Cap. 4 - La struttura globale del lessico
Classi di parole
Le classi di parole sono l'insieme delle parole di un lessico i cui membri hanno una o più caratteristiche morfologiche o sintattiche comuni (ad esempio, mangiare e ridere sono verbi: persona, tempo, modo). Sono dette anche parti del discorso, classi/categorie grammaticali o lessicali. Sono una delle strutture extralessicali (riguardanti più parole). In base a questi criteri si può collocare ogni parola in almeno un insieme. Il numero di classi di parole di una lingua è variabile. Per l'italiano ci sono 9 classi. Dal punto di vista morfologico si possono dividere in variabili (nomi, verbi, aggettivi, articoli, pronomi), che subiscono modificazioni morfologiche, e invariabili (avverbi, preposizioni, congiunzioni, interiezioni). Dal punto di vista lessicale, invece, si dividono in aperte (nomi, verbi, aggettivi, avverbi), che ammettono l'entrata/uscita dei loro membri, e chiuse (articoli, pronomi, preposizioni, congiunzioni), il cui elenco dei membri è più costante.
Alcune delle classi vengono normalmente considerate principali: nome, verbo, aggettivo, avverbio. [La grammatica generativa considera la preposizione al posto dell’avverbio.] La discussione sul tema delle classi di parole è molto antica (riflessioni sul greco antico, Dionisio Trace, circa 100 a.C.); oggi è molto dibattuto in vari ambiti della linguistica (teorica, tipologica, neurolinguistica,...).
Fondamentali considerazioni di base
1) Nonostante si possa identificare una classe di parole anche in base a un singolo livello di analisi linguistica (ad es. morfologico), l’appartenenza di una parola ad una classe si manifesta di solito a più livelli contemporaneamente. [Per l’italiano, il nome è: flesso per genere e numero (proprietà morfologica), preceduto da articoli (proprietà distribuzionale) e modificato da aggettivi (proprietà sintattica).]
2) Nelle lingue del mondo (diversi sistemi di classi lessicali) alcune classi non mancano mai: nome e verbo. Sono quindi dette classi basiche. Questo si riflette anche nella quantità di nomi e verbi presenti nelle lingue, di norma maggiore rispetto alle altre classi. [Per l’italiano il vocabolario di base è composto per il 60,6% di nomi, per il 19,6% di verbi e il restante 19,8% delle altre classi.]
3) Le parole possono appartenere a più classi. Questo avviene soprattutto nelle lingue con una scarsa morfologia o che comunque non distinguono la classe delle parole tramite la modificazione della loro forma (inglese). [In italiano non è frequente, poiché le parole di diverse classi si distinguono dal punto di vista morfologico.]
4) Si possono individuare sottoclassi o sottoinsiemi di una classe, ma questo si può fare in base a una sola dimensione: per i verbi è possibile individuare classi diverse in base al numero di argomenti che richiedono. Ma la ricerca più interessante è quella che individua i rapporti tra più piani, in particolare tra il significato e il comportamento sintattico delle parole.
Classi morfologiche, sintattiche, semantiche
Piano morfologico → fu il primo ad essere osservato scientificamente. Le parole si caratterizzano in quanto si modificano morfologicamente in vari modi. In un sistema di casi (come il latino) solo alcune parole (come lupus), e non altre (come vidēre), sono flesse per il caso (nominativo, accusativo,..); e soltanto parole come vidēre, e non parole come lupus, sono flesse per il tempo (presente, ..).
Piano distribuzionale e sintattico → ritenuto più utile da molti studiosi perché ci sono molte lingue con una morfologia limitata o assente, nelle quali le distinzioni tra classi di parole si manifestano solo attraverso la sintassi (inglese, cinese,...). La classificazione sintattica avviene secondo due modalità:
- Analisi delle combinazioni che una parola consente nel piano sintagmatico (su base distribuzionale) permette di notare che, ad es., solo alcune parole e non altre sono precedute dall’articolo.
- Analisi della modificazione sintattica alla quale una parola si presta (su base sintattica) permette di notare che, ad es., solo alcune parole e non altre ammettono di essere modificate da un avverbio.
