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Beppe Fenoglio

Introduzione

Nella sua carriera di scrittore, in Fenoglio c'è sempre stata una netta separazione tra le opere di argomento bellico e quelle di carattere langarolo. Tuttavia non si dovrebbe distinguere il grande scrittore tra quello di argomento partigiano e quello tardo-verista. La divisione non era prevista da Fenoglio stesso. Elio Vittorini, che pubblicò La Malora nel '54, la caratterizzò con un risvolto particolare: egli decise di pubblicarla perché intuì il suo potenziale. Vittorini mostrò interesse particolare per il Fenoglio dei racconti piuttosto che per la Malora stessa, ma dà un giudizio negativo su Fenoglio in quanto uno scrittore realista/verista e naturalista provinciale, con modello principale Remigio Zena. Fenoglio si sentì offeso dalla dichiarazione perché non si riconobbe nelle critiche di Vittorini, purché avesse avuto dei ripensamenti sulla Malora stessa. La prospettiva che segue non è infatti di tipo veristico o naturalistico, Fenoglio scrive perché in quell'ambito si è manifestata la condizione umana nella sua nudità.

Giulio Einaudi volle far cambiare il titolo della Malora perché essa era stata pubblicata assieme ad altri titoli della medesima collana (I 23 giorni della città di Alba e i Racconti), ed era giudicata per il titolo non accattivante. In una lettera a Calvino, Fenoglio ammette infatti che il titolo era un po' verista (non usa naturalista), ma d'altronde ha un valore assoluto ed esemplare. La malora, in dialetto, simboleggia il destino ostile che s'accanisce contro l'uomo.

Nella Malora non c'è precisazione temporale. Esistono solo due elementi per precisare il contesto storico: il primo riferimento è un ragazzo che tira un numero perché deve andare alla leva militare (questo metodo di reclutamento finì con la Prima guerra mondiale), il secondo riferimento è legato all'introduzione del registratore di cassa (documentato attorno al 1910). Dunque la Malora è ambientata attorno all'inizio del Novecento.

È vero che la realtà è descritta in modo realistico, anche se non è un realismo fine a sé stesso, ma viene utilizzato per mostrare come aspetti di valore assoluto si spieghino in un contesto contingente.

Nelle ultime edizioni dei Racconti esiste una separazione tra i Racconti della guerra civile e i Racconti del parentado. Questa scelta non fu di Fenoglio, anche se l'aveva pensata, ma fu soprattutto una conseguenza posteriore. L'opera di Fenoglio va considerata in prospettiva unitaria e continuativa. Anche Maria Corti, sua prima curatrice, parlò di un continuum narrativo, che a mano a mano assumeva sì aspetti diversi, ma mantenendo un forte senso di unità tematica.

Le opere principali di Fenoglio, Il partigiano Johnny e Una questione privata, furono pubblicati postumi. Il partigiano Johnny addirittura non fu mai concepito come un libro da Fenoglio stesso, ma fu un'idea degli editori. Egli aveva pensato piuttosto ad un libro che conteneva diversi romanzi (Primavera di bellezza, Il partigiano Johnny), concepito da Fenoglio come Il libro grosso (come si nota in una lettera a Garzanti).

Gli inizi

L'avventura di Fenoglio scrittore di racconti inizia di pari passo con l'esperienza di scrittore di romanzi. Le prime opere di Fenoglio sono teatrali, anche se magari ingenue, tra cui compare anche una riedizione di Cime tempestose di Emily Brontë, chiamata la Voce nella tempesta.

Il tema è fortemente autobiografico, basato sulle delusioni amorose, con grande riferimento al tema del triangolo amoroso. Fenoglio si è sempre definito “un brutto”, e quindi la sua figura veniva sempre scartata in favore dell'altro, il bello, socialmente integrato e ricco. L'ambiente cittadino di Alba è opprimente e chiuso di mentalità. La gente qui è solamente intenzionata a divertirsi, mentre il personaggio delle opere teatrali fenogliane cerca riparo nella natura, viva e selvaggia.

Forte è la connotazione autobiografica e romantica, con scarsissimo distacco e con una certa dose di ingenuità.

Accanto a questa produzione drammaturgica, risalgono gli Appunti partigiani, abbozzo di Fenoglio mai pubblicato in vita. Queste carte furono rinvenute per caso sulle sponde del Tanaro e consegnate a Lorenzo Mondo, curatore dell'opera.

