L'oggetto letteratura
È difficile definire la letteratura. Ma abbiamo qualche accenno:
- Definizione di letteratura nel 300 - "Letterato" come significato di uomo dotto.
- Definizione di letteratura nel 550 - "Belle lettere" come qualcosa di equivalente a quello che, in seguito, dal 700 in poi, divenne "letteratura".
- Definizione di letteratura nel 700 - "Letteratura" come bagaglio di conoscenze che una persona colta acquisisce mediante la lettura di testi scritti.
- Definizione di letteratura oggi - La letteratura include quei testi che non ci interessano, o non ci interessano solo per la loro utilità immediata, ma in cui cerchiamo qualcosa di più, che sentiamo riguardare noi e il nostro rapporto con il mondo, indipendentemente.
Interesse per i fatti letterari
Come Shakespeare narrava nell'Amleto, è incredibile come per chi davvero ama la letteratura riesca a esprimere emozioni anche attraverso la recitazione. Qual è il nostro rapporto con la letteratura?
La media civiltà letteraria
Si esprime come i letterati di poco successo siano stati il ramo sul quale germogliarono tutti gli altri autori di grande successo, ovvero stelle nel buio, che immancabilmente brillarono subito agli occhi dei lettori, visti gli scarsi risultati degli altri scrittori. I romanzi poco avvenenti, "humus" dei capolavori.
La superficie verbale dei testi letterari
Quando viene attuata una parafrasi, leggendola, le suggestioni non sono più le stesse della poesia. Per parafrasi s'intende una riformulazione del testo con altre parole che ne conserva però il significato e cerca di renderlo più chiaro ed evidente. Il punto nodale che priva completamente dell'impatto la poesia è la forma particolare del discorso spesso usata per esprimere i pensieri: anche cambiare una parola spostandola di posizione cambierebbe tutto. Spesso l'uso del passato remoto aiuta a dare un certo effetto al testo, e le parole tronche a fine verso delimitano la frase, come per staccare e lasciare in "attesa" il lettore.
- Verso dal senso compiuto - Un verso che anche se letto da solo ha senso compiuto senza l'aiuto degli altri per comprenderlo.
- Superficie verbale - Forma specifica che assumono le parole di cui un testo è composto.
Le varianti d'autore
Non sempre la prima stesura di un'opera è quella definitiva ed ancor più spesso il testo cambia radicalmente o proprio totalmente: vedi "Fermo e Lucia/I Promessi Sposi" (3/4 edizioni), "Gerusalemme Liberata/Conquistata" (2 edizioni). Sostenendo che comunque per studiare un autore è necessario analizzare il testo il più attentamente possibile, essendo che la prima stesura dell'opera è sempre quella più 'istintiva', che ci permette di studiare meglio ciò che l'autore pensava di elaborare. L'osservazione delle varianti d'autore fornisce una chiave interpretativa del testo insostituibile, in quanto conduce l'attenzione su aspetti dell'opera che altrimenti non sarebbero stati evidenti.
Il verso e la rima
Prosa: lingua scritta (generalmente), priva di rima ma ha comunque delle regole; non meno della poesia, talvolta la prosa può essere tanto complicata quanto la poesia, vedi ad esempio L'Innocente di D'Annunzio, nel quale la complessità verbale è davvero portata al limite e l'elaborazione del testo è incredibile.
Poesia: non è l'elaborazione formale che distingue la prosa dalla poesia, ma forse è la presenza o l'assenza di certe convenzioni sociali, di certi 'contrassegni di poeticità' come le rime e l'organizzazione grafica del testo. Rispetto alla parola della prosa, però, la parola poetica risulta meno legata ai significati letterali del contesto e sfrutta altri elementi (suoni, ritmo) per potenziare e produrre significati.
Prosimetri: opere in cui convivono delle parti in prosa e delle parti in versi (ma le singole parti di ogni prosimetro sono necessariamente in versi o in prosa con le proprie regole per l'una e l'altra).
- Omoteleuti - Parole che hanno la stessa terminazione: si affievolì, si ammutolì / pigolìo, cinguettìo.
Ma ciò che caratterizza la poesia è il fatto che in prosa i fenomeni che riguardano il suono ed il ritmo non hanno una loro sistematicità mentre la hanno invece in poesia, dove il legame interno fra suono e significato da latente diventa esplicito e si manifesta nel modo più sensibile.