Piano semantico già nell’antichità si proposero criteri per distinguere tipi diversi di parole in base al loro significato o ad alcuni aspetti di questo. [Già Aristotele nella Poetica distingueva tra una parola il cui significato è dotato di temporalità e una il cui significato non ne è dotato.] Un criterio semantico ritenuto fondamentale da molti linguisti (come J. Lyons) è quello che distingue tra:
- Parole che si riferiscono a delle entità (persone, animali, luoghi, oggetti,..)
- Parole che attribuiscono proprietà alle entità (il sole risplende) o che descrivono la relazione tra due o più entità (il sole illumina il viso)
- Parole che esprimono le qualità delle entità (ombrello rosso)
Rapporti tra il significato e la classe di parole
Esistono, seppur a un livello molto astratto, delle analogie tra le proprietà formali (morfologiche e sintattiche) delle parole e il loro significato. [Tendenza delle parole che indicano luoghi, persone, cose a essere nomi, di quelle che descrivono proprietà di cose o relazioni tra esse ad essere verbi, di quelle che indicano qualità di cose ad essere aggettivi.] Questo, già noto nell’antichità, è stato ripreso da linguisti come E. Sapir (1921) e J. Lyons (1977), che hanno cercato di descriverle accuratamente. L’esistenza di convergenze tra le categorie ontologiche (cose e fatti) e le categorie linguistiche (nomi, verbi, ...) sottolinea lo stretto rapporto tra la categorizzazione concettuale e la categorizzazione linguistica.
Per mostrarle in modo sistematico, Lyons elaborò una classificazione tripartita delle categorie ontologiche principali, in cui le categorie (entità) sono distinte in base al loro ordine. [Queste entità sono costituite da “oggetti” diversi (persone, azioni, fatti,...)]
| Ordine di tipo di entità | Parte del discorso |
|---|---|
| Cose che esistono nel tempo; sono più basiche delle altre: un’entità è per definizione qualcosa che esiste concretamente | Nome |
| Cose che accadono nel tempo; possono essere osservate in quanto avvengono nel mondo, ma è una percezione più concettuale (evento di calciare una palla) | Verbo |
| Cose fuori dal tempo e dallo spazio (sono veri più che reali- credenze, giudizi); non possono essere osservate | Fatti possibili |
[L’argomentazione di Lyons è più complessa. Non è stata presa in considerazione l’osservazione secondo cui esistono delle corrispondenze tra la definizione semantica di una parte del discorso (tipo di entità che denota) e il suo rango (rank). Per rango si intende la proprietà di una parte del discorso di poter modificare un’altra parte del discorso o di esserne modificata. Una parte del discorso che non può modificarne nessun’altra è di rango superiore rispetto a quelle che la modificano (nome-aggettivo). Lyons nota che esiste un’analogia tra il rango di un’espressione e l’ordine dell’entità che questa denota, nel senso che le espressioni di rango superiore denotano entità di primo ordine.] Tuttavia ci sono delle difficoltà in questa classificazione, che anche Lyons notò. Ad esempio, ci sono molte lingue che hanno nomi che si riferiscono ad entità di 2o ordine (tramonto) in quanto si riferiscono ad un evento che accade nel tempo: sono i nomi di 2o ordine (o nomi d’azione). Perciò Lyons parla dell’esistenza per ogni classe di parole di un nucleo “focale” costituito dagli elementi più tipici (nomi di 1o ordine) affiancato da altri elementi meno frequenti. Quindi, i nomi non designano sempre entità di 1o ordine, ma gli oggetti concreti tendono ad essere realizzati come nomi.
Più avanti, altri studiosi osservarono come l’esistenza delle due categorie di verbo e di nome rispecchi anche l’opposizione tra riferimento (o designazione) e predicazione. Queste possono essere interpretate in modi diversi:
- Due modalità fondamentali del nostro pensiero e modo di ragionare, quindi come modi universali di concepire le cose ed organizzare il pensiero
- Due modalità fondamentali e modi universali di presentare o enunciare le cose e di organizzare il discorso (strategie discorsive) vicino all’interpretazione di Searle (1969) secondo cui:
- Quando compiamo un atto di riferimento, identifichiamo un certo oggetto (un’entità) e lo presentiamo come un campo di applicazione su cui poi diremo qualcosa;
- Quando compiamo un atto di predicazione affermiamo il verificarsi di un evento in cui tale entità è coinvolta o, se sono più di una entità, stabiliamo le relazioni tra esse.
