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Prefazione

L'India è stata concepita come il luogo dell'inarrivabile, ma anche come un luogo vicino ed accessibile. Si possono identificare 3 tipi di India:

  • L'India delle ricchezze di ogni genere: spezie, pietre preziose, sete, cotone e oppio fino alle competenze informatiche. I romani spesero molti soldi, i mercati medioevali e rinascimentali fecero fortuna e si arricchirono gli inglesi.
  • L'India della sapienza e della saggezza, della religiosità e del misticismo. Elogiata dai greci, riemerse nell'Ottocento con lo studio di testi religiosi in sanscrito e accolse gli hippies e le istanze new age, configurando l'India come il luogo dell'anima.
  • L'India dell'Oriente favoloso e misterioso. Già dall'antichità e nel medioevo si parlava di creature strane, di animali e uomini bizzarri. I cristiani descrissero inorriditi gli dei e le usanze locali. Nell'epoca coloniale ci si concentrò sullo sfarzo del maharaja, sull'opulenza e la povertà, sui riti.

L'India è stata descritta come il luogo dell'evasione, mixando oggettività e immaginazione. Nella sua immensità è certa dell'incomprensione perché l'India è una realtà vasta e complessa. Solitamente si analizza una parte del Paese o della sua cultura. Il libro analizza un viaggio nell'India del nord dallo sviluppo della civiltà, la cultura vedica e brahmanica, il mondo buddhista, l'induismo, il jainismo antico e medioevale fino al 1707 con la caduta dell'ultimo imperatore Mughal.

Arrivo a Delhi

Delhi non è New Delhi perché quest'ultima è una parte di Delhi, in essa contenuta. La parte nuova fu voluta e progettata dagli inglesi come area dei palazzi del viceré e, dopo il 1947, è diventata la capitale dell'Unione Indiana. New Delhi è solo l'ultima espressione del potere che si sono succedute per almeno 2500 anni. Delhi sorge sulle sponde del fiume Yamuna e il nome è sempre stato usato per designare questo insediamento.

Indraprastha

Le città più antiche che sono confluite in Delhi sono scomparse: sono stati i sultani e gli imperatori musulmani a dare l'impronta che Delhi conserva fino ad oggi.

Nel 1533 fu innalzato il Purana Qila (Forte Vecchio) da Humayun, imperatore Mughal. Scelse questo luogo perché di buon auspicio, visto che sorgeva sopra le rovine - come vuole la tradizione - di Indraprastha, la capitale dei fratelli Pandava, della stirpe Kuru, discendenti di Bharata, principi della dinastia lunare.

Il problema è che i 5 fratelli sono figure letterarie e mitologiche. Si racconta che sia stato Maya, architetto divino a costruire in 14 mesi una sala enorme, raggiante, divina, con laghetti, gemme e uccelli. Nell'opera di Maya si trovano bellezza e lusso ma è idealizzato: si riporta come dovrebbe essere.

La grande storia della dinastia di Bharata

Il Mahabharata fornisce modelli di comportamento, riflessione e confronto ancora validi oggi. L'opera è eterna ed è ancora l'ispirazione per Bollywood e le favole per i bambini. Per tradizione è definito itihasa che indica la veridicità della vicenda: alla base quindi ci deve essere davvero stata una lotta di potere nei regni dell'India del nord. Ancora oggi gli indiani credono che le vicende siano avvenute così come il testo le racconta.

Il Mahabharata ha dimensioni enormi: 100 mila strofe divise in 18 libri di diseguale estensione, diverse letture critiche e parziali traduzioni in lingue europee. Vi è una vicenda principale e moltissime vicende accessorie connesse nei modi più assurdi con logorroiche parti di insegnamento. Essendo scritto su foglie di palma non rilegati tra loro, è molto facile manometterlo: il Mahabharata è stato composto e modificato dal IV secolo a.C. al IV secolo d.C. Il nucleo è nato tra il IX-VIII secolo a.C. e allunga quindi il periodo di stesura.

Si assegna la paternità al veggente Krishna Dvaipayana Vyasa che è anche un personaggio del poema. Ogni sezione del Mahabharata è accompagnata da un riassunto per valorizzare un determinato insegnamento.