La fine di ogni verso non coincide con una pausa sintattica, la quale segnali la fine d’una frase, o almeno d’una parte della frase che abbia un proprio senso compiuto. Quando non c’è coincidenza dell’unità metrica (verso) con l’unità sintattica (la frase) si crea una figura detta enjambement.
La rima è nella tradizione italiana l’elemento caratterizzante più facilmente riconoscibile del discorso poetico. Ciò non vale per altre lingue ed altre epoche: per esempio nell’antichità la letteratura latina, così come quella greca, conosceva una metrica basata sulla quantità delle sillabe, e non conosceva la rima come elemento strutturante del discorso poetico.
Nella successione dei versi le rime si possono combinare in maniera differenziata.
- AA - BB Baciata - l'ultima parola del 1° verso con l'ultima parola del 2° verso
- AB - AB Alternata - l'ultima parola del 1° verso con l'ultima parola del 3° verso, l'ultima parola del 2° verso con l'ultima parola del 4° verso
- AB - BA Incrociata o Abbracciata - l'ultima parola del 1° verso con l'ultima parola del 4° verso, l'ultima parola del 2° verso e l'ultima parola del 3°
Rima grammaticale: Ottenuta usando parole che hanno la stessa desinenza grammaticale
Rima facile: Esistono molte altre parole con la stessa terminazione in italiano
Rima tecnica: L’identità dei suoni a partire dall’ultima vocale si aggiungono altre caratteristiche specifiche come le rime ricche, le rime equivoche (due parole d’identico suono ma di significato diverso), rime identiche (rima perfetta, suono e significato identici).
Rima ricca
Dispòsto - Impòsto - Oltre a osto, condividono anche la p.
Rima siciliana
Presente nella lirica italiana del 300 con discreta frequenza. Alcune parole possono rimare tra loro anche se la vocale tonica è differente: in particolare vengono fatte rimare la i con la e chiusa e la u con la o chiusa. Per spiegarsi questo fenomeno occorre risalire alle origini della nostra poesia volgare e ai modi della sua trasmissione: la scuola poetica siciliana, fiorita nel 200 attorno alla corte dell’imperatore Federico II, fu la prima della letteratura volgare italiana, e i suoi testi furono di molta considerazione e costituirono dei modelli per i poeti 200eschi e 300eschi anche fuori dalla Sicilia e dell’Italia meridionale, particolarmente in Toscana, dove copiarono la maggior parte dei testi pervenutici. Ma i copisti toscani, per riprodurre dei versi siciliani, non si facevano scrupolo di rimodellarne la forma linguistica, adeguandola alla fonetica toscana. Nel volgare siciliano esistevano, ad esempio, le rime uso/amoruso ma nelle voci toscane corrispondenti invece le vocali toniche risultavano diversificate, così nella trascrizione d’un copista toscano amoruso poteva diventare ‘amoroso’, mentre invece la forma uso restava immutata.
Rima difficile
Nell’ultima parte dell’Inferno Dante descrive la parte più profonda del regno infernale, con modestia eccessiva: nel momento stesso in cui proclama di non avere le ‘rime aspre e chiocce’ che gli sarebbero necessarie adotta un linguaggio adeguato alla circostanza. In genere suoni aspri, che contengono anche in posizione tonica la u, vocale dal suono più cupo delle altre. Utilizza dunque una rima difficile, una rima rara (cioè nella lingua italiana esistono poche parole che abbiano la stessa terminazione e quindi non è facile trovare parole che possano far rima per esempio con abbo o con buco). L’asprezza e lo stridore di questi versi danteschi non è un dato assoluto e naturale: esso viene percepito sullo sfondo delle consuetudini linguistiche e letterarie.
L'assonanza e la consonanza
L’assonanza – forma imperfetta di rima, quando le vocali di 2 parole (a partire dalla sillaba tonica) sono uguali.
La consonanza - quando le consonanti di 2 parole sono uguali.
La prosa e il verso
Nella tradizione poetica italiana un verso è una successione di sillabe strutturate secondo certe regole: in particolare nella tradizione italiana ogni tipo di verso è caratterizzato dal numero delle sillabe e dalla disposizione degli accenti tonici. Ciò è valido in assoluto fino al 900, quando si afferma l’uso del verso libero. Nel sistema linguistico italiano le sillabe hanno tendenzialmente identica durata nel tempo, essendo una lingua ad isocronismo sillabico.
