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La vita

Nato in provincia di Forlì il 12 dicembre 1855, il periodo della prima infanzia passata in campagna rimarrà per sempre un ricordo felice. Qui impara, grazie alla madre, ad osservare ed amare la natura. Quarto di dieci figli e nato in una famiglia agiata, incomincia ad appassionarsi di poesia. Nell’agosto 1867, però, avviene il fatto che segnerà la sua vita: il padre viene assassinato in calesse, mentre stava ritornando a casa. La sua vita d’ora in poi guarderà al passato, agli anni precedenti all’assassinio, come un nido irraggiungibile ed ormai remoto.

Tra il 1868 ed il 1871 muoiono la sorella maggiore, la madre, un fratello minore ed uno maggiore, fatto che fa sì che Giovanni si assuma la responsabilità del capofamiglia, mentre precarie sono ormai le condizioni economiche della famiglia. Queste tragedie sconvolgono Pascoli, che arriva a pensare che l’universo e la vita siano un mistero incomprensibile e che sulla Terra regni un destino malvagio, aggravato dalla crudeltà degli uomini. Riesce comunque a terminare gli studi superiori tra mille difficoltà. Vinta una borsa di studio, va all’università di Bologna, dove insegna Carducci, diventando suo allievo prediletto.

In questi anni legge e studia i classici greci e latini, nonché quelli italiani. Si avvicina a idee rivoluzionarie socialiste, che lasciano lo spazio che trovano. Nel 1882 si laurea ed incomincia ad insegnare latino e greco nei licei di mezza Italia, spostandosi sovente a causa della sua inquietudine. Nel 1895 entra in università come professore, arrivando alla cattedra del maestro Carducci. Ottenuti dei soldi, acquista una casa a Castelvecchio di Barga (Lucca) dove vive con le sorelle Maria ed Ida. Questa si sposa, con grande delusione del poeta, che era intento a ricostruire il proprio nido domestico perduto. Questa ossessione gli impedirà di metter su famiglia, finendo per convivere con la sorella Maria per tutta la vita.

Nel 1891 pubblica la sua prima raccolta di versi, Myricae; nel 1897 appaiono i Poemetti (suddivisi poi in Primi e Nuovi); nel 1903 escono i Canti di Castelvecchio; nel 1904 i Poemi conviviali ed infine nel 1906 la raccolta Odi e inni. Fra le prose è fondamentale Il fanciullino (1897), nel quale Pascoli esprime la propria concezione della poesia, identificandone la voce con quella dell’eterno bambino presente in ognuno di noi. Scrive anche importanti saggi di critica letteraria, come quelli di commento alla Commedia dantesca: Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900) e La mirabile visione (1902).

Sul piano politico egli ha ormai abbandonato il cieco e gelido socialismo di Marx, autodefinendosi socialista dell’umanità, ovvero interclassista, invitando gli uomini ad accettare la propria condizione ed auspicando che possano aiutarsi tra loro. Con il Positivismo che lentamente sta declinando, si affermano sempre più i tratti nazionalisti che colpiscono le nazioni europee. Pascoli se ne rende conto ma comunque approva le ambizioni coloniali dell’Italia. Con il discorso La grande proletaria s’è mossa, Pascoli s’avvicina all’ideale nazionalista ed abbandona quello socialista in via definitiva, in linea con d’Annunzio. Le ultime raccolte poetiche sono tanto influenzate da queste nuove idee politiche quanto lontane dalle prime opere: escono i Poemi italici (1911), le incompiute Canzoni di Re Enzio (pubblicate postume nel 1914), infine i Poemi del Risorgimento (postumi nel 1913).

Un eccessivo consumo di alcolici lo porta a morire a Bologna nel 1912, a soli cinquantasei anni.

L’uomo e la personalità

La personalità del poeta è estremamente complessa. Come scrisse Vittore Branca in lui sembrano coabitare due personalità: quella privata umbratile, astiosa, irritabile, quella pubblica liliale, benigna, dolce, caritatevole che voleva assumere su di sé il gran carico di dolore del mondo. Da un altro affresco di Elio Gioanola, Pascoli appare anche come estremamente riluttante all’idea di abbandonare la propria abitazione e le proprie consuetudini (il suo “bozzolo domestico”), obbligato a spostarsi per la carriera universitaria.

