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Introduzione

L'Italia ha conosciuto una vicenda storica complessa e singolare nelle forme e nelle modalità. Le diversità climatiche, dalle Alpi alle isole, hanno portato diversità nel parlare anche nella lingua; in più il processo storico che l'Italia ha attraversato con la presenza di tanti eserciti stranieri e barbari ha creato diverse difficoltà nell'arrivare a una lingua unitaria. Inoltre, si è avuta una forte influenza dal mondo greco e latino. Un'ulteriore differenza è stata costituita dalla gravissima mancanza di una forza politica autoctona capace di unificare il territorio nazionale e di imporre così anche un'unità linguistica e culturale.

Capitolo 1: Italiano ieri e oggi

Le origini della lingua italiana

La storia della lingua italiana passa attraverso la spiritualità cristiana e il mondo popolare. Scambiandosi fra la profondità del sentimento religioso, la filosofia dei pensatori e la lingua quotidiana. La lingua quotidiana sorta dagli usi comuni, si era gradatamente formata nel tempo mescolando le forme dialettali esistenti già al tempo dei romani con termini delle popolazioni germaniche.

Il linguaggio popolare in Italia, come in tutta l'Europa, si evolveva senza un ordine, non era vincolato dal controllo della lingua scritta e dall’influenza dei dotti che da sempre avevano stabilito un sistema chiaro di ortografia e di forme sintattiche e grammaticali. In tutto l'Occidente la cultura prevalente rimaneva quella latina e cristiana. Fu l'esistenza di questa cultura a salvare la civiltà europea. Il latino riuscì a mantenere una forte unità di concezioni e di sentimenti. Fu proprio il latino a mantenere la coscienza di un mondo cristiano unico con le stesse norme spirituali e morali.

Nel corso degli anni e poi dei secoli le lingue delle varie nazioni si erano molto differenziate ma non superavano la soglia del dialetto; restava quindi una sola lingua a chi arrivava l'autorità di esprimere sentimenti comuni e di parlare del gusto dell'arte era ancora in latino. Nel 1500 si ebbe una frattura derivata da Lutero e Calvino quando costituirono completamente le lingue volgari al latino nei fatti della fede. Fu da allora che l'Europa conosce due anime: 1) si affermò una nuova cultura legata al mondo gotico 2) le regioni del sud dell'Europa restarono ben fisse nel loro sistema di vita e di istruzione. Ma si trattò anche nel caso della lingua: 1) quello della cultura immutabile 2) quella continuamente cangiante e disordinata della vita quotidiana. Il linguaggio della religione fu così privato dell'apporto continuo della lingua parlata finì così per cristallizzarsi diventando incapace di parlare alle coscienze di tutti. La lingua parlata dal popolo era abbandonata a se stessa per cui non poteva dar vita a una vera creazione artistica perché l’arte non riusciva ad avvicinarsi alla vita vissuta.

La letteratura, la filosofia e il latino rimasero profondamente lontani e separati dalla vita di tutti i giorni. La letteratura volgare restò per molto tempo limitata ai canti popolari, alle espressioni più spontanee della vita comune e alle parole non scritte che mai sarebbero state oggetto di memoria.

L'influenza della civiltà romana

L'espansione dell'influenza della civiltà romana e quindi del latino raggiunse in misura assai diversa le differenti regioni e le popolazioni d'Europa. In Italia solo una minima percentuale di vocaboli più usati, quelli più legati alla vita delle armi e del feudo, furono di origine germanica, longobarda, franco-gotica. Se osserviamo ciò che accade in Spagna o in Francia, i popoli dell'igiene gotica, i Franchi, conobbero ben presto un'autorità assoluta che procurò rapidamente l'acquisizione nella pratica quotidiana dei propri costumi e della propria lingua. Solo in Irlanda conobbero minori mutamenti perché la singolare estraneità e di luoghi alle rotte marittime comuni permise di salvare il tessuto culturale esistente. Poi tutte le forme letterarie, sia pure in massima parte oralmente, si svilupparono al di fuori della sfera di influenza di Roma e della sua cultura.

