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Riassunti di Metodologie Tecniche della Ricerca Sociale, libro adottato Metodologia e Tecniche della Ricerca Sociale, Corbetta

Riassunto per l'esame di Metodologie Tecniche della Ricerca Sociale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Metodologia e Tecniche della Ricerca Sociale, Corbetta. Gli argomenti trattati sono: la logica dellaricerca sociale, Kuhn e i paradigmi delle scienze, positivismo, interpretativismo, radicalizzazioni e critiche, ricerca quantitativa e ricerca qualitativa, analisi dei dati.

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  • 35
  • 09-01-2013
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Piergiorgio Corbetta
METODOLOGIA E TECNICHE DELLA RICERCA SOCIALE
LA LOGICA DELLA RICERCA SOCIALE
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I PARADIGMI DELLA RICERCA SOCIALE Kuhn e i paradigmi delle scienze La parola paradigma è stata utilizzata da Platone (modello) e da Aristotele (esempio). In sociologia si usa molto, e ha diversi significati (teoria, articolazione interna di una teoria, scuola o pensiero). Nel 1972 Thomas Kuhn scrive l’opera “La struttura della rivoluzioni scientifiche”, in cui rifiuta la concezione tradizionale della scienza come accumulazione progressiva di nuove scoperte, affermando invece che in certi momenti (detti rivoluzionari) si interrompe il rapporto di continuità con il passato e si inizia un nuovo corso, in modo non completamente razionale. “Si tratta di un elemento arbitrario composto di accidentalità storiche e personali sempre presente come elemento costitutivo nelle convinzioni manifestate da una data comunità scientifica in un dato momento”. Il passaggio da una teoria a un’altra è così globale e ha tali conseguenze che Kuhn lo chiama rivoluzione scientifica. C’è un cambiamento dei problemi da proporre all’indagine scientifica e dei criteri con cui si stabilisce cosa si considera come un problema ammissibile, cambia anche la struttura concettuale attraverso cui gli scienziati guardano il mondo (paradigma). Il paradigma è una prospettiva teorica che è condivisa e riconosciuta dagli scienziati, è fondata su acquisizioni precedenti e indirizza la ricerca riguardo alla scelta dei fatti rilevanti da studiare, alla formulazione delle ipotesi e ai metodi e tecniche di ricerca necessari. Senza un paradigma una scienza non ha orientamenti né criteri di scelta, perché tutti i criteri, i problemi e le tecniche diventano ugualmente rilevanti. Il paradigma è una guida e fornisce agli scienziati un modello e le indicazioni per costruirlo. Con il paradigma lo scienziato acquisisce contemporaneamente teorie, metodi e criteri. Il paradigma è qualcosa di più ampio di una teoria, è una visione del mondo, una finestra mentale, una griglia di lettura che precede l’elaborazione teorica. La scienza normale corrisponde a quei periodi in cui esiste all’interno di una disciplina un paradigma condiviso dagli scienziati. Nella storia della sociologia è difficile individuare un paradigma predominante, condiviso da tutti i sociologi. Solo tra gli anni ’40 e ’50 ha prevalso il concetto di sistema e la teoria funzionalista di T. Parsons. Egli rielabora il pensiero degli europei e crea una teoria basata sul sistema e sul consenso. A questo paradigma viene contrapposto quello di Marx, basato sul conflitto sociale. In questo modo possiamo parlare di disciplina multiparadigmatica.
Positivismo e interpretativismo Da un punto di vista storico, possiamo individuare due paradigmi fondamentali che hanno indirizzato la ricerca sociale: il positivismo e l’interpretativismo. La profonda differenza tra i due paradigmi emerge dalle risposte che essi danno alle domande principali a cui si trova di fronte la scienza sociale: la realtà (sociale) esiste (ontologia)? È conoscibile (epistemologia)? Come può essere conosciuta (metodologia)?
Positivismo Il paradigma positivista (il primo ad essere utilizzato nelle scienze sociali) studia la realtà sociale utilizzando gli apparati concettuali, le tecniche di osservazione e misurazione, gli strumenti di analisi matematica e i procedimenti di inferenza delle scienze naturali. Il primo vero sociologo positivista è Durkheim, la cui teoria impone di trattare i fatti sociali come cose effettivamente esistenti al di fuori delle coscienze individuali e studiabili oggettivamente. L’ontologia del positivismo afferma quindi che la realtà sociale ha esistenza effettiva ed è conoscibile, come se si trattasse di una “cosa”. Dal punto vista epistemologico, esso si basa sul dualismo tra ricercatore e oggetto di studio (che non si influenzano a vicenda in nessun modo), presume di ottenere risultati veri e certi, il suo obiettivo è quello di spiegare e di formulare leggi naturali e generali immutabili. La metodologia positivista prevede quindi esperimenti e manipolazioni della realtà, con osservazioni e distacco tra l’osservatore e l’osservato; il suo modo di procedere è prevalentemente induttivo (dal particolare al generale). Le tecniche utilizzate sono quantitative (esperimenti, statistica) e si utilizzano le variabili. 3
Neopositivismo Il neopositivismo nasce per rispondere alle critiche che erano state avanzate al positivismo. Dal punto di vista ontologico, adotta il realismo critico, per cui afferma che esiste una realtà sociale esterna all’uomo, ma che essa è conoscibile solo imperfettamente, in modo probabilistico. L’epistemologia del neopositivismo prevede il riconoscimento del rapporto di interferenza tra studioso e studiato, che deve essere il più possibile evitato per poter formulare leggi non più assolute, ma limitate nel tempo e soggette alla contiEspandi »nua falsificazione per poter arrivare sempre più vicini alla conoscenza assoluta. La metodologia resta sostanzialmente quella del positivismo, anche se c’è un’apertura ai metodi qualitativi.
