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Letteratura latina medievale

Capitolo primo – La critica testuale

Il problema

Critica testuale o ectodica (dal greco, “pubblicare, dare alla luce”): disciplina che, attraverso apposite tecniche, indaga la genesi e l’evoluzione di un’opera letteraria, individuandone le forme e studiando le sue trasformazioni nel corso del tempo. L’obiettivo è quello di consentire la pubblicazione di un testo affidabile. L’esistenza di differenze fra un testo e l’altro della stessa opera era inevitabile prima dell’introduzione della stampa: il copista introduceva delle modifiche (volontarie o non: miglioramenti stilistici, errori di scrittura o correzioni di errori precedenti). Per qualunque testo medievale, quindi, si pone la domanda di quale fosse l’originale, ovvero l’opera così come venne davvero concepita e scritta dall’autore. Sarà necessario effettuare una ricostruzione, riconoscendo ed eliminando quanto in queste copie non è genuino.

ES. la Comedia di Dante è oggi conservata in circa 800 manoscritti; non esiste l’autografo e il più antico risale a oltre dieci anni dopo la morte dell’autore.

ES. L’Eneide è conservata, invece, in un migliaio di manoscritti, ma non ne abbiamo nessuno anteriore al 4o secolo (300 anni dopo la composizione). Quindi nessun manoscritto delle due opere può considerarsi originale e esente da innovazioni.

Occorrerà procedere ad un esame dei documenti esistenti (testimoni dell’opera), alla loro valutazione e al restauro del testo sulla base di essi: si dovranno registrare le forme presenti nei testimoni (lectiones), confrontare le differenze (varianti) fra un testimone e l’altro e scegliere le varianti che hanno maggiore probabilità di essere originarie.

Con l’introduzione della stampa in Europa (15o secolo) le copie di un'opera appartenenti alla stessa tiratura sono, idealmente, identiche sia nell’aspetto esteriore che per il testo contenuto. Ma non è sempre così: a volte le matrici venivano modificate nel corso della stampa, per ragioni accidentali o volontarie. Ma, in linea di massima, per le opere prodotte prima della stampa vale il principio di difformità, per quelle prodotte dopo il principio di uniformità.

Per le opere prodotte dopo l’invenzione della stampa possiamo avere maggiore sicurezza su quale fosse il loro originale, a condizione che l’edizione sia stata curata dall’autore stesso. È comunque necessaria un’indagine critica per opere di cui possediamo solo manoscritti o per le edizioni postume, nel caso, cioè, in cui l’opera non è stata riveduta e licenziata dall’autore e può contenere errori di trascrizione o modifiche da parte del curatore.

ES. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de Il gattopardo, morì nel 1957, dopo aver tentato per anni di pubblicare il proprio romanzo; il libro uscì per la prima volta nel 1958, ma corrispondeva ad uno stadio di composizione dell’opera ormai superato e soltanto nel 1969 uscì un’edizione più conforme all’ultima stesura dell’autore.

ES. Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, invece, fu pubblicato nel 1867 (6 anni dopo la morte dell’autore), con molte modifiche di carattere stilistico e linguistico apportate dai curatori; solo nel 1952 venne pubblicata un’edizione conforme al manoscritto autografo.

ES. Il principe di Machiavelli, infine, fu pubblicato nel 1532 (5 anni dopo la morte dell’autore); non possediamo l’autografo, ma dai manoscritti più antichi è possibile concludere che il testo della prima edizione presenta differenze rispetto a quanto Machiavelli aveva in origine scritto: ad esempio, sono stati eliminati vari toscanismi e venne cambiato il titolo (in origine: De principatibus).

Spesso richiedono un esame critico anche le opere che si sono conservate in forma “autoriale”: l’originale può essere di difficile lettura, una minuta, ricco di correzioni e simili. Se l’opera è incompiuta, i problemi sono maggiori: essendo incoerente, è compito dell’editore sia dar conto della situazione del testo, sia proporre soluzioni rispettose dei documenti e accettabili per il lettore.

Anche le edizioni a stampa uscite sotto la supervisione dell’autore possono essere viziate da errori tipografici o da modifiche della casa editrice o della censura.

ES. Petrolio di Pier Paolo Pasolini è un’opera incompiuta, conservata nel dattiloscritto originale (pieno di correzioni) con molte contraddizioni interne e che, anche nel progetto, doveva avere la forma di un testo incompiuto.