Già nel quarto secolo d.C., il vescovo Ulfita volle tradurre La Bibbia in lingua gotica. Nel 820 si trova la traduzione di un carme epico, di Ildebrando. Il poema religioso di Cristo Heliand è una delle più valide espressioni del sentimento cristiano delle popolazioni germaniche del medioevo. È chiaro che i popoli degli usi vedevano in Cristo un simbolo del potere, della grandezza, dell'eroismo della nobiltà d'animo. Questi popoli portavano all'ammirazione della forza del singolo, all'accettazione della morte come atto di eroismo, in una visione molto lontana dal cristianesimo e quindi dei valori sociali e morali che si erano formati durante la cristianità.

In Inghilterra i canti germanici si fusero con leggende mescolando elementi fantastici e storici. Il Beowulf è un'opera composta nell'ottavo secolo ed è di stampo epico narrativa. In Francia l'epica popolare si sviluppa tardi che in Germania e Inghilterra. Infatti, la trascrizione del Orlando il primo e il più grande dei canti epici francesi nacque nel medioevo nel secolo undicesimo. C’è una differenza tra i poemi omerici e latini: 1) poemi omerici celebrazioni di grandi errori, detto anche del singolo, manca di senso religioso, l'importanza della bellezza e forza fisica; 2) poemi latini (Orlando) tutto è legato al concetto di Dio, il poema è un atto di fede per questo compare nelle chiese ed è nel paradiso di Dante.

Capitolo 2: Il distacco dal latino: le conquiste della civiltà comunale

Nel 1200 la civiltà comunale giunse a un elevato livello. In Italia si affermò il volgare come lingua di comunicazione e di espressione letteraria. Il Papa Gregorio VII muoveva dalla volontà e dell'aspirazione presente nelle masse popolari di riformare la Chiesa ripristinando i valori evangelici, la povertà, alla purezza dei costumi, combattendo contro la corruzione delle gerarchie ecclesiastiche troppo dedite al temporalismo. La lingua della Chiesa si mosse verso un linguaggio più vicino alla nuova qualità della vita fatta di pratiche scettiche estremamente rigorose. Molto probabilmente la lingua italiana già nel secolo ottavo aveva raggiunto una fase di autonomia dal latino. La prova è il fatto che dopo qualche secolo appare la letteratura in volgare italiano ad esempio le liriche di Guinicelli e di Guido Cavalcanti.

Nel secolo scorso gli storici credevano che il ritardo dell'italiano era dovuto alla presenza della sede del papato, ma l'argomento non ha molta validità se si considera che le scuole più importanti di religione furono quelle di Parigi e di Tours nel 1200 dove c'è l'attività culturale più autorevole del mondo religioso cristiano. L'evoluzione del volgare in Italia fu in qualche modo ritardata dalla mancanza della nostra penisola di uno spirito unificatore, capace di spingere verso rapide soluzioni di conquista di spazi letterari, una lingua riconosciuta da più parti come la vera espressione della cultura italiana. Si sa che la lingua parlata in volgare si era formata già da secoli, si è trovata traccia nei documenti del nono e del decimo secolo d.C. il ritardo del volgare fu il sistema politico così singolare e moderno che la penisola conobbe in quei secoli. Infatti, in Italia non si fondò mai una vera organizzazione monarchica e feudale.

Ogni popolazione italiana ebbe il proprio dialetto, non c'era il concetto del re per diritto divino, in quanto il popolo italico era amministrato da municipi e autorità autonome. Inoltre, al centro della penisola c'è lo Stato della Chiesa che impedì ogni unificazione. Sulle regioni adriatiche meridionali l'influenza dell'impero bizantino non fu meno importante. Al nord della penisola si organizzarono in comuni, seguendo le antiche istituzioni municipali romane. Si scelsero i loro consoli, i loro senati e i loro tribunali per far rivivere le leggi romane. Bologna diventò il centro riconosciuto come il più autorevole per lo studio del diritto romano. La società italiana non emerse mai in una corte egemone e non furono narrate imprese di grandi cavalieri, piuttosto si cercò di esaltare l'idea di un governo centrale. Era l'idea classica dell'impero, lontanissima dall'idea germanica del capo militare legata alla mitologia del re guerriero. Fu solo nella civiltà comunale che si verificò l'impulso più forte, più valido per la formazione di una letteratura volgare italiana.