Come contare le sillabe
- L’incontro all’interno della parola di 2 vocali appartenenti a sillabe diverse viene normalmente computato come 1 sillaba sola (sineresi).
- Analogamente la vocale finale di 1 parola e quella iniziale della successiva vengono considerate come 1 sola sillaba (sinalefe), anche se separate da segni di interpunzione.
- Tuttavia è anche possibile che l’incontro di 2 vocali all’interno di 1 parole venga computato come 2 sillabe (dieresi), in tal caso spesso il fenomeno è segnalato da 2 puntini posti sopra la 1 vocale.
- Nel caso che la 1° di 2 vocali contigue all’interno della parola sia accentata, si usa contare 1 sola sillaba se ci si trova all’interno del verso, 2 sillabe se ci si trova in fine di verso.
- Nell’incontro fra vocale finale di 1 parola e quella iniziale della successiva può verificarsi il fenomeno opposto alla sinalefe (dialefe) per cui le vocali computate sono 2 e non 1 sola.
- Può accadere d’incontrare versi che abbiamo 1 numero di sillabe maggiore (ipermetro) o minore di quello che dovrebbero avere (ipometro).
I versi italiani
Oltre al n° delle sillabe, concorrono a definire il verso le posizioni al suo interno degli accenti tonici. La regola inderogabile è che in penultima sede ci sia sempre un accento tonico.
- Se l'accento cade sulla penultima -> parola piana
- Se l'accento cade sull'ultima -> parola tronca
- Se l'accento cade sulla terzultima -> parola sdrucciola
Endecasillabo - verso in cui l'accento cade sulla decima sillaba metrica, formato da 11 sillabe metriche (non reali). Decasillabo cade sulla nona, e così via.
Emistichi e cesura
Particolarmente evidente è la divisione dei versi doppi in 2 parti, che si chiamano emistichi (mezzi versi, dal greco), marcata la cesura (pausa che separa la 1° dalla 2° parte del verso). Alcuni emistichi:
- Doppio quinario
- Doppio senario
- Doppio settenario / Martelliano
- Doppio ottonario
La cesura è particolarmente presente nell’endecasillabo, poiché costituito da un numero dispari di sillabe, in esso la cesura non può dividere il verso in 2 parti uguali, e si colloca quindi al termine della parola su cui cade l’accento obbligatorio: se tale accento è di 4°, il primo emistichio risulterà più breve del secondo (endecasillabo a minore/semiquinario), mentre se l’accento è di 6°, il primo emistichio sarà più lungo (detto amaiore/semisettenario).
Rime interne e stacco tipografico
Rime interne = si indicano con lettere messe tra parentesi, si collocano all’interno del verso.
Stacco tipografico = In componimenti con strofe di struttura ed estensione diseguale la divisione fra una strofa e l’altra è segnalata da uno stacco tipografico (si salta una riga o si rientra andando a capo all’inizio della nuova strofa).
Le forme metriche
La canzone
Secondo Dante tra le varie forme di componimenti poetici in volgare italiano la più elevata è la canzone; adatta a trattare temi “alti”, cioè salvezza, amore e virtù, tematiche morali, politiche e civili. Il termine indica che si tratta d’un componimento originariamente destinato all’esecuzione musicale.
La divisione della materia fra le singole strofe non è casuale, ma corrisponde alla logica costruttiva dell’intero componimento. Una canzone, infatti, mira a svolgere un’argomentazione distesa, e ogni strofa enuncia ed illustra un concetto, o presenta un’immagine dotata d’una sua propria autonomia e d’un suo proprio significato. Fu una forma metrica assai diffusa fin dalle origini della nostra letteratura volgare, adoperata da molti fra i più grandi poeti (Dante, Petrarca, Boccaccio) fino all’800. In età romantica, Leopardi adottò il metro della canzone, modificandolo.
Costituita da endecasillabi e settenari. Raramente sono SOLO endecasillabi (vedi Donne ch’aveteo intelletto d’amore, Dante) o SOLO di settenari (vedi Meravigliosamente, Giacomo da Lentini). Non sono componimenti lunghi. Il numero di strofe è contenuto (fra 5 e 7 strofe). Adatte a sviluppare concetti e argomentazioni (vedi il Convivio, Dante), dove prevalgono gli endecasillabi, mentre i settenari conferiscono un andamento più cantabile e leggero. NON SEMPRE si chiudono abitualmente con 1 strofa più breve, detta commiato o congedo dove spesso il poeta si rivolge al proprio stesso componimento, personificandolo.
