Capitolo 1: La comparsa della mediazione culturale
Ci troviamo costantemente a confrontarci e a relazionarci con persone che hanno usi e costumi diversi dai nostri, che hanno altre concezioni rispetto a quelle che abbiamo noi. Secondo Quassoli, le differenze culturali si rivelano nei contatti personali e nelle relazioni sociali, nella vita quotidiana e nelle conversazioni che mettiamo in atto costantemente. Inserirsi in una nuova società, può portare a ridefinire alcuni aspetti di sé e a riorganizzare la propria identità personale o sotto-identità: quegli aspetti di sé che da una parte entrano in relazione con la nuova società, dall’altra rimangono legati alla tradizione e cultura di appartenenza (Horenczyk).
Cerchiamo di seguire il percorso storico di questa pratica facendo riferimento a quello che ci dice Balsamo. È nella prima metà degli anni ’90 che in Italia inizia a conoscersi e ad essere discusso il termine mediatore culturale, in particolar modo l’Italia mostra un’apertura nei confronti delle diversità culturali con l’art.1 della prima legge sull’immigrazione (1986). Una definizione di mediatore culturale che ha retto per molto tempo, è quella che emerse da un convegno tenuto a Bologna nel 1993, organizzato dal COSPE: “La mediazione è finalizzata a facilitare la comunicazione e la comprensione, sia linguistica che culturale, fra l’utente di etnia minoritaria e l’operatore di un servizio pubblico, rispettando i diritti di tutte e due le parti.”
Ci furono però dei dibattiti riguardo questa definizione, in quanto non riconosceva la dimensione psicosociale del mediatore, ma solo la sua funzione di traduzione linguistica. L’anno prima (’92) a Torino, viene sperimentato il primo corso per mediatori culturali, e il Comune iniziò ad inserire queste figure nell’Ufficio stranieri, nei servizi sociali e in quelli educativi. Questa fase viene definita da Balsamo come il periodo della sperimentazione e della creatività.
- In questa prima fase è prevalsa l’idea del mediatore come facilitatore della comunicazione e dei conflitti.
- Il secondo periodo è stato caratterizzato da un investimento nella formazione, dove vengono accentuati i percorsi formativi e si moltiplicano gli attori (enti di formazione, volontariato, università).
- Il terzo periodo Balsamo lo definisce come un periodo di isolamento, dove i mediatori si trovano inseriti in contesti diversi senza nessun percorso di accompagnamento e di elaborazione di problemi che emergono nella quotidianità lavorativa.
Alcuni esperti condividono l’opinione che oggi si sia entrati in una quarta fase che ha caratteristiche differenti. Il fattore d’innovazione è costituito dall’organizzazione dei mediatori in associazioni autonome, capaci di definire le caratteristiche di questa nuova categoria socioprofessionale.
Esperienze di mediazione culturale italiane ed europee
Da anni, la mediazione culturale si sta affermando come una pratica fondamentale nel processo di accoglienza e di inserimento dei migranti nella società italiana, essa infatti, viene utilizzata innanzitutto come pratica per facilitare l’accesso e la relazione dei migranti con i servizi e le istituzioni della società ospitante. In Italia, sono due i ruoli maggiormente presenti dei mediatori nei servizi:
- Il mediatore-operatore: impiegato nei servizi di sportello e di orientamento.
- Il mediatore-supporto operativo: impiegato nei servizi sanitari e scolastici.
Secondo Johnson e Nigris, vi sono tre ambiti nei quali la mediazione culturale viene richiesta:
- Quando si verifica una comunicazione fra persone appartenenti a culture diverse.
- Quando queste relazioni avvengono in contesti istituzionali asimmetrici.
- Quando in queste relazioni, i membri di un gruppo “non dominante” si trovano in una situazione di inferiorità, sottoposti a possibili immagini stereotipiche da parte della cultura dominante.