I due atti del riferimento e della predicazione costituiscono quindi due opzioni a nostra disposizione per modulare il contenuto del nostro discorso. Riferimento e predicazione non sono, comunque, nozioni, ma sono due modi diversi di dare forma alle nozioni. Una stessa nozione può essere infatti presentata usando entrambe le modalità (predicazione- la casa brucia, riferimento- il fuoco avvolge la casa). I verbi sono classi di parole che in generale soddisfano l’atto della predicazione (asserire un evento) mentre i nomi soddisfano più tipicamente l’atto del riferimento (identificare le unità coinvolte in una predicazione).
Sottoclassi di parole
Si possono distinguere sottoclassi di parole in base alle loro proprietà formali (morfologiche o sintattiche) o in base al loro significato. Anche in questo caso però è interessante chiarire l’interazione tra le due. Ci concentreremo sulle categorie del verbo e del nome, per i nomi i criteri collegati alla loro proprietà di potersi riferire a entità di 1o e 2o ordine.
Classi di verbi
Ci sono 3 modi di classificare il verbo (usando criteri collegati alla sua proprietà di esprimere entità di 2o ordine) e hanno a che fare con le caratteristiche dell’evento che il verbo esprime:
- Significato denotativo basato sull’analisi del tipo di evento dal punto di vista concettuale: verbi di moto, di maniera (scivolare), di percezione (sentire), di cognizione (capire), di misura (pesare), ecc.
- Aktionsart basato sull’analisi del tipo di evento dal punto di vista aspettuale: verbi di stato, di cambiamento puntuale (arrivare), di processo (lavorare), ecc.
- Valenza numero, tipo e ruolo degli argomenti richiesti da un verbo: verbi zerovalenti (nevicare), monovalenti (nascere), bivalenti (conoscere), ecc.
C’è poi la dimensione della transitività, che però attraversa tutte le 3 dimensioni citate. I primi due criteri sono semantici, gli altri due possono essere interpretati sia in senso semantico che sintattico. C’è una gerarchia tra i criteri: quello della valenza è il più importante di un’ampia serie di criteri quali: la sottocategorizzazione degli argomenti (modo in cui sono espressi dal punto di vista sintattico, ad es. se sono oggetti diretti o no), le restrizioni sulla selezione degli argomenti (condizioni semantiche imposte loro dal verbo, ad es. se si riferiscono a entità animate o no), i ruoli tematici degli argomenti (le funzioni da loro svolte nell’evento espresso dal verbo, ad es. se sono agenti, destinatari,..).
Transitività
Un verbo è transitivo se è accompagnato da un complemento oggetto o diretto (legato direttamente al verbo- aggiustare) mentre è intransitivo se non può esserne accompagnato (arrivare). In alcuni casi però alcuni verbi comunemente transitivi possono essere usati senza complemento oggetto (da ieri non fumo più (sigarette)), perché è sottointeso. La transitività si accompagna ad altre proprietà che permettono di individuarla, ad esempio la passivizzazione (un transitivo può essere reso passivo (è aggiustato), un intransitivo no (*è stato arrivato)). Questa permette di distinguere verbi che pur avendo un oggetto apparente non possono essere passivizzati e quindi non sono completamente transitivi (la torta pesa 3 kg - *3 kg sono pesati dalla torta). La caratteristica della transitività è una proprietà che il verbo ha grazie al suo significato. Ad esempio, i verbi transitivi più tipici sono quelli in cui il soggetto fa un’azione che “passa” sull’oggetto, che la subisce. Questo però non è valido, ad esempio, nelle frasi transitive in cui il soggetto non fa alcuna azione e l’oggetto non subisce alcuna modifica (Luca ha ricevuto uno schiaffo). [Per definire questi verbi è meglio attenersi alla definizione basata sulla presenza/assenza del complemento oggetto.]
Dal punto di vista sintattico i verbi intransitivi si dividono in inergativi, che (in italiano) nei tempi composti hanno l’ausiliare avere (ho letto), e inaccusativi, che hanno l’ausiliare essere (sono caduto) e che comprendono i verbi intransitivi pronominali (mi sono pentito). Gli inaccusativi sono particolari perché i loro soggetti hanno caratteristiche tipiche degli oggetti dei verbi transitivi, ad esempio, possono essere sostituiti con il pronome ne (ne ho visti molti, ne sono arrivati molti, *ne hanno dormito molti).