Interpretativismo L’interpretativismo, che vede in Weber il suo esponente principale, non si propone di spiegare la realtà bensì di comprenderla; in questo modo si pone all’opposto del positivismo per quanto riguarda i punti principali del paradigma. Infatti, la sua ontologia prevede il costruttivismo e il relativismo (realtà multiple), vale a dire che non esiste una realtà oggettiva (ogni individuo produce una sua realtà, e solo questa realtà è conoscibile); inoltre anche le singole realtà individuali o anche condivise tra i gruppi sociali, variano comunque tra le diverse culture e quindi non esiste una realtà sociale universale valida per tutti. L’epistemologia prevede una separazione tra studioso e oggetto dello studio, la ricerca sociale è vista come una scienza interpretativa alla ricerca di significato piuttosto che una scienza sperimentale in cerca di leggi. Nel perseguire il suo scopo (che è quello della comprensione del comportamento individuale), la ricerca sociale può servirsi di astrazioni e generalizzazioni: i tipi ideali e gli enunciati di possibilità. La metodologia prevede l’interazione tra studioso e studiato, perché solo in questo modo è possibile comprendere il significato attribuito dal soggetto alla propria azione. Le tecniche sono quindi qualitative e soggettive e il metodo usato è quello dell’induzione (dal particolare al generale).
Radicalizzazioni e critiche Una radicalizzazione del positivismo consiste nel riduzionismo, cioè nel ridurre la ricerca sociale ad una mera raccolta di dati senza un’elaborazione teorica che li supporti. In questo modo la ricerca sociale diventa una massa sterminata di dati minuziosamente rilevati, misurati e classificati, ma non coordinati tra loro, privi di connessioni significative, incapaci di rendere una conoscenza adeguata dell’oggetto cui nominalmente si riferiscono. In ogni caso, la critica maggiore mossa al positivismo è quella di separare troppo nettamente le categorie osservative da quelle teoriche; in altre parole non è possibile sostenere che le forme di conoscenza non siano storicamente e socialmente determinate e quindi dipendenti dalle teorie utilizzate. Per quanto riguarda l’interpretativismo, le critiche maggiori sono rivolte ai filoni sviluppatisi dalla teoria originale di Weber (che pur affermando la centralità dell’intenzione soggettiva, non escludeva la possibilità di arrivare a delle forme di generalizzazione conoscitiva, i tipi ideali) che si spingevano verso un soggettivismo estremo. In questo modo si esclude la possibilità dell’esistenza della scienza sociale, perché se tutto è soggettivo e unico non possono esistere leggi sociali comuni a più individui che hanno assunto autonomia rispetto ai singoli, come le istituzioni. La seconda critica afferma che se la realtà è una pura costruzione soggettiva, non è possibile andare oltre alla persona, si nega l’acquisibilità di generalizzazioni sovrapersonali e quindi si nega l’oggettività della scienza. Se il ricercatore non può trascendere l’oggetto dell’indagine non può esistere la conoscenza oggettiva.
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RICERCA QUANTITATIVA E RICERCA QUALITATIVA Ricerca quantitativa e ricerca qualitativa: un confronto Impostazione della ricerca Nei due approcci è fondamentalmente diverso il rapporto instaurato tra teoria e ricerca. Nel caso della ricerca quantitativa neopositivista, il rapporto è strutturato in fasi logicamente sequenziali , secondo un’impostazione sostanzialmente deduttiva (la teoria precede l’osservazione), che si muove nel contesto della giustificazione, cioè di sostegno, tramite i dati empirici, della teoria precedentemente formulata sulla base della letteratura. Nel caso della ricerca qualitativa interpretativista elaborazione teorica e ricerca empirica procedono intrecciate, in quanto il ricercatore vede nella formulazione iniziale di una teoria una possibile condizionamento che potrebbe inibirgli la capacità di comprendere il soggetto studiato. In questo modo la letteratura ha una minore importanza. Anche i concetti sono usati in modo diverso dai due approcci. I concetti sono gli elementi costitutivi della teoria, e tramite la loro operativizzazione (trasformazione in variabili empiricamente osservabili) permettono alla teoria di essere sottoposta a controllo empirico. Nell’approccio neopositivista la chiarificazione dei concetti e la loro operativizzazione in variabili avvengono prima ancora di iniziare la ricerca. Questo metodo, se da un lato offre il vantaggio di poter rilevare empiricamente il concetto, dall’altro comporta anche lo svantaggio di una forte riduzione e impoverimento del concetto stesso, con il rischio ulteriore che la variabile sostituisca il concetto (reificazione). Un ricercatore qualitativo avrebbe invece u « Comprimi
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