Anche se nel nostro paese si parla di mediazione culturale, non è ancora ben sviluppata come in altri paesi europei. È stata la Francia già negli anni ‘70 il primo paese europeo a utilizzare la figura del mediatore culturale, iniziando ad impiegare del personale straniero. Inizialmente, la funzione mediativa, veniva utilizzata unicamente per interpretare e tradurre. Dagli anni ’80 poi, la pratica di mediazione viene fortemente influenzata dal modello assimilazionista francese, quindi la sua azione è quella di conformare i migranti alla cultura, alle istituzioni e ai valori francesi.
Nella seconda metà degli anni ’80, con la promulgazione di una legge che riconosce ai migranti la possibilità di dar vita ad associazioni proprie, prende vita il riconoscimento sociale e simbolico delle associazioni di migranti e delle identità che esse rappresentano. La mediazione assume una funzione di “advocacy”: i mediatori sono individuati tra i leader che fanno parte di quelle componenti più disagiate e discriminate, che hanno difficoltà a integrarsi nel tessuto sociale.
Qualità propria della Francia riguardo la mediazione, sono le “femmerelais” (staffetta femminile), ossia le donne “ponte” tra culture, che si sono poste come mediatrici delle loro comunità per denunciare le situazioni di discriminazione razziale ed etnica.
Negli ultimi anni la diffusione della mediazione culturale è dovuta ad alcuni fattori:
- Il poter contare sulla figura del mediatore per affrontare casi complessi (colmare divario linguistico e culturale all’interno di ospedali/strutture sanitarie, che separa la struttura dal paziente).
- Il fatto che la mediazione prevede la presenza di un professionista che aiuta le parti a giungere ad un accordo trovando una giusta soluzione che tenga conto dei bisogni di tutti.
Quindi la mediazione culturale non si occupa solo di facilitare la comunicazione, ma è anche uno strumento utile per prevenire atteggiamenti discriminatori. È un processo che permette di sviluppare nei migranti il senso di appartenenza e di partecipazione all’interno della società.
Capitolo 2: Cultura in ambito antropologico e psicologico
Cultura: Da essenza a processo
Definizione di cultura: Si sono aperti dei dibattiti sul significato di cultura, ma vi è comunque la consapevolezza che le culture vivono confrontandosi e mescolandosi in uno spazio continuo di scambio e di rinegoziazione.
Le diversità ci portano alla messa in gioco in primis della nostra cultura che spesso, consideriamo come l’unica esistente, respingendo fuori da essa tutto ciò che non riguarda le nostre regole e i nostri costumi di vita. In antropologia ciò viene definito etnocentrismo: predisposizione a giudicare e classificare le altre culture secondo schemi di riferimento che caratterizzano il proprio contesto culturale e che, vengono creduti i più appropriati e corretti rispetto ai comportamenti di altri gruppi culturali.
In psicologia, Coin parte dal significato originale del termine: dal latino cultus cioè coltivare in senso materiale, ma anche curare, ovvero prendersi cura della vita interiore dell’uomo. Quindi questo termine contiene in maniera intrinseca l’idea di crescita del sapere al servizio del progresso, in contrasto con il diffondersi di interpretazioni spesso dogmatiche, di saperi che si affermano ciascuno come “il sapere” e che proprio per questo si impongono su altre tradizioni portando a pregiudizi e conflitti.
In antropologia, come sappiamo, esistono diversi modi di pensare e di parlare di cultura, ma quello più tradizionale si riferisce a una cultura condivisa da un insieme di persone = identità culturale di un gruppo. Taylor sosteneva: la cultura è un complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, le leggi e ogni altra capacità acquisita dall’uomo come membro di una società.
È proprio questa concezione che legittima le disuguaglianze di quello che viene ormai definito da anni fondamentalismo culturale o razzismo debiologizzato: tipo di strategia che nega e costruisce la sua opposizione nei confronti dei migranti, legittimando così la diffusa ostilità verso una convivenza multiculturale. Kluckhon e Kroeber danno una definizione più ampia di cultura: la cultura consiste in modelli di comportamento acquisiti e trasmessi da simboli, costituenti le acquisizioni distintive di gruppi umani; il nucleo essenziale della cultura consiste in idee tradizionali e specialmente dei valori ad esse connessi; sistemi culturali possono considerarsi, da una parte, prodotti dell’azione, dall’altra, elementi condizionanti l’azione successiva.