Divisa così:
- La fronte
- La sirma
- I piede
- II piede
- I volta
- II volta
Stesso numero e tipo di versi nello stesso ordine con identico schema di rime. Fronte e sirma vengono legate mediante il ripetersi dell’ultima rima della fronte nel primo verso della sirma (concatenazione/chiave, così chiamato anche il primo verso della sirma).
Nell’800 non si scriveranno più canzoni regolari, poiché i romantici non hanno un atteggiamento di rifiuto nei confronti della letteratura del passato ma danno la preminenza all’esigenza di libertà creativa e non vogliono regole.
L'ode
Usato a partire dal 500 per designare uno stile elevato, molto amata dai poeti del 700, l’ode presenta:
- Strofe brevi
- Versi settenari o endecasillabi
- Schema metrico identico per tutte le strofe
- Frequente utilizzo di versi tronchi e sdruccioli
- Riconducibile alla canzonetta, tono meno elevato con argomento amoroso, andamento più cantabile.
Il sonetto
Definita da Dante una “forma meno elevata della canzone”, si presenta così:
- Non adatto a temi argomentativi ampi
- Formato da 14 endecasillabi suddivisi in 2 quartine, seguite da 2 terzine
- Le quartine possono essere a rima alternata o incrociata
- Le terzine hanno più schemi rimici tra cui rime alternate e replicate.
Sonetto caudato: sonetto con la “coda”, cioè un settenario che rima con l’ultimo verso dell’ultima terzina e da 2 endecasillabi a rima baciata indipendente dalle precedenti. La coda poteva essere replicata due o più volte.
Diversità tra canzone e sonetto: la canzone è un componimento che svolge un’argomentazione articolandola in un succedersi di concetti e immagini sviluppati in una strofa la quale può avere estensione pari a quella d’un sonetto, che invece dispone di strofe più brevi in cui diventa difficile sviluppare un concetto, ma acquista un rilievo particolare l’immagine conclusiva del componimento. Il sonetto ha dunque un andamento più rapido e meno argomentativo della canzone.
La ballata
Destinata ad accompagnare le danze. Metro adottato per le laude, componimenti religiosi. Argomenti meno elevati della canzone.
- Formato da 1 o più stanze
- Ogni stanza è preceduta da un identico ritornello/ripresa
- Se il ritornello è di 1 verso è una ballata minima, se è di 2 o 3 versi è mezzana, se è più di 4 versi è grande.
- L’ultima rima del ritornello si ripete nell’ultimo verso della strofa, la quale è divisa in 2 parti dette mutazioni, seguite da una volta.
- Il primo verso della volta rima con l’ultimo della seconda mutazione.
Il madrigale
Componimento breve
- Per argomenti amorosi
- Versi tutti endecasillabi (o endeca + setten)
L'ottava
Usata da Boccaccio ne Il Filostrato e il Teseida, fu adottato pure nei cantari, componimenti narrativi di vario argomento diffusi specialmente tra 300 e 400. Carattere prevalentemente narrativo.
- Adoperato nelle sacre rappresentazioni e opere teatrali di soggetto religioso
- Composta da 8 endecasillabi (i primi 6 di rima alternata e gli ultimi 2 a rima baciata)
- Spesso è scandita in distici (gruppi di 2 versi) isolati tra loro da pause forti (segnalati da interpunzione x o es)
La terzina
Chiamata anche terzina dantesca, inventata da Dante e nota soprattutto per essere stata il metro usato nella Divina Commedia. Metro usato anche ne I Trionfi di Petrarca, nelle Satire di Ariosto.
- Ogni strofa è costituita da 3 endecasillabi (il 1° e il 3° rimano tra loro, il 2° rima con il 1° e il 3° della terzina successiva). ABA, BCB, CDC
- Dato che il verso mediano d’ogni terzina trova la rima nella successiva, per poter chiudere ogni singolo canto è necessario porre al suo termine un verso isolato, che faccia rima col verso mediano della terzina che lo precede.
Usato anche per composizioni satiriche, burlesche, allegoriche.
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