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Linguistica italiana

L'italiano e la variazione linguistica

Anche l'italiano si realizza in forme diverse a seconda delle diverse modalità con cui ne possiamo fare uso, in relazione alla natura del messaggio, alle sue finalità. Il codice è sempre lo stesso – la lingua italiana – ma la sua concreta attuazione muta per molti aspetti in tutti i suoi livelli, nella pronuncia e nella scelta delle parole, nelle forme grammaticali, nei costrutti, nello stile. La nostra lingua cioè non è solo quella ereditata nella secolare tradizione letteraria, che si denomina variamente italiano standard, italiano comune o italiano senza aggettivi: questa costituisce solo una delle nostre possibilità espressive, all'interno di un repertorio molto più ampio.

L'italiano standard si pone non solo come la varietà di maggior prestigio, ma come l'inevitabile punto di riferimento. Le varietà dell'italiano contemporaneo dipendono da cinque fondamentali parametri. I primi tre si definiscono diamesia, il mutamento della lingua secondo il mezzo fisico impiegato, diastratia, la variazione legata allo status sociale dell'utente, e la diafasia, la variazione che dipende dalla situazione comunicativa; gli altri due sono la diacronia, la trasformazione legata alla dimensione cronologica, e infine la diatopia, i mutamenti della lingua nello spazio.

La diamesia

La diamesia individua in prima approssimazione le due varietà fondamentali dello scritto e del parlato. Due modi di esprimersi la cui principale differenza riposa nel canale di trasmissione. Il punto di più ampia divergenza risiede nella pianificazione del discorso: la scrittura consente una progettazione, una possibilità di elaborare il testo, di controllarlo, correggerlo e rileggerlo anche più volte, che nella forma del parlato è minima, cose quasi del tutto inesistenti.

Anche il parlato ha le sue particolari possibilità di autocorrezione, ma non ci può cancellare ciò che viene detto in precedenza. L'oralità si avvale dei mezzi prosodici (intonazione, pause, velocità) e di mezzi che si definiscono paralinguistici (la gestualità, il tono). La scrittura può rappresentare solo in parte i primi attraverso la punteggiatura ma con evidenti imprecisioni.

Fra lingua parlata e scritta inoltre è molto diversa la condizione del destinatario: chi ha sotto gli occhi un testo scritto può ripercorrerlo a ritroso, esaminarlo, e approfondire la sua comprensione, mentre il parlato è per sua natura evanescente, fuggevole; viene definito anche lineare, cioè che il lettore può fruire del testo solo nell'ordine nel quale esso viene realizzato.

La semplice distinzione fra scritto e parlato è monca: accanto alla scrittura e all'oralità nella sua forma più tipica e spontanea esistono infatti altri tipi di comunicazione parlata come il monologo, che ha in genere maggior coerenza tematica, e le multiformi realizzazioni orali legate in qualche modo alla scrittura. Anche la lingua della radio e della televisione, almeno nella funzione più propriamente informativa e giornalistica dei programmi di divulgazione scientifica e culturale, si realizza come oralità se guardiamo al fruitore, ma a partire da testi che sono stati prima stesi in forma di scrittura e poi letti, trasmessi agli ascoltatori.

La diastratia

Con diastratia intendiamo la variazione determinata da fattori di tipo sociale, correlata allo status socio-economico di chi usa la lingua. In verità riconoscere precisi confini fra le classi sociali nell'Italia contemporanea è compito arduo. Nel quadro di un miglioramento generale delle condizioni di vita negli ultimi decenni per la linguistica le variabili pertinenti non solo e non tanto da fattori tradizionali come il reddito economico o il patrimonio posseduto, ma dall'incrocio da indicatori di vario tipo, economici ma anche culturali in senso lato; l'istruzione scolastica, il tipo di occupazione o di attività lavorativa, la consuetudine alla lettura.

Su queste basi si distinguerà intanto la varietà dei ceti più alti: la cosiddetta alta borghesia la quale sarà ben padrona di un italiano formale o genericamente colto, diciamo pure lo standard. I ceti medi saranno portatori di varietà vicine allo standard ma interferite da popolarismi, da tratti di origine dialettale. I ceti più bassi avranno competenza attiva, o solo dialettale o del dialetto del cosiddetto italiano popolare. Una peculiarità varietà diastratica in via di diffusione è poi costituita dall'italiano praticato dal crescente numero degli immigrati.