Nel definire il concetto di cultura, gli aspetti considerati dalla psicologia sono molti. La cultura comprende i comportamenti, nel senso che essi sono espressione della cultura di appartenenza, ma comprende anche i significati condivisi del mondo in cui si vive: è un processo interattivo.
Secondo l’antropologa Gullestad, considerando la complessità di questo concetto, la cultura può essere intesa come:
- Arte (monumenti...)
- Modi di vita (es. lingua, miti, le religioni...)
- Cornice di riferimento per l’interpretazione delle azioni sociali.
Nel dibattito scientifico, la cultura riveste un ruolo fondamentale in tutte le discipline (psicologia, sociologia, antropologia...). L’incontro interculturale entrato a far parte delle nostre relazioni quotidiane, ha aumentato la riflessione psicologica su tematiche quali l’alterità, le identità, gli scambi interculturali. I problemi che sorgono nella convivenza vengono spesso spiegati attraverso quelle che vengono definite incompatibilità culturali: guardare all’altra cultura come straniera e lontana, mentre la nostra è vicina e familiare, il confronto con le altre culture è visto minaccioso alla propria identità.
Il contributo dell’antropologia è stato fondamentale per lo studio delle relazioni etniche e per l’attenzione data ai processi di costruzione dei confini. Vi è chi ritiene l’etnicità un fenomeno politico: i gruppi etnici sarebbero gruppi di interesse, che sfruttano elementi della loro cultura in modo da organizzare funzioni di tipo informale che servono nella lotta per il potere all’interno di strutture politiche formali.
Per Epstein, quasi tutte le teorie sull’etnicità ignorano la dimensione affettiva del fenomeno. Secondo lui, l’identità etnica è generata da un processo psicosociale, che interessa variabili interne ed esterne nella forma in cui esse operano all’interno di un ambiente sociale specifico. Bisogna tener conto, all’interno di un sistema sociale in cui i gruppi etnico-culturali si trovano ad interagire, dell’attenzione dei vari elementi, anche quelli inconsci, che sono entrati in gioco nella costruzione dell’immagine di sé, e che caratterizzano la ricerca individuale di sicurezza, fiducia e considerazione di sé.
La concezione della cultura come processo dinamico e come mediazione
Si sono aperti dei dibattiti e diversi interrogativi (in particolare fra psicologi culturali e non) riguardo il tema della cultura, dando un'idea di cultura come processo dinamico. Nonostante le vaste definizioni, prendiamo la definizione di cultura che ci viene data da Mantovani: con cultura, la psicologia culturale intende l’insieme dei sistemi di mediazione che permette agli esseri umani di interagire fra di loro e con l’ambiente fisico. In questo senso non c’è un momento in cui la cultura è stata inventata, essa è sempre stata con noi, è il nostro modo di vivere.
Il concetto di mediazione è intrinseco nel concetto di cultura. La cultura, è mediazione, ma qualitativamente diversa a secondo degli ambienti culturali. Ognuno di noi fa parte di una cultura, e ogni cultura poi si esprime attraverso credenze, pratiche quotidiane, il linguaggio, l’arte..., utilizza cioè degli artefatti: strumenti utili alle persone per svolgere le attività (es. computer, libro, ma anche scuola, famiglia...).
Secondo Wartofsky e Cole, gli artefatti si distinguono in:
- Primari: direttamente utilizzati dagli individui per interagire fra loro e con l’ambiente e costituiscono ciò che chiamiamo “cultura materiale”.
- Secondari: i modelli e le rappresentazioni mentali degli artefatti primari (la “cultura ideale”).
- Terziari: servono a costruire il mondo della fantasia e dell’immaginazione (“cultura espressiva”).
Gli artefatti sono strumenti di mediazione con l’esperienza, e la cultura dà un senso a questi affinché gli individui possano utilizzarli nella relazione con l’ambiente fisico e sociale. Durante il tempo, l’artefatto è importante perché è uno strumento che sostiene tutti gli altri strumenti che usiamo.