Le vicende centrali ruotano attorno alle città di Indraprastha e Hastinapura con altri piccoli regni: si ha quindi una geografia precisa. La storia centrale è legata al problema della successione al trono del Kurukshetra: l'ultimo re aveva lasciato tre figli. Il primogenito Devavrata era figlio della Gange mentre gli altri due della figlia del capo di una tribù di pescatori. Devavrata, su invito del padre della madre due suoi due fratellastri, si fa da parte e lascia ai fratelli il trono, non generando figli. Solo che i due fratellastri non hanno figli, solo che la madre aveva già avuto un figlio prima Krishna Dvaipayana Vyasa. Quindi viene chiesto al fratello maggiore di accoppiarsi con le spose di quello minore, solo che l'orribile aspetto di Krishna Dvaipayana fa nascere due figli imperfetti: Dhritarashtra è cieco e Pandu è pallido. Pandu diventa re ma subisce una maledizione che gli vieta di unirsi con una donna. Ma la sposa Kunti prega gli dei e genera 3 figli, anche la sposa più giovane fa lo stesso e ne genera 2. Solo che per la maledizione Pandu ha rinunciato al trono e si è nascosto nella foresta, dove sono nati i suoi figli. Dopo la morte di Pandu gli eremi conducono la famiglia alla corte ad Hastinapura, dove i 100 figli detti Kaurava e cugini dei Pandava (=figli di Pandu) vogliono ereditare il trono. I Kaurava costringono all'esilio i Pandava che ricompaiono in un torneo per la mano della figlia di Krishna Draupadi, che diventa sposa di tutti i 5 Pandava. Ottengono anche l'alleanza con il regno. Ritornano e ottengono una zona incolta ma né loro né i Kaurava vogliono rinunciare alla totalità del regno. I Pandava eliminano l'imperatore e governano l'intero mondo conosciuto ma Hastinapura lo convince a giocare una partita a dadi che porterà in esilio i Pandava. Dopo 13 anni tornano per reclamare i loro possedimenti e si giunge alla guerra. I Pandava si alleano con Krishna disarmato, i Kaurava con tutto l'esercito del dio. Vincono i Pandava anche se è un'immensa strage. Il regno va al figlio di Arjuna.

La foresta

Nei libri XII e XIII si trovano lunghe parti didattiche che si rifanno al gusto per la narrazione prolissa indiana. Il libro III è invece detto Il libro della foresta. Si racconta come i Pandava con la sposa comune Draupadi vivono i 12 anni nella foresta. Queste descrizioni offrono l'idea di come si presentava l'India fuori dai grandi centri.

Giungla deriva dal sanscrito jangala e significa terreno arido. Con foresta si intende un terreno non bonificato dall'uomo, con vegetazione, tratti desolati, fiumi, laghi, monti... Luogo di avventura e dell'imprevisto; può essere buono se abitato da ninfe, musici celesti e semidei o malvagio se vivono demoni e uomini crudeli.

Dal Nord-est alla Terra dei Kuru

Gli episodi basilari del Mahabharata potrebbero essere antichi e contenere la testimonianza di un'eroica età indoeuropea. Gli arya avrebbero portato, nella loro migrazione, i nuclei della poesia epica. È importante stabilire la data della migrazione arya perché essi rappresentano la prima grande civiltà della Valle dell'Indo.

La valle dell'Indo, il remoto Occidente

Area tra il Pakistan, la pianura del Gange, il Gujarat e le pendici dell'Himalaya che ospitò la civiltà della Valle dell'Indo. Questa ha origine neolitica, si sviluppa attorno al 2500 a.C. e raggiunge il suo apogeo tra il 2300 e il 2000 a.C. per poi declinare nel 1500 a.C. Sono stati individuati oltre mille siti con affinità tra loro che suggeriscono una pianificazione urbana raffinata con avanzati sistemi fognari e idraulici, a cui è sottesa un'amministrazione complessa e una società gerarchica.

Le città principali possedevano una cittadella sopraelevata dove si può ipotizzare lo svolgimento dei riti di culto grazie ad una vasca per le abluzioni rituali e altari per il fuoco. Sono state ritrovate statuette di donne con fianchi larghi e grandi seni, con molti gioielli; un uomo barbuto e una danzatrice. Interessanti sono anche dei sigilli con figure di animale o antropomorfe. Il più notevole è quello con una figura in posizione che richiama lo yoga. Essa ha 3 volti, è itifallica e ha un copricapo con corna bovine che lo fanno assomigliare ad un progenitore di Shiva (definito come il signore degli animali; il signore degli yogin con un tapas senza uguali; viene rappresentato con il simbolo fallico del linga o con 3 volti).

Sui sigilli sono state trovate delle frasi non ancora decifrate: o si tratta di una lingua indoeuropea o di origine dravidica.

