raccolta, uno spazio altro per oggetti senza uso.

Un'altra somiglianza fra oggetti votivi e sacrificali, in quanto entrambi appartenenti alla sfera del culto, starebbe nella loro contrapposizione a quanto appartiene alla sfera dello scambio economico, sottrazione che si manifesta nella conservazione ad oltranza per l'oggetto votivo e la distruzione dell'oggetto sacrificale, per incenerimento (senza fuoco è definito inusuale).

Le offerte fatte agli dei, o anathēmata, passano dalla consacrazione in natura a quella sub specie simbolica, e si può dire che sia le arti figurative che la gioielleria e toreutica greca, si sviluppano proprio a causa della richiesta di anathēmata. Nella produzione di Anathēmata della Grecia tra il VII e VI secolo è in testa la Jonia che prende in esempio gli arredi, oggetti in avorio, oro e argento e i ricchi doni che i sovrani lidi o egiziani inviavano ai maggiori santuari.

In contemporanea si registra l'abitudine alle dediche in versi per le opere scultoree. Le dediche assumevano una funzione documentaria e didattica, storicizzando la stratificazione degli anathēmata all'interno dei santuari e garantendo l'attribuzione agli artisti. Nello stesso modo si conserva anche la memoria di sacerdoti e sacerdotesse, che amavano farsi ritrarre e depositare la propria effigie accanto al dio prediletto.

Con l'avanzare del tempo si esaspera il gusto per i doni divini. Anche la funzione del dio contribuisce alla selezione e contestualizzazione dei doni: per esempio, nel tempio di Athena a Kameiros non si potevano dedicare armi ma solo abiti o amuleti, a sottolineare l'accezione più femminile e meno guerriera dell'Athena Kameiras. Anche nel sacrificio ci sono limitazioni, ad Athena si sacrificavano solo animali femmine, a Poseidone mai i pesci, specie i tonni, a lui cari. Le divinità ctonie preferivano animali neri.

Comuni sono gli oggetti o bassorilievi di atti divini o eroici o di miracoli, rappresentazioni di attività varie, ed è questa una trasformazione autentica del concetto di anathēma tipica dell'età classica. Inoltre, in una visione che tutto ciò che è bello è gradito agli dei, quindi al campo degli āgatha, cioè cose rare e preziose, fra le donazioni appaiono anche componimenti poetici incisi sulla pietra o sulla lamina d'oro.

Molti templi funzionavano anche da archivi, esibendo tavole di commemorazione di trattati di pace, per esempio quello di 100 anni fa tra Atene, Elide, Argos e Mantinea, conservato a Olimpia. Il caso forse più museale è quello del Delphinion di Mileto dove è evincibile una funzione museale archivistica che comincia nel IV secolo.

Fra le iscrizioni poi compaiono anche veri e propri cataloghi di materiale contenuto nel tempio, per esempio quello relativo al Partenone, con l'inventario dei pezzi che formano la statua crisoelefantina di Atena. I templi, divenuti insufficienti ad accogliere tale quantità di rappresentazioni, devono dilatarsi. All'inizio il tempio nasce nel suo stretto rapporto mitico con il luogo ed è destinato ad accogliere il simulacro divino, sicché gli anathēmata giungono in un secondo momento come atti di devozione e di autoesaltazione. Di qui la natura del tempio come tesoro-edificio.

C'è una ricerca delle migliori condizioni di visibilità per il simulacro del dio, che spesso è anche l'anathēma più importante del tempio. È già evidenziata nel passaggio dal naos a due navate allungato, al naos allungato a una o tre navate, al naos poco allungato a una o tre navate. Museale doveva essere a Cnidos la situazione espositiva dell'Aphrodite, concepita come visione ieratica, attribuita a Prassitele, e interpretata come rappresentazione dell'amore platonico. Era situata in un apposito naiskos, accessibile da ogni lato, forse da due porte contrapposte, una delle quali rendeva praticabile il retro che era importante per la visione del posteriore.

Il problema dell'illuminazione della cella, scarsamente irrorata dalla luce proveniente solo dall'ingresso, doveva essere un vero problema per gli architetti, contando che vivevano in un mondo dove ciò che è divino è considerato per sua natura luminoso. Il sistema più rapido era quello dell'apertura di un oppio sulla testa della statua, anche se in realtà la cella doveva essere coperta, quindi in penombra, perciò si dovette ricorrere all'uso di lampade.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Maya E. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Museologia archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Guaitoli Maria Teresa.
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