ES. Il Diario postumo di Eugenio Montale, invece, è una serie di 84 composizioni destinate a uscire periodicamente dopo la morte dell’autore.

ES. Altro caso celebre è l’Eneide, pubblicata postuma e contro la volontà di Virgilio, così come i Sonetti romaneschi di Belli, che l’autore non ha mai riconosciuto e che furono pubblicati postumi.

ES. Lo Zibaldone di Leopardi, ereditato da Antonio Ranieri alla morte dell’autore, fu pubblicato solo nel 1898 a cura di Giosue Carducci.

ES. Un caso particolare sono i racconti di Raymond Craver, ampiamente modificati (con il consenso dell’autore) dall’editore e scrittore Gordon Lisch.

ES. Le Novelle rusticane di Verga pongono un problema diverso: la prima edizione dell’opera fu pubblicata nel 1883, dopo che le singole novelle erano già uscite in riviste; fra questi due stadi Verga apportò svariate modifiche all’opera, uscita la seconda volta nel 1920.

Situazioni analoghe si possono trovare nel periodo medievale: è possibile studiare l’evoluzione dell’opera nelle mani dell’autore e in questi casi la critica testuale mira più che altro a ricostruire il processo creativo.

ES. I Promessi sposi sono conservate in varie fasi preliminari: edizione 1825-1827, la copia di quest’edizione a cui Manzoni apportò delle modifiche e l’edizione del 1840-1845 (durante la fase di stampa l’autore continuò ad apportare modifiche al testo).

ES. Così anche i Canti di Leopardi sono conservati in diverse edizioni, tutte curate dall’autore.

ES. L’allegria di Giuseppe Ungaretti uscì per la prima volta nel 1919 (Allegria di naufraghi) e riuniva, con varie modifiche, liriche già pubblicate precedentemente; ne uscì una seconda edizione nel 1931 con il titolo definitivo, una terza (1936) e una quarta (1942), sempre con nuove modifiche.

Il testo di un’opera, quindi, non è un dato immobile, ma un processo. La critica testuale si occupa di esaminare i documenti che possediamo, di individuare i vari “testi” di un’opera, di comprenderne i rapporti e stabilire quali siano utili a ricostruire l’originale, se non conservato.

Uno studio di critica testuale è necessario:

  • Per tutte le opere di cui non esiste un originale.
  • Per tutte le opere di cui esiste/esistevano più originali.
  • Per tutte le opere di cui l’originale esiste, ma di cui l’autore non ha curato la pubblicazione.

Nel campo rientrano:

  • Tutte le opere antecedenti all’introduzione della stampa.
  • Tutte le opere successive alla stampa, di cui l’autore non curò la pubblicazione.
  • Tutte le opere di cui l’autore curò più edizioni.
  • Tutte le opere per le quali le varie copie di una medesima edizione a stampa, pur curata dall’autore, presentino delle differenze fra loro.

Talvolta l’opera di un autore pone problemi di recupero e di riorganizzazione di materiale, come nel caso di edizioni di lettere, di una raccolta o di un’opera omnia. Ad esempio, le poesie dei lirici italiani antichi circolano in vari manoscritti, nei quali solo raramente sono riunite per autore: si deve procedere preliminarmente a una critica di autenticità. Un altro tipo di opera composita è l’epistolario, a meno che non sia pubblicato dall’autore stesso (Epistulae di Cicerone, quelle di Plinio il Giovane, Variae di Cassiodoto e Familiares di Petrarca).

L’edizione critica

La conclusione di uno studio critico è la realizzazione di un’edizione critica, ovvero scientifica, che può consistere nella riproduzione dell’originale (se conservato), in un’ipotesi di ricostruzione dell’originale (se perduto) o in un’edizione comparativa di testi diversi. L’edizione critica è in genere rivolta ai soli studiosi, ma è il presupposto per tutte le edizioni di maggiore circolazione. Per i testi che vanno ricostruiti non esistono edizioni “definitive”, ma solo “ipotesi”.

La critica testuale e le altre discipline

La critica testuale è uno dei campi di studio più tipici della filologia, che mira più in generale a un’esatta comprensione dei testi letterari prodotti in una determinata epoca e cultura, e abbraccia un campo più ampio di studi: il primo e imprescindibile passo è comunque una forma del testo più corretta possibile. Esistono varie filologie: germanica, romanza, celtica, slava, italiana, umanistica, classica, moderna, ecc. per ciascuna delle quali emergono differenze e problemi specifici.