Le prime comunità autonome come ad esempio la società comunale è fondata da contadini fuggiti dalla schiavitù del feudo, da artigiani intelligenti e operosi, da commercianti intraprendenti e coraggiosi. Si creò una fusione tra i laici e i movimenti religiosi popolari, in rivolta contro i prelati aristocratici. Fu così che per la prima volta in Europa si pubblicarono ordinamenti di giustizia capaci di eliminare per sempre la presenza dei nobili nella vita cittadina. Viene fondata la prima democrazia che sostiene la propria essenza su due anime, quella religiosa popolare e quella mercantile artigiana. La nuova società esige un sapere pratico, crede, attraverso il volgarizzamento di opere storiche retoriche dal latino, di poter creare una nuova cultura, laica completamente lontana dalla tradizione latino-ecclesiastica. Per la prima volta compaiono opere nelle quali l'immancabile abuso medievale di retorica è messo da parte. La lingua si adegua alle mutate esigenze della società e diventa in qualche modo plastica, riuscendo rapidamente a coniugare un sapere semplice alle forme. Nel giro di pochi anni la cultura del comune elabora un sistema del tutto moderno ed efficace di lingua e di pensiero.

Il latino è un lontano ricordo. La nuova società ha bisogno di insediamenti civili e politici che solo con le traduzioni di opere scientifiche come quelle francesi e spagnole possono offrire. Brunetto Latini scrisse un'enciclopedia scientifica con insegnamenti politici e retorici desunti dalle opere di Cicerone per i cittadini di Firenze. Bono Giamboni compone il libro dei vizi e delle virtù, opera didattico-morale con fondo allegorico. Ma l'affermazione concreta di una lingua finalmente autonoma e moderna si svolse nel giro di molti anni. Le traduzioni dal latino in volgare riguardano in primo luogo le grandi vicende storiche del proprio nobile passato. Non è più la Roma cristiana, legata ai ricordi della fede cui si erano sempre ispirati i poeti dei primi secoli a tener vivo l'interesse della ricerca ma è la Roma civile, laica, con le sue istituzioni politiche, con la sua inesauribile messe di atti eroici, imprese nobili, compiute da uomini al servizio del proprio sovrano. Occorreva una lingua capace di eliminare il tributo ormai inutile al mondo del potere unico e del culto della persona del re o dell'imperatore.

La lingua volgare doveva però trovare una forma espressiva che la innalzasse culturalmente, permettendo così anche ai pubblici affari di essere affrontati non più in un modo improvvisato e precario ma con arte e con un raffinato esercizio scrittorio. I grandi autori del passato erano stati innanzitutto dei maestri di retorica era necessario quindi seguire delle regole precise. Dante nel suo trattato sulla lingua e sulla eloquenza volgare non esita ad affermare che occorre imitare gli antichi nel seguire le regole. A Bologna, fino dai primi anni del tredicesimo secolo, aveva visto nascere molte scuole di retorica nelle quali veniva insegnata la ars dictandi, molto utile nell'esercizio dell'arte notarile, nella pratica legale, nell'ora politica. Nel 1240 la prosa in volgare acquisisce dignità letteraria e diventa lo strumento principale della comunicazione sociale, politica e culturale del tempo. La scrittura in volgare sostituisce per intero la prosa latina, dando luogo a un distacco dalla classicità che aveva impegnato per secoli. È la retorica lo strumento che permette di mettere da parte il latino, proprio perché riesce a servirsi delle regole per affrontare tempi e contenuti contemporanei, legati alla vita quotidiana.

La lingua volgare diventa strumento grazie al quale chiunque aspirava a divenire un protagonista della vita cittadina poteva padroneggiarla e servendosi di essa nella migliore maniera, facilmente poteva percorrere i gradini della scala sociale fino a proporsi quale uomo di potere e di amministrazione. Come già era avvenuto nell'Atene del quinto secolo avanti Cristo. Fino dall'inizio della vita comunale siano nel tempo germogliati e poi fioriti gli esempi migliori della lingua volgare. Ciò si spiega dalla necessità che gli uomini del comune ebbero sin dall'inizio l'esigenza di essere pratici, concreti, capaci di parlare con linguaggio agevole, semplice che tutti potevano recepire e comprendere. Difatti la storia ci insegna che tutte le grandi trasformazioni civili e sociali nascono sempre da un nuovo sistema di vita associativa.

Capitolo 3: Giovanni Boccaccio e la nascita della grande prosa narrativa

1348 anno della peste; Boccaccio scrive le novelle; nella novella di B. ci sono molti particolari, scompare la retorica, scompaiono le aspirazioni allegoriche. Capacità di scrivere una storia con particolari tali da renderla credibile, presentando dei personaggi reali, presi nella realtà. Gli uomini sono ben conosciuti nelle società comunali. Scompare l'elemento della fantasia.