La diafasia

La diafasia individua le varietà della lingua determinate dalla situazione comunicativa, dalle funzioni e dalle finalità del messaggio, dal contesto generale nel quale si compie lo scambio linguistico anche nel suo argomento. Tutti, nello scritto e nel parlato, adottiamo una particolare varietà del codice in relazione al tipo di comunicazione in cui siamo coinvolti: faremo uso di una scrittura diversa a seconda che siamo impegnati in un convegno o una tesi di laurea o tema scolastico.

Lungo l'asse diafasico si distingueranno ai due estremi le varietà più formali della lingua, quelle delle occasioni comunicative di maggiore impegno e quelle più informali, consentite dall'immediatezza e dalla spontaneità delle situazioni che non impongono speciali cure espressive: si delinea così una scala nella quale trovano posto i diversi registri della lingua, da un massimo a un minimo di elaborazione formale.

Si fanno rientrare nel parametro della diafasia anche il concetto di sottocodice correlati non al contesto comunicativo ma all'argomento del messaggio: riconosceremo così i sottocodici tecnico-scientifici (lingua della fisica, dell'informatica) e quelli meno specializzati, dello sport, della moda e dei mezzi di trasporto. Questi sottocodici appartengono anche in qualche misura anche alla dimensione diastatica.

Ad apprezzare meglio di diastratia e diafasia, si consideri che fra questi due parametri corre una differenza fondamentale. Le varietà diastatiche sono collegate all'utente in modo univoco: ognuno di noi può far uso di una sola varietà diastatica, quella del ceto sociale di appartenenza e non potrà esprimersi in altre se non al prezzo di risultare buffo e grottesco.

La diacronia

La diacronia è il parametro di variazione legato alla dimensione cronologica. Tutte le lingue si evolvono nel tempo, in tutti i loro aspetti. I più anziani conservano abitudini linguistiche che appaiono ormai in declino, per esempio la prostesi di i davanti a s preconsonantica.

I giovani sono invece al contrario spesso portatori di usi innovativi, sono diffusi cambiamenti a tutti i livelli del codice a cominciare dalla grafia.

La diatopia

La diatopia è la variazione determinata dalla dimensione spaziale. Ai nostri giorni come ai tempi di Dante, le differenze fra gli italiani a seconda della provenienza geografica, anche quando essi si esprimono in lingua, sono ben percepite da tutti noi.

Lingua, dialetti, italiani regionali

Si dovrà osservare, in via preliminare, che da un punto di vista scientifico, interno alla lingua, fra lingue e dialetti non esiste alcuna differenza. I dialetti al pari della lingua hanno un loro lessico e una grammatica. Le differenze però in realtà ci sono ma sono di carattere storico, sociale e culturale, piuttosto che in criteri strettamente linguistici; un dialetto è di solito usato in un’area più circoscritta, la sua codificazione descrittiva è meno raffinata; la sua terminologia esclude di norma il vocabolario scientifico e intellettuale.

Ma i dialetti soprattutto godono di un prestigio inferiore rispetto a quello della lingua poiché è stato vissuto a lungo come simbolo di arretratezza, un ostacolo all’emancipazione sociale e all’avanzamento economico, una realtà perciò da superare in direzione della conquista dell’italiano.

La dinamica che si instaura tra lingue e dialetti percorre del resto in modo emblematico le vicende della nostra storia linguistica, se solo riflettiamo sul fatto che l’italiano si fonda sul fiorentino antico e scritto e sul fatto che l’italiano non è altro alla sua origine che uno dei tanti dialetti che affollavano la penisola nel XIII secolo, di diffusione locale e di prestigio assai modesto.

L'Italia dialettale

La variazione diatopica dell'italiano si deve tratteggiare in prima istanza attraverso il reticolo delle parlate dialettali. L'Italia dialettale si ripartisce in tre grandi aree, delimitate da due fasci di isoglosse noti come le linee La Spezia-Rimini e Ancona-Roma. La prima segna il confine meridionale dei dialetti del Nord, la seconda individua il limite fra le parlate centrali e quelle del Mezzogiorno.