La civiltà vedica

Gli arya potrebbero essere una popolazione di lingua indoeuropea arrivata in India dall'Asia centrale attraverso i passi afghani tra il 1500 e il 1200 a.C. e sottomisero le popolazioni autoctone dravidiche. Arya significa nobile e così si chiamavano gli arya tra loro. Essi discenderebbero dalle popolazioni indoeuropee emigrate in Iran e in Europa con religioni (in particolare lo zoroastrismo) affini a quella vedica. Alcuni pensano che la cultura arya sia una trasformazione della cultura della Valle dell'Indo di origine indoeuropea che per secoli avrebbe interagito con quella dravidica. Altri pensano che la cultura della Valle dell'Indo sia dravidica e che gli arya, indoeuropei, li abbiano invasi ma insieme abbiano convissuto pacificamente, finché la cultura arya ha prevalso. La cultura arya si conosce attraverso i veda. Veda significa scienza e comprende 4 raccolte di testi:

  • Rig-veda Samhita che è la più antica.
  • Sama-veda Samhita che comprende le melodie salmodianti per il rito sacrificale.
  • Yajur-veda Samhita che sono formule rituali.
  • Atharva-veda Samhita che comprende inni e formule magiche.

A questi testi nei secoli se ne sono aggiunti altri:

  • Brahmana che approfondiscono i significati del sacrificio.
  • Aranyaka o testi delle selve.
  • Upanisad che sono speculazioni associate all'interiorizzazione del sacrificio vedico.

La scrittura si estende dal XV secolo a.C. al I millennio a.C. Il pensiero più recente prende il nome di brahmanesimo. Il veda è eterno e di origine non umana, è shruti, ovvero è stato udito, da mitici veggenti detti rishi che poi gli hanno trasmessi agli uomini. Il sacrificio è il fulcro della religiosità vedica ed è compiuto solo dai brahmani. Si offrono ai deva (gli dei) varie sostanze che vengono bruciate e arrivano alle divinità attraverso il fumo. Così ci si propizia gli dei e si ottengono favori per vivere una vita prospera. Il rito garantisce che l'ordine cosmico (rita) e sociale si preservato. In questa azione (karman) sono implicate la divinità Agni, che è il fuoco e il dio fuoco; Soma che è una sostanza sacrificale allucinogena e la divinità ad essa associata. Essi sono fondamentali per la mediazione uomo-divino. Indra, il dio guerriero, beve il soma che ne aumenta la potenza. Il fulmine (vajra) distrugge ogni ostacolo. Ad Indra sono dedicati molti inni. La distruzione del serpente Vritra (ostacolo) è l'impresa maggiore di Indra e rimanda alla creazione del mondo. Le imprese di Indra riflettono l'etica dei guerrieri arya, mettendo in risalto l'importanza sia del sacrificio sia della funzione militare.

Varna e dharma

Il sistema dei varna (colore) indica le classi sociali vediche. Ogni classe ha la propria spiritualità e funzione, il colore denota la classe e non ha significato razzista. Jati (nascita) è la casta. Le caste sono suddivisioni sociali su basi professionali e territoriali. I varna vedici sono:

  • Brahmana associati al bianco, dediti ai riti sacrificali e allo studio dei Veda.
  • Kshatriya associati al rosso, sono re e guerrieri quindi governano e difendono la società.
  • Vaishya associati al giallo, sono i borghesi commercianti, allevatori o agricoltori.
  • Shudra associati al nero, devono servire le classi superiori. Questi sono i popoli sottomessi dagli arya.

Sono avarna i paria (gli intoccabili) che svolgono mansioni umili e contaminanti. Gandhi e Ambedkar hanno portato avanti movimenti di emancipazione dei paria. La differenza tra i vari varna è nella purezza dei membri che li porta a rispettare norme e restrizioni: i brahmana seguono le norme più rigide che influenzano alimentazione, matrimoni e sessualità. I varna hanno giustificazione mitologica nel Rig-veda Samhita che narra lo smembramento del primo uomo primordiale (Purusha). Ogni parte del Purusha è caratteristica di una varna. Nel Mahabharata si troverebbe anche un mito escatologico legato alla fine e all'inizio di una nuova era. Si può anche collegare il fulcro del testo al mito escatologico ma di religiosità puranica (testi nei quali si trova la mitologia induista). Nel Mahabharata si trova anche un avatara di Vishnu, Krishna. Vishnu scende sulla terra in un avatara ogni volta che il dharma è minacciato.

Il dharma

Dharma deriva dalla radice dhr- che significa sostenere, mantenere e si traduce con norma, legge, giustizia, ordine. Il dharma è la legge che regola gli eventi e mantiene in essere il cosmo, riflessa nell'ordine sociale, garantendone giustizia e stabilità. Il dharma si manifesta nei cicli cosmici che scandiscono il tempo. Lo yuga è l'unità base che coincide con un'era cosmica; ogni 4 yuga vi è un mahayuga dove il dharma regna sovrano. Ogni yuga il dharma si corrompe: metafora del toro che ad ogni yuga sta in piedi su una zampa in meno. La nostra era cosmica è la più corrotta ed è iniziata nel 3102 a.C. dopo la morte di Krishna.