L'antropologia di fronte alle differenze culturali
Per cultura, gli antropologi intendono i significati che le persone creano, e che a loro volta creano le persone come membro della società. Hannerz dà una delle definizioni più complete: in ogni momento, l’individuo è plasmato culturalmente, e ciò influenza il suo modo di organizzare le esperienze e le intenzioni. Tuttavia, egli non è un semplice contenitore passivo per ogni tipo di significato disponibile. Da quando egli comincia a formare una concezione di sé e del mondo, si trova pronto ad affrontare praticamente, intellettualmente e emozionalmente la sua particolare situazione. Ciò significa che la sua ragione pratica ha un fondamento culturale.
In questo modo ci addentriamo in un diverso modo di pensare, ossia l’identità e la differenza culturale: essa è in continua trasformazione, muta seguendo il percorso storico e le esperienze delle collettività e delle individualità. Levi-Strauss dichiarava: l’identità non sta tanto nel fatto di posturarla o affermarla, quanto nel fatto di rifarla, di ricostruirla. L’identità è una sorta di focolare virtuale cui ci è indispensabile riferirci per spiegare un certo numero di cose.
Nell’identità etnico-culturale, il “noi” non può pensarsi se non in relazione al “loro”. Essa è quindi necessaria per capire chi siamo relazionandoci all’altro da noi.
La psicologia di fronte alle diversità culturali
Per la psicologia culturale, la cultura si costruisce sulle diversità e in ogni processo culturale, le persone negoziano continuamente significati diversi. Quando si parla di differenze culturali, entrano in gioco due fattori:
- La cultura intesa come pratiche di vita nelle quali una persona nasce.
- La cultura intesa in maniera più astratta, che consiste nei sistemi di credenze, norme, tradizioni...
Quindi si tratta di mappe mentali che tutti noi possediamo e che guidano azioni e abitudini. Un esempio di credenze condivise è la conoscenza socioculturale: se non condividessimo una grande quantità di conoscenze circa gli aspetti del mondo e della nostra vita, non saremmo in grado di comprenderci a vicenda, di parlare, di interagire. Ognuno di noi sin dalla nascita acquisisce una mole enorme di conoscenza (la lingua, persone, gruppi...) e tutto questo può essere considerato cultura, o secondo la Markus memoria collettiva o sociale: la conoscenza socioculturale rappresenta un sistema centrale di rappresentazioni mentali all’interno della memoria sociale, attraverso le quali ricostruiamo le nostre esperienze.
Multiculturalismo e intercultura: una distinzione importante?
Molte società hanno aperto la strada al multiculturalismo. Questo termine è stato fortemente criticato sia dagli psicologi sociali che dagli scienziati politici (perché rimanda alla coabitazione di etnie diverse e ha confini rigidi e definiti). Una distinzione opportuna è quella tra il dibattito teorico e filosofico sul multiculturalismo e gli studi empirici sociologici e antropologici sulla pratica sociale del multiculturalismo nella vita quotidiana. Se da una parte il multiculturalismo promuove una visione stereotipata degli altri gruppi suscitando sentimenti negativi, dall’altra studi psicosociali mostrano come alcuni argomenti orientati al multiculturalismo arricchiscano culturalmente e socialmente aprendo gli occhi e la mente.
L’accusa che invece viene fatta al multiculturalismo è quella di cancellare completamente le naturali differenze fra i gruppi, che emergono naturalmente al momento dell’incontro. Atteggiamenti negativi nei confronti del multiculturalismo avvengono a causa della mancanza di un set di valori e di norme chiare e condivise da tutti. Quassoli mostra come non sia la differenza culturale di per sé a costituire il fraintendimento comunicativo, ma piuttosto il modo con cui il fattore culturale viene evocato dalle narrazioni fornite dagli attori sociali, e la differenza viene “riconosciuta e usata entro uno schema interpretativo dell’agire”.
Come altra proposta al multiculturalismo, le scienze sociali offrono quella di intercultura: “inter” propone reciprocità e scambio, e riconosce al centro della cultura, quella che Mantovani chiama l’agency = responsabilità delle persone come attori sociali indipendenti.
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