Solo nei dialetti settentrionali occorrono per esempio: la riduzione delle consonanti rafforzate, la sonorizzazione delle occlusive sorde intervocali, solo in quelli meridionali si rilevano fra altri fenomeni lo sviluppo della vocale indistinta in posizione atona, le assimilazioni nd>nn e mb>mm.

Da queste evoluzioni sono indenni i dialetti centrali, che risultano più conservativi rispetto alle basi latine e fra quelli primeggiano quelli toscani: le parlate toscane si avvalgono di una più stretta vicinanza alla lingua madre e di una maggiore centralità geografica, ma sono anche esposte, per la via dei passi appenninici, agli influssi delle parlate settentrionali.

Al Nord distinguiamo i dialetti gallo-italici da quelli veneti: solo nei primi si registra la spiccata tendenza alla caduta delle vocali atone. Fra le parlate del Sud si segnala il confine che separa le aree continentali dalle estreme propaggini meridionali, la Puglia salentina e la Calabria peninsulare, solidali con la Sicilia in alcune caratteristiche.

In posizione particolare si collocano le parlate della Sardegna e del Friuli. Sardo e friulano sono infatti contrassegnati da fenomeni che ne designano propri codici autonomi, nell’ambito delle lingue neolatine. L’uso dei dialetti oggi è in declino, contrastato dall’espansione della lingua comune, che sta erodendo il loro territorio con il suffragio dell’insegnamento scolastico, dei mass media e del più alto prestigio che la circonda.

Esistono due varietà principali

  • I dialetti italianizzati: i dialetti italianizzati sono il risultato dell'influsso dell'italiano sulle parlate locali in una reazione di superstrato. Assistiamo così alla non infrequente nascita di nuove parole per designare nuovi referenti, come il lombardo aceleradur, il siciliano televisioni.
  • Le varietà regionali di italiano: con Italiano regionale definiamo quella varietà di italiano che mostra a tutti i livelli del codice caratteristiche peculiari di un'area geografica. Regionale è comunque un aggettivo impreciso e rischia di essere fuorviante; non si deve infatti pensare ai confini delle regioni amministrative.

In tutti i dialetti a Nord della linea La Spezia-Rimini, come si è visto, le consonanti rafforzate sono realizzate come scempie: negli italiani regionali settentrionali una traccia di questo fenomeno persiste nel mancato raddoppiamento delle palatali. In morfosintassi è generalizzato in tutto il Settentrione l'uso del passato prossimo, anche nella sfera del passato remoto, adibito ad indicare avvenimenti che non hanno più riflessi al momento dell'enunciato; particolare della Lombardia e del Trentino è la presenza dell'articolo determinativo con i nomi di persona.

Dell'Italia centrale si possono segnalare: l’affricazione della fricativa alveolare, il rafforzamento di b e d in posizione intervocalica; solo in Toscana per esempio sopravvive il sistema tripartito dei pronomi e aggettivi dimostrativi questo, codesto e quello. L’uso di codesto però è ancora vivo nell’italiano burocratico.

Degan di nota è anche l’espressione con formula impersonale della prima persona plurale: noi si usava andare in Versilia...

Si contrappone ancora alle consuetudini settentrionali la popolarità al Mezzogiorno del passato remoto in riferimento a eventi che si riflettono ancora nel presente; viva è ancora la tendenza alla posposizione del possessivo il libro mio e alla costruzione del complemento oggetto preceduto da a, e anche la collocazione del verbo alla fine della frase.

L’italiano regionale consiste in sostanza in una reazione di sostrato cioè in quel meccanismo per il quale la lingua che si afferma in una determinata area geografica subisce l’influenza della lingua dominante in precedenza nello stesso territorio, ma ormai in declino (i dialetti). Appare evidente che lo studio delle varietà regionali si pone oggi come un compito primario per la lingua italiana, inteso come radiografia degli usi parlati. Le varietà diatopiche emergono soprattutto nel parlato, ma possono affiorare anche nella scrittura; sono percepibili in tutti i registri della diafasia, riconoscibili in forma trasparente ai livelli inferiori della scala diastatica, si manifestano anche presso gli strati più favoriti sotto il profilo economico e culturale.