Nel 1348 Boccaccio diede inizio alla raccolta delle novelle, nel Novellino o nella raccolta del Sacchetti riusciamo a trovare storie piacevoli, ben narrate e limitate soltanto al racconto di un fatto. La novella parla solo di una piccola storia che si conclude rapidamente. Giovanni Boccaccio crea un genere perfetto, raffinata eleganza e di assoluta rispondenza alla realtà. Per la prima volta appaiono, nella novella, tutti particolari che la rendono viva e vera. Scompaiono le inutili e falsificanti aspirazioni allegoriche con le quali le novelle precedenti erano state costruite a fatica.

La vera conquista narrativa del Boccaccio è proprio nella capacità di costruire una storia, con tutti i particolari che la rendono credibile, nel modo più rapido possibile, presentando scene e personaggi vividamente reali, tali da apparire presenti nella vita quotidiana. Tutto nella novella diventa naturale, vicino, palpabile. Le novelle del Decameron portano sulla scena narrativa uomini e cose ben conosciute nella società comunale, così scompare del tutto un mondo fantastico; e ritorna così su un piano concreto. Alla nuova classe dei ricchi mercanti, degli artigiani, dei nobili dalle larghe rendite le novelle del Boccaccio offrirono un divertimento piacevole, nell'effettiva confisca di quegli spazi dei sentimenti e delle passioni dell'uomo che la cultura medioevale aveva mortificato e deluso. Alla società medievale non erano mancati momenti nei quali gli appetiti, le bramosie, le gelosie, gli odi erano esplosi in maniera crudele e violenta. Con il Boccaccio questa materia umana diventa l'oggetto di racconti piacevoli sullo sfondo di una sorta di necessaria consapevolezza della precarietà del vivere e soprattutto della debolezza ed il limite, cui ogni uomo è sottoposto. La novella diventa così il genere più diretto, più vicino e più rispondente alla società di quell'autunno del medioevo. Il mondo liberatosi dagli eccessivi rigori moralistici si mostrava incline a conoscere le storie profane, spesso licenziose ma sempre gustose e imprevedibili nella loro conclusione.

Soggetto delle novelle: bramosie, gelosie, odi; le “materie umane” diventano l'oggetto di racconti piacevoli, concentrandosi sulle precarietà del vivere e sulla consapevolezza della precarietà dell'uomo. L'opera di Boccaccio si collega direttamente al gusto estetico fiorito, proprio dell’ultima fase del gotico, con un largo uso di accenti alle. Ciò che conta sono gli elementi affascinanti quanto una veloce attenzione a ogni particolare, nel recupero del mondo popolare. Questo è sicuramente un tipico esempio della cultura del 1300 in tutte le sue forme dall'architettura alla pittura, dalla scultura alla poesia e quindi alla proposta letteraria di Giovanni Boccaccio liberatosi da rigori moralisti, proprio del medioevo, quel mondo era incline a conoscere le storie profane. Superamento della retorica classica, attraverso l'uso di forme più immediate tipico del discorso popolare. La sua prosa comunque riscritta dalle infiltrazioni della poesia classica medioevale.

Capitolo 4: La letteratura e la lingua popolare in Toscana e nel Nord dell'Italia nel secolo decimo quinto

La lingua volgare non conosceva norme sintattiche, era affidata all'improvvisazione popolare, l'ortografia prendeva sempre più piede. Si comprese la necessità di riproporre in forma letteraria la letteratura in volgare. Burchiello nella sua bottega di barbiere riuscì a creare un genere poetico che ebbe popolarità.

La lingua volgare non conosceva le strutture sintattiche e grammaticali che solo i grandi autori possono esprimere, restò affidata all'improvvisazione popolare. Mancò del tutto una norma linguistica. L'ortografia prendeva carattere di norma fissa per diventare una soluzione personale, che variava da luogo in luogo, da scrittore a scrittore. Vi fu allora chi comprese la necessità di riproporre in forma letteraria la letteratura in volgare. Nel 401 Domenico di Giovanni detto il Burchiello riuscì a creare un genere poetico che ebbe un'enorme popolarità in quegli anni. Si trattò comunque di testi alla rinfusa, senza un progetto ben strutturato con significati e immagini del tutto discordanti. La letteratura umanistica che si era affermata alla fine del secolo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Mastrocola Silvio.
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