Quest'opera è una specie di diario dell'esperienza di Fenoglio della Seconda guerra mondiale. È solo una specie di diario perché non è ancora una narrazione in presa diretta ed immediata: i fatti non sono scritti contemporaneamente al loro svolgimento, ma vengono redatti tra il 1946-47 (a guerra finita). Tuttavia le vicende vengono riportate come se fossero contemporanee e diverse coincidenze han fatto pensare che fosse proprio Fenoglio ad esserne l'autore. Questa sarà l'unica volta in cui lo scrittore riporterà i fatti come quasi contemporanei, mentre dopo, nella sua esperienza, li trascriverà sempre come conclusi.

Tutti questi materiali risalgono all'origine della sua produzione e l'autore non pensò mai di pubblicarlo, ma semmai di prelevarne le parti migliori per sfruttarle in altre opere. Questa scrittura era di carattere fortemente privato, non intesa ad essere pubblicata. L'intenzione era quella di riscriverle completamente.

Il modello di successo per Fenoglio è il fratello Valter, dirigente di successo presso la Fiat. Dopo il rientro dalla guerra, capisce che la sua vita è la scrittura, anche se non può garantirgli la sopravvivenza. Così trova lavoro presso un'azienda vinicola locale, scrivendo di notte le sue storie. Non si laureò mai, mentre la madre si disperava per aver speso un sacco di soldi per nulla. La laurea gli venne conferita post mortem dall'università di Torino. Soffriva di balbuzie in situazioni difficoltose come gli esami.

Il primo romanzo è La paga del sabato, che piacque molto a Calvino. Egli fece però un distinguo, su cosa piaceva o meno. Calvino sottolinea la capacità di raccontare, l'istinto narrativo, che il recensore fa risaltare a Fenoglio (che ha sempre accusato l'Einaudi di non aver saputo trovare i valori culturali ed etici nelle sue opere). Calvino lo critica però per la trascuratezza del linguaggio, anche se Fenoglio si definiva “colto” (affermazione un po' ingenua). La sua cultura era sì ottima, ma di stampo scolastico. A queste conoscenze s'affianca la letteratura inglese elisabettiana (Shakespeare, Marlowe, Milton).

Calvino ritrova nelle scene amorose un sentimentalismo diretto che andrebbe cambiato, e questa critica viene riconosciuta ed accettata. Un altro elemento degno di nota è la sapiente analisi psicologica dei suoi personaggi. Ultimo elemento di merito è che il suo documento è esemplare per quella generazione di giovani che sono ritornati dalla guerra e che si sentono inadeguati nei confronti della vita riconquistata.

Il romanzo passa poi nelle mani di Vittorini, meno persuaso da Fenoglio. Riconosce la capacità narrativa, ma non crede che meriti di essere pubblicato così com'è. Spedisce così l'opera indietro a Fenoglio affinché la riveda. La cosa che gli piace di meno è l'aspetto cinematografico dell'opera, ovvero di raccontare facendo ricorso a tecniche cinematografiche, come la prevalenza del dialogo. Questo perché il cinema ha lasciato tracce importanti in Fenoglio. La paga del sabato, nella sua prima edizione, ha infatti molto di cinematografico e meccanico; per questo motivo viene invitato il giovane Fenoglio a rivedere la sua stesura.

Anche Fenoglio non è convintissimo del titolo, in quanto definisce “cotta neoverista” la sua vicinanza all'idea di far del romanzo-documentario. Oltre a La paga del sabato, definitivamente abbandonata, Fenoglio sta già lavorando a La malora, che non è considerata un racconto neorealista. Allo stesso tempo sta lavorando ai Racconti barbari, titolo anch'esso rifiutato dagli Einaudi, che nel frattempo raggruppa tutti i suoi racconti che non vertono ne I ventitré giorni della città di Alba.

I ventitré giorni della città di Alba

Non servì una guerra affinché i partigiani occupassero Alba, dalla quale dipartirono i repubblichini, che si allontanavano dalla città insultando i partigiani. Nell'inverno del '44 la guerra sembrava quasi finita, in quanto gli alleati avanzavano da sud sottraendo terra ai tedeschi. Tuttavia, verso l'inverno, l'avanzata rallentò e le truppe alleate rinunciarono ad ogni tentativo di conquista del nord. I partigiani si trovano così completamente disorientati e vengono lasciati da soli (da qui conseguì lo sbandamento del '44). Allo stesso tempo le truppe nazifasciste si rafforzarono ed attaccarono il Piemonte. I partigiani cercarono così di sfuggire all'attacco nemico e tentando di nascondersi dove possibile. Questo è il momento di maggior uccisione di partigiani, martoriati anche per le condizioni atmosferiche proibitive.