Oggi la regionalità è più sfocata, grazie soprattutto all’accelerata circolazione delle produzioni linguistiche, poiché ci pone in contatto quotidiano con le varietà regionali e le rende più familiari alla nostra sensibilità. L’importanza dei dialetti si deve cogliere anche in diacronia, negli svolgimenti storici della nostra lingua.

Le minoranze linguistiche

Si devono infine passare in rivista le minoranze linguistiche (alloglotte). Si individuano:

  • Le parlate provenzali
  • I cosiddetti dialetti franco-provenzali
  • Le parlate ladine
  • Le parlate bavaro-tirolesi
  • I dialetti sloveni
  • Il croato
  • Le parlate albanesi
  • I dialetti di origine greca
  • Il catalano
  • Infine si ricordano altre comunità e parlate alloglotte minori, le colonie tedescofone, le parlate gallo-romanze.

A tutte queste lingue di minoranza si aggiungono i dialetti del rom, ai quali si può guardare tramite molteplici prospettive. A tutti questi alloglotti si deve ormai aggiungere anche la rilevante presenza dei nuovi flussi d’immigrazione provenienti dai paesi del terzo mondo e dall’Europa dell’est e dal mondo slavo. Costituiscono una nuova entità sociale, collocata per lo più ai margini inferiori della scala diastratica. In una realtà così sfaccettata è ovvio che anche i tentativi di organizzare forme di insegnamento della lingua italiana incontrino non poche difficoltà.

L'italiano parlato

Caratteri generali dell'oralità

La varietà del repertorio che mostra oggi la maggiore capacità espansiva è quella dell’oralità, che conviene indagare come libero colloquio fra due o più interlocutori, anche per cogliere le differenze rispetto all’oralità ‘trasmessa’ della radio e della televisione. Nel parlato dialogico locutore e ascoltatore sono compresenti, si scambiano i ruoli con alternanza e con la possibilità di intervenire in vari modi nel messaggio secondo i meccanismi della cosiddetta retroazione.

Sintassi e testualità

Nella sintassi della frase il parlato predilige andamenti che adottano un ordine delle parole diverso rispetto a quello non marcato, che allinea soggetto, predicato verbale e complemento oggetto. Si accampa soprattutto nell’oralità una serie di costrutti che obbediscono al fine di mettere a fuoco un elemento della frase attraverso la sua collocazione in prima sede, nella posizione di tema.

La tematizzazione più ricorrente è la dislocazione a sinistra: gli enunciati "il giornale lo compra Mario", "con la zia stasera ci mangia Rosanna", presuppongono che si stia parlando di un giornale da comprare e di qualcuno che deve cenare con zia; l’elemento anticipato e posto in evidenza è integrato sintatticamente nella frase, ripreso da un elemento anaforico, per lo più un pronome personale e non è separato da pause.

In assenza di ripresa anaforica l’elemento dislocato a sinistra ha invece nel parlato funzione di rema, veicola cioè una formazione nuova "il giornale compra Mario [e non il pane]": il costrutto ha il nome di topicalizzazione contrastiva.

Un altro caso di dislocazione a sinistra è il cosiddetto tema sospeso o nominativo assoluto, nel quale l’elemento dislocato a sinistra è del tutto esterno alla frase: "la mamma, le ho regalato uno scialle". Alla stessa tipologia può essere ascritta quella costruzione sintattica designata anche con il termine anacoluto, una deviazione sintattica nella strutturazione della frase, tale da lasciare incompiuto il costrutto di apertura.

Alla dislocazione a sinistra si affianca un altro costrutto quello della dislocazione a destra "lo compra Mario, il giornale"; l’elemento a destra è già un dato del discorso, è anticipato da un pronome cataforico ed è preceduto nella pronuncia da una breve pausa.

Quando l’accentuazione enfatica converge sul rema, il parlato ricorre volentieri alla frase scissa: in un enunciato come "è Mario che compra il giornale" si noti che la frase si spezza in due blocchi distinti. La frase scissa è stata individuata come un costrutto francesizzante, ma è promossa nell’italiano spinta dall’oralità. Alla sintassi marcata del parlato si deve ascrivere almeno un altro costrutto molto...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher georgiana05 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Martinelli Donatella.
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