La Bhagavad-gita

Significa Il canto del Glorioso Signore ed è considerata una sorta di Vangelo hindu, soprattutto per quelli devoti a Krishna. Sono 18 letture per 700 strofe, nella versione nota del primo commento. È un dialogo e una storia nella storia. Ambientata nel Kurushetra (la terra dei Kuru) detto anche dharmashetra (la terra del dhrama) perché nella Mahabharata si combatte per restaurare il dharma.

Antefatto: l'auriga del re cieco Dhritarashtra ha ricevuto in dono da Vyasa la capacità di vedere tutto quello che avviene nel campo di battaglia per poterlo raccontare al re. Al dialogo tra i due, si intreccia quello di Arjuna, arcere e terzo figlio di Pandu, e Krishna. Arjuna si trova di fronte l'esercito schierato e vi riconosce parenti e amici: sopraffatto si interroga sul senso di combattere. Sconsolato lascia cadere arco e frecce, spostando la battaglia dal campo all'interiorità di Arjuna. Krishna coglie l'occasione per impartire una lezione etica, religiosa e metafisica.

Krishna rivela come superare il dilemma azione-non azione. Lo sva-dharma di Arjuna è combattere perché è uno kshatriya. Il dharma è sfaccettato: lo samanya dharma è la norma comune basata su non violenza, verità e generosità a cui tutti si devono attenere; lo sva-dharma è la norma individuale che ognuno deve segue a seconda del proprio varna e del proprio stadio della vita. Il maschio arya ha 4 stadi della vita (ashrama):

  • Brahmacharin, lo studente.
  • Grihastha, il capofamiglia.
  • Vanaprastha, l'eremita nella foresta.
  • Samnyasin, l'asceta rinunciante.

La dottrina dello sva-dharma non è abbastanza per convincere Arjuna: Krishna spiega la dottrina dell'eternità e dell'immutabilità dell'essenza e quella dell'azione priva di attaccamento ai frutti. I corpi soltanto si deteriorano mentre il vero Sé, lo spirito, non muore mai. Questo spirito imperituro è la suprema Realtà, il brahman. Le Upanisad lo descrivono come l'Assoluto ed è identico all'atman. L'atman è il Sé, il principio individuale spirituale che costituisce l'essenza dell'uomo. Il brahman si identifica con Krishna stesso. Egli manifesta l'universo attraverso maya, l'energia creatrice, che tesse l'illusione cosmica in cui gli uomini sono immersi.

Krishna insegna l'azione senza attaccamento e desiderio. Il karman passa da indicare l'azione sacrificale a indicare l'azione in generale. Nei secoli si sviluppa la dottrina del karman basata su una legge di retribuzione delle azioni: ad ogni azione corrisponde un effetto che matura nella vita presente o in quelle successive. Questa legge genera il samsara che vincola l'uomo al ciclo delle rinascite: con un residuo karmico positivo si rinasce in una condizione migliore, altrimenti in una peggiore. L'uomo deve spezzare il ciclo delle rinascite per raggiungere il moksa (liberazione).

Krishna suggerisce che l'azione si spezza solo con il karma-yoga (la via del karman). L'uomo non può abbandonare l'azione ma può compierla senza interesse e desiderio verso i frutti. Krishna invita ad offrire al Signore le proprie azioni: la bhakti è il cammino salvifico di devozione e abbandono ad un dio per raggiungere la vera sapienza. Krishna si manifesta ad Arjuna nella sua forma cosmica e gli offre un occhio, poi si rivela come il tempo divoratore di ogni cosa. Tornato alla sua forma familiare continua i suoi insegnamenti.

La Gita è stata commentata e rielaborata in moltissime lingue neo-indiane, a indicarne l'importanza. Della sua prima traduzione inglese se ne innamorò Schopenauer che la definì l'opera più istruttiva e sublime. A metà del XX secolo Huxley, esponente del perennialismo (corrente per cui le maggiori religioni e filosofie sono espressione di un'unica verità), la definì come una summa della Filosofia Perenne.

Altre battaglie

Le altre battaglie dell'India del Nord portano alla sottomissione territoriale da parte di popoli islamici extraindiani prima turco-afghani poi turco-mongoli. Prima delle conquiste territoriali, gli indiani intrattenevano rapporti commerciali con queste popolazioni. Nel VIII secolo iniziano le conquiste...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/18 Indologia e tibetologia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LaTita di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Indologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Pieruccini Cinzia.
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