La Chiesa fa da mediatrice tra i partigiani ed i repubblichini. Il presidio fascista infatti soleva mandare preti dai partigiani per comunicare i loro intenti. Normalmente i preti dei piccoli centri sostenevano i partigiani, mentre nelle città prevaleva il rispetto per l'autorità fascista. Alba invece costituiva un'eccezione alla regola, in quanto qui Monsignor Grassi si schierò energicamente a favore dei partigiani. L'esperimento della Repubblica di Alba durò dunque poco.

L'opera inizia con una frase icastica, concisa ed altamente espressiva: Alba la presero in 2.000 il 10 ottobre e la persero in 200 il giorno 4 novembre 1944.

Di solito si parla di Fenoglio-postumo perché vennero pubblicate molte opere dopo la sua morte, ma vuol anche dire che l'autore soleva parlare di fatti una volta che fossero terminati. In questa maniera si potevano tirare le somme ed esprimere i propri giudizi. La prima frase non è così neutra, ma è carica della mentalità di Fenoglio: questa frase vuol dire che nei momenti facili tutti son pronti a schierarsi dalla parte dei giusti, mentre nei momenti drammatici rimangono solo i pochi, animati dai veri ideali.

I repubblichini vengono descritti come malvagi e vili. Dunque i fascisti sono descritti in maniera estremamente dispregiativa. Quando lasciano la città, contrattano per la salvezza delle loro vite, ma quando sono lontani cominciano ad ingiuriare contro gli stessi partigiani. Anche questi, che cercano di reagire, sono messi male. Non essendo organizzati in maniera regolare, nell'assalto alla guarnigione fascista riescono ad uccidere una sola povera vacca che pascolava sul Tanaro. La vicenda assume connotazioni eroicomiche, degne della tradizione maccheronica di Teofilo Folengo e del suo Baltus.

Mentre i partigiani uccisero una vacca, i fascisti non sono certo da meno danneggiando la loro stessa città con dei colpi di mortaio sbagliati. Anche quando i partigiani entrano in città vittoriosi, Fenoglio critica la selvaggia parata degna di un carnevale pittoresco. Questa descrizione offese non poco la sinistra marxista italiana, che giudicò negativamente l'opera di Fenoglio. Laiolo disse addirittura che l'opera fenogliana è piena di insulti e volgare, così come la sua pubblicazione fu una cattiva azione, criticandola sul piano etico. Sembrava che Fenoglio volesse far passare sul piano dei cattivi gli stessi partigiani (cosa non vera perché l'autore si schierò sempre dalla parte dei partigiani).

I partigiani sfilando esponevano anche simboli di schieramento politico. I garibaldini esponevano fazzoletti rossi, dunque vicini alla sinistra estrema, mentre i badogliani mostravano fazzoletti azzurri ed erano molto compositi (ex comandanti dell'esercito regolare, tutti i non comunisti…). Fenoglio aveva iniziato la sua esperienza tra i rossi di Mombarcaro, ma poi cambiò verso la fazione azzurra (allo stesso modo fa compiere la stessa esperienza al suo personaggio Johnny). Altri movimenti partigiani erano i verdi, gli azionisti, molto intransigenti sul piano morale, che ebbero un ruolo importante e decisivo per le sorti della guerra in Italia (la loro era una guerra del bene contro il male). Questa fazione però mancava di presenza nel cuneese.

Nella parata i partigiani portavano anche le donne, che non dovevano essere incluse, ma che vollero comunque uscire in strada. Fenoglio evidenzia la difficoltà del rapporto tra cittadini e partigiani, mentre nelle campagne i contadini si erano schierati sempre dalla parte dei partigiani, anche se con le dovute cautele. La piccola-media borghesia si era schierata invece con i fascisti, rapporto che si incrinò nel '29 con la grande crisi (anche se in un primo momento l'Italia era il paese in cui si viveva meno peggio grazie all'autarchia).