La critica testuale si serve di altre discipline, preliminari allo studio filologico, come la paleografia, la papirologia, la codicologia, storia del libro e della stampa e storia delle biblioteche.

La formazione del metodo filologico

I dotti antichi e del Medioevo si rendevano conto degli sbagli in cui essi stessi incorrevano nel corso della copiatura e della potenziale imperfezione delle varie copie. Il problema si poneva in particolare per le auctoritates, che venivano utilizzate come modello di lingua e stile nelle scuole o che avevano particolare peso ideologico; in questi casi essi cercavano di ricostruire il testo.

ES. Il caso più celebre di critica testuale nell’antichità classica è quello dell’Iliade. Ad Alessandria (3o secolo a.C.) vennero approntate diverse edizioni basandosi sul confronto di diversi manoscritti e sull’eliminazione di numerosi versi non originari; il testo dell’opera giunto fino a noi dipende dal lavoro degli alessandrini e divenne subito canonico.

ES. Un esempio medievale è costituito da Lupo di Ferrières (9o secolo), abate franco appassionato di letture classiche, che cercava di procurarsi più copie delle medesima opera (come De oratore di Cicerone e Vitae Caesarum di Svetonio). Il Medioevo, poi, fu molto sensibile all’esattezza della Bibbia.

Al sorgere dell’età umanistica, data la nuova importanza che assunsero i classici, per gli studiosi diveniva fondamentale il recupero della loro esattezza; non si elaborò un vero e proprio metodo filologico, ma essi praticarono di frequente il confronto fra diverse copie: si partiva da un manoscritto ritenuto superiore, che poi veniva corretto con l’aiuto di altri codici (emendatio ope codicum) o secondo le congetture dell’erudito (emendatio ope ingenii). Il più importante e accurato umanista filologo fu Agnolo Poliziano.

L’invenzione della stampa favorì la diffusione della cultura, ma rallentò lo studio critico dei testi precedenti: quando, infatti, un’opera veniva per la prima volta stampata (editio princeps), tendeva ad assumere un’autorevolezza del tutto indipendente dalla qualità del testo che riportava (di solito si usava come testo-base un manoscritto facilmente reperibile o meglio leggibile). Nei casi più fortunati, le edizioni successive comportavano un controllo dell’edizione precedente su altri manoscritti, ma quasi mai un suo totale superamento. Ogni discussione dotta aveva come base il textus receptus o vulgata (la forma più “comune”, tacitamente considerata superiore).

Gli studiosi più accorti utilizzavano il metodo di edizione del codex optimus (il “migliore”), emendandolo sia ope ingenii, sia ope codicum, ma solo qualora il testo del primo risultasse palesemente scorretto. Spesso si adottavano criteri di tipo maggioritario. Ma questi metodi avevano il grosso limite di essere in larga misura soggettivi. Fra il '700 e la metà dell’800 alcuni filologi si resero conto che il problema centrale era quello di capire preliminarmente quale fosse il valore e l’affidabilità dei testimoni che riportavano un’opera. Il metodo scientifico per fare ciò è il metodo stemmatico o metodo di Lachmann, dal nome del tedesco Karl Lachmann, che contribuì alla sua elaborazione. Il nome è però improprio, essendosi il metodo formato grazie a numerosi filologi, anche indipendenti fra loro. Tale metodo è il fondamento della critica ricostruttiva.

Le riflessioni sull’edizione degli originali conservati risale invece ai primi decenni del ‘900, ma l’esistenza di un autografo non risolve tutti i problemi. La nozione di “originale” può non essere univoca, applicandosi a una molteplicità di documenti, e la stessa definizione di “autore” può essere messa in discussione.

Senza abbandonare gli studi sul momento di produzione di un’opera, oggi grande interesse è riservato al momento della sua fruizione, della vitalità storica e dell’influenza culturale. In generale, si è passati da una linea improntata a un maggior interventismo (che lasciava all’editore ampio spazio per modificare il testo) a una linea più conservativa, che rispetta i documenti, anche a costo di lasciare incongruenze e contraddizioni.