Altro aspetto dominante nel suo carattere era l’avarizia riguardo l’economia domestica, trattata con pignoleria ossessiva. Questo perché la paura dell’esistenza che domina il suo animo fa sì che la sicurezza economica sia garanzia contro i pericoli sempre in agguato. Esemplare anche il rapporto con d’Annunzio: mentre quest’ultimo riconosceva la maggior profondità della lirica pascoliana, il poeta di Castelvecchio invece guardava all’amico con invidia, perché la poetica dannunziana era di maggior successo.

L’intera vicenda umana di Pascoli si può dire che abbia teso ad un progetto di ricostruzione del mondo beato dell’infanzia. Conseguenza naturale della tragedia famigliare sono l’angoscia, lo smarrimento, un forte senso di solitudine ed un profondo disorientamento di fronte ad una realtà oscura ed impenetrabile, dominata dal male e dal dolore. L’esperienza anarchico-socialista con Andrea Costa gli valse il carcere, che lo provò duramente. Deluso da quest’esperienza politica, si rinchiuse nella sfera privata.

A questa accentuata introversione s’accompagna un deciso rifiuto nei confronti del mondo e della storia, rinunciando alle cose mondane ed alle gioie esteriori. Uno dei nodi principali della biografia pascoliana è la rinuncia all’amore. La sua poesia non ha mai come tema l’amore e la donna, benché non manchino allusioni all’erotismo od alla felicità amorosa altrui. La relazione con le sorelle (prima Ida e Maria, poi solo quest’ultima) è vissuta come un sostitutivo di una normale relazione amorosa. In quest’ottica il matrimonio di Ida è inteso come un assoluto tradimento. Per la fatica di aver ricostruito un nido, Pascoli non decise mai di sposarsi, vivendo male la castità autoimpostasi.

Il processo regressivo di Pascoli è in piena sintonia con la crisi dell’intellettuale dell’Ottocento, all’interno di una società caratterizzata da un sempre più rapido sviluppo industriale e dal primato del pensiero scientifico. Il poeta patisce il declino del Positivismo, reo di aver lasciato l’uomo ancora più solo e senza certezze dinnanzi alla morte ed al dolore. Per questo motivo Pascoli rifiutò sempre la civiltà contemporanea, chiudendosi nel privato.

La formazione culturale

Alla base della formazione di Pascoli c’è la cultura classica, coltivata con grande interesse e notevole risultato anche sul piano della composizione (sia in italiano, i Poemi conviviali, che in latino, i Carmina). Umanesimo e classicismo per Pascoli significano un’interpretazione in chiave personale di quel mondo lontano, in sintonia con la propria visione delle cose.

Nel campo della letteratura italiana subisce l’influenza di Giosue Carducci, testimoniato dagli esperimenti di metrica “barbara” su modello appunto carducciano. L’influenza di d’Annunzio, invece, si fa sentire maggiormente nei già citati Poemi conviviali, raccogliendone la poetica decadente unita ad un raffinato estetismo. Tuttavia i poeti che maggiormente influiscono sul suo modo di far poesia sono Dante e Leopardi. Dal primo riprende l’ideale di poesia ricca di significati spirituali e filosofici, espresse mediante una ricca simbologia ed elaborata allegoria. Da Leopardi ricava invece la concezione sconsolata di un’umanità condannata alla sofferenza, ma nel contempo anche un’etica di fratellanza universale.

Altri influssi notevoli sono quello del Positivismo e dell’ideologia politico-sociale. In primo luogo Pascoli riconobbe il valore delle scoperte della scienza come base di una visione laica del mondo. Tuttavia questo pensiero si trasformò ben presto in una progressiva sfiducia nelle conquiste materiali della scienza, con il progresso tecnologico che finisce per peggiorare la vita dell’uomo. L’influsso positivista, però, non si cancellerà mai del tutto dalla lirica pascoliana, legato strettamente al realismo di tanta parte della sua poetica. Ciò si evince dalle minuziose descrizioni puntuali della natura, dalla terminologia scientifica dei luoghi, dai linguaggi settoriali. Non sarebbe comunque giusto parlare di “naturalismo” pascoliano perché questo è quasi sempre trasfigurato da una concezione impressionistico-simbolistica della realtà.