La categoria cui Fenoglio compara i combattenti è quella dei ragazzini, che vengono accomunati a loro perché si emozionano di fronte all'azione partigiana. Dopo la parata, i partigiani vanno dritti al casino, sottolineando sempre la vena eroicomica dell'inizio. Il vero atto eroico è stato quello delle prostitute che si erano fatte addirittura pagare da tutti questi “maschi assatanati”. Anche qui, i ragazzini accompagnano da vicino i partigiani. Quest'ultimi cominciano a comportarsi loro stessi da ragazzini, con ingenuità e spensieratezza tipica dei bambini (oltre che irresponsabilità). Sovente i partigiani erano ragazzini, mentre gli adulti si contavano sulle dita delle mani. Nell'opera di Fenoglio sono i bambini ed i pazzi che capiscono per primi, ovvero coloro che si liberano prima della ragione, che serve solo a mostrare i propri interessi.

La lingua dei Ventitre giorni non è più del tutto la lingua media, ma nemmeno una potente lingua di ricreazione personale come sarà quella del Partigiano Johnny. È una lingua base in cui compaiono moltissimi termini medi in cui ne figurano altri che si discostano dalla lingua bassa. Molti termini sono trasposti in italiano dal piemontese, anche se mai in dialetto vero e proprio. Esistono anche neologismi fenogliani; il gusto per gli alterati (una raffica prolungata diventa rafficone); l'uso degli avverbi e dell'iperbole (figura retorica tutt'altro che realistica). Tutti elementi che compaiono in modo minoritario in quest'opera ma che diventeranno sempre più presenti col passare degli anni.

Il primo tema della situazione è quello dell'eccezionale/inconsueto, la descrizione delle situazioni estreme. Alba non è più la stessa città che i partigiani conoscevano, tema che può essere derivato a Fenoglio dalla filosofia esistenzialista. È accertato che Fenoglio conoscesse Lev Šestov, filosofo russo esistenzialista.

I partigiani, dopo che hanno occupato Alba, hanno paura di essere chiusi dentro la città se mai arrivassero i tedeschi. Questo è un altro topos fenogliano, ovvero la paura di doversi confrontare con la minaccia della morte, di essere chiusi ed inermi. L'atteggiamento da opporre è lo scappare, come i partigiani scappano dalla città rifugiandosi sulle colline.

A questa situazione di tensione dovuta alla minaccia del ritorno dei fascisti, si aggiunge la minaccia degli eventi naturali. La natura è un ingrediente fondamentale nella letteratura fenogliana: la natura è il non-umano, ciò che si sottrae al controllo dell'uomo. Essa vive una vita autonoma, non controllata, che non è quella plasmata nel corso dei secoli dagli uomini. La sua natura è quella primigenia, affascinante ma estrema, con cui è difficile rapportarsi. La natura non è mai lo sfondo ma è un protagonista attivo nelle vicende umane. Nei Ventitre giorni la natura è prevalentemente simboleggiata dal fiume Tanaro, nominato fin dall'inizio e che diventa per tutti “il Fiume”, così come Alba è universalmente nominata come “la Città”.

Si arriva così al momento in cui i tedeschi sono già preparati all'assedio della città. Essi sono accampati con i cannoni da 149 mm a Santa Vittoria, mentre a Pollenzo vi sta una flottiglia di barconi per percorre il fiume. Durante un colloquio, i fascisti dicono che come l'han lasciata se la riprendono la città. Ne segue poi un lungo confronto tra i gerarchi fascisti e i loro parigrado partigiani. Tuttavia non esisteva una rigida gerarchia tra i partigiani, ma Fenoglio vuole evidenziare questa divisione come se esistessero due eserciti che combattono una guerra civile regolare. Da questi due eserciti ha origine la battaglia di Alba, addirittura definita tale ed elevata ad un fatto importante per lo scrittore (stesso trattamento ebbe la battaglia di Valdivilla, insignificante a livello dello svolgimento dei fatti). La scrittura di Fenoglio è epos difensivo, definito ettorico. Se ti difendi puoi contrattaccare a ragione, se attacchi invece passi subito dalla parte del torto.

Chi rimane tra le fila dei partigiani sa che sarà difficilissimo resistere, e dunque facevano autoironia sul giorno dei morti, esorcizzando tale paura. Molti partigiani sono ragazzini, che non hanno mai sparato nemmeno alle galline, e sanno che non ce la faranno alla fine, ma combatteranno fino all'ultimo. La battaglia diventa così esemplare, perché i partigiani combattevano solo per principi etici, con un clamore furioso e sincero.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Boggione Valter.
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