Capitolo secondo – L’originale non conservato

Tradizione e trasmissione

Per tradizione di un'opera si intende il complesso dei documenti che riportano un determinato testo o una parte di esso. I manoscritti conosciuti, interi, parziali o frammentari, e le edizioni a stampa precedenti alle prime edizioni critiche costituiscono la tradizione diretta, mentre i rifacimenti, i riassunti, gli estratti, le tradizioni, le imitazioni, le riprese parodiche e le citazioni in altre opere, la tradizione indiretta.

La trasmissione di un'opera è il processo attraverso il quale quell'opera è giunta sino a noi. Solo pochi dei manoscritti esistiti sono pervenuti a noi. Le opere delle letterature classiche andarono soggette a una vera e propria selezione negli ultimi secoli dell'antichità e nella prima parte del medioevo. La fase più critica iniziò con la crisi dell'Impero romano (3o secolo) e raggiunse il culmine fra 6o e 8o secolo. Si calcola che solo il 10% delle opere sia giunto fino a noi. Alla selezione concorsero:

  • I programmi scolastici.
  • Le convinzioni ideologiche.
  • I diversi gusti letterari.
  • La sostituzione del rotolo di papiro con il codice di pergamena.
  • La modifica dei sistemi di scrittura.
  • I periodi di oscuramento culturale.

A partire dai primi secoli dell'era volgare l'uso del papiro venne affiancandosi a quello della pergamena, in precedenza impiegata solo per i testi documentari. Nel mondo classico i libri consistevano in rotoli continui, che vennero sostituiti dal codice (formato in cui vennero trascritti i testi sacri e i primi autori cristiani). Il passaggio rotolo→codice e papiro→pergamena costituì il momento decisivo per la selezione delle opere classiche: la pergamena era un materiale costoso e preparare un codice era molto dispendioso, perciò molte opere che non erano più lette o avevano scarso interesse non vennero trascritte sul nuovo supporto e si deteriorarono con il tempo.

Un'ulteriore selezione del medioevo e l'impiego di palinsesti: in un'età di ristrettezze economiche, molti dei testi che non interessavano più vennero cancellati e la pergamena riutilizzata per altri scritti. La cancellatura avveniva per mezzo del raschiamento, ma in genere rimanevano tracce della scrittura inferiore.

ES. Il palinsesto delle Etymologiae di Isidoro (Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel, Sassonia), codice dell’8o secolo, riutilizza la pergamena di altre opere raschiate, come i Vangeli in greco (lingua pressoché sconosciuta all'epoca), il Nuovo Testamento curato dal vescovo Ulfila (passabile di eresia) e la Proprietà degli alimenti di Galeno.

Grazie ai palinsesti nell'800, nell'abbazia emiliana di Bobbio fu trovato il De re publica di Cicerone (unico manoscritto dell'opera) e le Epistulae di Frontone. La fase più critica per la conservazione dei classici terminò intorno al 9o secolo. Molti codici attestati fra il '400 e il '500 scomparvero in seguito (Storie di Velleio Patercolo, Liber di Catullo, De viris illustribus di Cornelio Nepote). Il più antico manoscritto della Comedìa dantesca di cui abbiamo notizia venne accuratamente descritto a Pisa a metà del '500 dall'umanista Luca Martini (da qui il nome codice Martini) e dalle sue note ricaviamo che è stato scritto nel 1330-1331; oggi non è più reperibile.

Fino al 18o secolo la conservazione del materiale librario fu molto precaria. Nessuna delle grandi biblioteche dell'antichità è giunta fino a noi. Caso eccezionale è quello dell'abbazia di San Gallo, in Svizzera, che ha mantenuto il suo patrimonio librario dall'alto medioevo ad oggi.

Opere di grande importanza sono giunte fino a noi in condizioni precarie e talvolta per circostanze fortuite, come le Elegie di Tibullo (conservate in un solo manoscritto del 6o secolo), parte degli Annali e delle Storie di Tacito, le Storie di Tito Livio. Della poesia arcaica latina (es. Ennio), poi, conosciamo solo quel che si può ricostruire dalle citazioni di grammatici tardo-antichi. Dalle distruzioni non sono stati immuni neppure i libri a stampa, non solo a causa di incendi e guerre...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/08 Letteratura latina medievale e umanistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elevero11 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Chiesa Paolo.
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