Quanto alle idee politiche e sociali, si riscontrano in Pascoli numerose contraddizioni o involuzioni, nonché cambiamenti ideologici netti. Sarebbe opportuno parlare di una particolarissima sensibilità sociale piuttosto che una precisa concezione politica. Abbandonate presto gli ideali di lotta di classe, il socialismo pascoliano vira verso un umanitarismo cristiano (sotto l’influsso di Tolstoj e Dostoevskij). Il distacco con il socialismo delle origini si farà ancora più netto quanto Pascoli esalterà la politica coloniale italiana. Ne La grande Proletaria si è mossa, Pascoli finisce per mescolare socialismo a nazionalismo, pragmatismo a retorica militarista, mentre è invece ben chiara l’emergenza dell’emigrazione e della mancanza di terra di una nazione sull’orlo del baratro. Pascoli arriverà addirittura a celebrare la gloria di Roma e della razza italiana, superiore a quella delle popolazioni nomadi africane (il poemetto Italy).

L’ideologia pascoliana: il falso progresso moderno e la consolazione della poesia

Pascoli prima aderisce e poi critica il socialismo ed il Positivismo, giacché vede il fallimento delle loro proposte. Questa critica comunque si può allargare a tutta la modernità, che è immersa in una crisi epocale: il falso progresso ha finito col sostituire alla cultura il dominio scientifico-tecnologico. Guardare al futuro non può che essere un atteggiamento da criticare: per Pascoli occorre rispecchiarsi nel passato, risalire a ritroso il percorso della storia finché non si ritrovi quel bivio in cui si è presa la direzione sbagliata. Questa è la logica della regressione, che si contrappone alla storia progressiva.

Nessuno degli strumenti teoretici dell’uomo (filosofia, scienza, tecnologia) è in grado di opporsi alla tragedia. Solo l’intuizione poetica rasserena l’animo umano, auspicando un ritorno ad una condizione primitiva ed ingenua in cui l’uomo potrebbe riorganizzarsi su basi nuove della civiltà. La salvezza che offre la poesia non è affatto certa: il mistero dell’universo rimane tale e dunque inesplicabile. Più che una vera salvezza, la poesia offre una sorta di consolazione grazie al suo processo regressivo.

Il fanciullino

Sulla linea della Filosofia dell’inconscio del filosofo tedesco Eduard von Hartmann (1869), in Pascoli sono sempre presenti il senso del mistero ed un’idea confusa dell’inconscio. Allontanandosi dalle posizioni più positivistiche, Pascoli si orienta sempre più verso una concezione della poesia come illusione e sogno. Ecco che la poesia è una creazione, non una semplice imitazione della realtà: è una reinvenzione delle cose del mondo, non la loro rappresentazione naturalistica.

Molte opere in prosa chiariscono la poetica pascoliana. Il fanciullino (1897) è l’opera più celebre a riguardo, nella quale Pascoli afferma dell’esistenza in ogni uomo di due fanciulli: uno è destinato a crescere e diventare adulto, mentre l’altro invece rimarrà sempre infantile, innocente ed ingenuo. Mentre negli uomini il fanciullino è solitamente schivo, quasi come se si vergognasse della sua natura, esso è ben evidente nell’animo dei poeti: il fanciullino è la voce stessa della poesia, il modo di fare poetica. In questo senso ognuno di noi possiede all’interno un fanciullino e quindi ognuno di noi è incline alla poesia.

Se la poesia è espressa secondo la voce di un bambino, essa non può che essere una conoscenza primitiva del mondo. Come il filosofo Vico, Pascoli pensa che la poesia sia la forma di conoscenza umana originaria ma, a differenza del filosofo, riconosce che le successive forme razionali abbiano costituito un peggioramento – e non un miglioramento – che dovrebbe riportarci nella condizione iniziale. La poesia non è espressione della ragione ma di un’anima primitiva e prerazionale celata nell’uomo stesso. Il fanciullino non è da intendersi come “infantile” in senso letterale. Il poeta-fanciullino è colui che sa guardare il mondo con meraviglia e sa mettersi in contatto con l’anima delle cose. In questo modo il poeta è in grado di vedere ciò che gli altri non vedono.

Lo spettro dell’indagine del fanciullino si concentra sulle “piccole cose”, cioè quelle umili e semplici di campagna, osservate in maniera scrupolosa e indicate con estrema precisione lessicale. Questo non vuol dire che la poesia aspiri ad essere di tipo realistico: il poeta deve esaminare attentamente la natura perché così il fanciullino possa parlarne tramite la sua stessa lingua. Esso infatti ha una visione intuitiva, non logica, del mondo. Da qui deriva il gusto pascoliano per le onomatopee, la profonda voce della natura. Alla realtà chiara e nitida verista se ne sostituisce una più inquietante, vaga e carica di mistero.