Dal punto di vista semantico gli intransitivi esprimono eventi di tipo molto diverso tra loro, non si può generalizzare. Esistono però molte analogie tra l’appartenenza di un verbo intransitivo a una delle due classi e le sue proprietà semantiche e azionali: gli inaccusativi tendono a esprimere cambiamenti di stato che accadono al soggetto (cadere, guarire), un cambiamento di posizione dopo un moto direzionato (entrare), uno stato, un avvenimento, ecc.; gli inergativi descrivono attività intenzionali attuate dal soggetto (camminare) o funzioni e reazioni corporee non propriamente controllate (respirare, dormire). È stato anche detto che gli intransitivi esprimono eventi diversi dai transitivi, ma non è sempre vero: ci sono coppie di verbi sinonimici di cui uno è transitivo e l’altro intransitivo (rispettivamente chiamare-telefonare). Ci sono poi verbi transitivi che per completare il loro significato richiedono un terzo complemento che può esprimere, ad esempio, il destinatario dell’azione (Pietro ha dedicato il libro a me). Lo stesso vale per alcuni intransitivi, che oltre al soggetto possono richiedere un altro complemento, ad esempio, quello di luogo (Tu abiti a Roma). È per questo che per migliorare la classificazione in transitivi e intransitivi serve il criterio della valenza.
Valenza
Modello formulato da L. Tesnière (1959) nell’ambito della descrizione della sintassi delle lingue classiche; altri analoghi sono ad esempio: il principio di selezione e il principio di proiezione (Chomsky), la struttura argomentale (Grimshaw), la struttura attanziale (Lazard). Tutti i modelli sono basati sull’idea che in una frase si costituisca attorno a un verbo (elemento portante) un insieme di elementi che rappresentano i partecipanti all’evento espresso dal verbo. Alcuni di questi elementi, gli argomenti (o attanti), sono essenziali per completare il significato del verbo e vanno sempre espressi. Altri elementi, accessori, possono invece essere omessi senza che la frase perda il significato. In base al numero di argomenti che richiedono si possono distinguere 4 classi principali di verbi: zeroargomentali (piovere), monoargomentali (nascere), biargomentali (abitare), triargomentali (dedicare). Un metodo immediato per stabilire qual è la valenza di un verbo è quello di aggiungere o togliere un elemento alla frase e valutare se il risultato è accettabile.
Il modello della valenza si basa su una concezione diversa da quella della grammatica tradizionale: nel modello tradizionale accanto al predicato viene fatta una distinzione tra il soggetto e i complementi, mentre nella teoria della valenza la distinzione principale è tra i complementi retti dal verbo (argomenti/attanti) e quelli non retti dal verbo (accessori o, nella terminologia di Tesnière, circostanti/circostanziali). Il calcolo della valenza di un verbo è complicato per 3 ragioni:
- La distinzione tra argomenti ed elementi accessori è complicata dal fatto che uno stesso complemento può essere, a seconda del verbo e del contesto, argomento in un caso e accessorio in un altro (argomento: oggi è il mio compleanno, accessorio: ho visto Luca proprio oggi).
- Alcuni verbi permettono di non esprimere uno dei loro argomenti mentre altri implicano argomenti che comunque non esprimono: alcuni verbi (parcheggiare) possono presentarsi sia con due argomenti (lui ha parcheggiato la macchina) che con uno (argomento default -lui ha parcheggiato); in altri, come tagliare, tra gli elementi evocati dal verbo oltre alla persona che effettua l’azione e alla cosa tagliata, c’è anche (implicito) lo strumento utilizzato senza il quale l’atto di tagliare non può avvenire (argomento ombra- si distingue dall’argomento default perché può essere espresso solo se ulteriormente specificato).
- In entrambi i casi non è chiaro se debbano base alla natura del referente del soggetto essere conteggiati nel calcolo della valenza.
I verbi ammettono di norma più di una struttura argomentale (andare è monoargomentale in “questa macchina non va” e biargomentale in “la lettera va al direttore”). Il cambiamento di valenza è correlato ad un cambiamento di significato (andare significa...
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