Nella teoria del fanciullino pascoliano convergono diversi elementi anche trattati da alcuni suoi contemporanei (come il decadentista Angelo Conti). Chiari sono anche le influenze platoniche sull’anima; quelle stilnovistiche riguardano la poesia come frutto di un dettato interiore; infine quelle romantiche toccano l’ispirazione poetica inconscia ed irrazionale. Alla stregua di Giambattista Vico e Giacomo Leopardi, Pascoli sostiene che la vera età della fantasia è quella dei primitivi. Tuttavia, mentre Leopardi è ormai rassegnato all’idea di recuperare la poesia antica, Pascoli è fiducioso di una possibilità di regressione. Altre idee riguardo alla figura del fanciullino (come la corrispondenza tra le età dell’individuo e le età del genere umano) le ritroviamo ancora in Vico ed in Ernst Haeckel, naturalista e biologo tedesco di scuola positivistico-evoluzionistica, letto sicuramente da Pascoli. Per la conoscenza del pensiero infantile e psicologico, il poeta risente dell’influsso dell’inglese James Sully.

Gli scritti critici

La poetica del fanciullino può essere connessa al culto che Pascoli tributa a Dante, tant’è che si può paragonare il fanciullino all’anima semplicetta del canto XVI del Purgatorio. È anche vero la lettura simbolico-allegorica del mondo richiama i quattro livelli di scrittura che Dante espresse nel Convivio. In tre volumi dedicati al poeta fiorentino, Pascoli racchiude il proprio lavoro critico di commento ed interpretazione della Commedia: Minerva oscura. Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante (1898), Sotto il velame. Saggio di un’interpretazione generale del poema sacro (1900), La mirabile visione. Abbozzo di una storia della Divina Commedia (1902). Nei primi due volumi analizza le allegorie dantesche, mentre nel terzo traccia una storia della vita di Dante attraverso le sue opere.

Fra gli altri numerosi scritti di critica letteraria vanno ricordati i discorsi celebrativi di opere leopardiane (Il sabato del villaggio e La ginestra), che mettono in evidenza lo stretto legame fra i due poeti.

Il mondo dei simboli

La poesia pascoliana ricorre al simbolismo. Se la realtà è avvolta nel mistero diventa inutile ogni conoscenza di tipo razionale e così la propria comunicazione sarà affidata a strumenti prerazionali, come la musicalità evocativa delle parole o le immagini simboliche. Anche se superficialmente la poetica di Pascoli sembra ricalcare le orme del naturalismo o del verismo, ciò che ne garantisce l’espressività è la trasfigurazione degli elementi: ecco che la parola perde il proprio significato denotativo per riceverne uno connotativo, ovvero un significato più complesso ed indeterminato, ovvero un simbolo.

Avvicinandosi al Simbolismo francese, Pascoli finirà però per esprimere con intensità linee tematiche del tutto personali, che hanno radice nelle vicende biografiche del poeta e nel suo inconscio. La figura simbolica centrale e più ricorrente è quella del nido, che allude al microcosmo degli affetti domestici e che quindi è sinonimo di casa, amore, unione, calore, difesa e protezione. È un ritorno ad una condizione dove non è necessario lottare per la vita, che è assicurata dai genitori. Il nido richiama all’infanzia ed alla culla, che più di ogni cosa evidenzia il rapporto madre-figlio, regredendo fino al grembo materno.

La siepe è invece ciò che circonda e protegge il nido, difendendolo dalle minacce esterne. Allo stesso modo la nebbia ripara la casa dal mondo esterno e dalla morte. Altro elemento importante è la strada che unisce la casa al cimitero, una sorta di cordone ombelicale che collega il mondo dei vivi da quello dei morti. Quest’ultimi possiedono una presenza reale, in quanto interagiscono ancora col mondo. Essi vivrebbero in un limbo sospeso tra la vita e la morte, da quale partono per far visita ai vivi durante la notte.

Al nido vengono contrapposti molti simboli (il temporale, il lampo, la notte, la bufera), ma è il buio il simbolo assoluto della condizione d’oscurità in cui l’uomo si trova.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Boggione Valter.
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